San Giorgio: laghetti e zone umide

E’ in epoca glaciale che tra i cumuli di detriti di ghiaia e sassi trasportati dalle acque di scioglimento dei ghiacciai si formarono molti avvallamenti dentro le cui conche depositarono e stagnarono le acque. Di quella lontana conformazione territoriale, avvenuta ad opera di fattori naturali e cambiamenti climatici, possiamo ancor oggi trovare traccia.

 

Osservando bene tra le depressioni delle colline moreniche dell’anfiteatro gardesano, possiamo scorgere piccoli bacini occupati da acque limpide, torbose o paludose. In questo contesto idrologico noto è il laghetto del Frassino presso peschiera, il più vasto e profondo di tutto l’anfiteatro, che dal punto di vista geologico viene fatto risalire alla fine dell’epoca delle glaciazioni(Wurm- era quaternaria), e il pittoresco bacino lacustre di Castellaro Lagusello nel vicino territorio mantovano.

 

Oggi queste zone, per il loro riconosciuto valore naturalistico, sono divenute importanti Oasi Protette dove si pratica anche l’osservazione e lo studio dell’avifauna. Altre zone umide caratteristiche per l’aspetto naturalistico, ma importanti soprattutto per la ricchezza di materiale archeologico in esse rinvenuto sono a Bande di Cavriana, Barche di Solferino, Lavagnone di Polada, Ca’ Nova di Cavaion. Questi luoghi oggi riconosciuti nel loro valore culturale , ospitano Piccoli musei che valorizzano, conservano ed espongono quei preziosi manufatti che hanno permesso la ricostruzione dell’ambiente e dell’economia del nostro lontano passato preistorico.

 

Proprio questi laghetti infatti furono frequentati dall’uomo raccoglitore, cacciatore, pescatore del Mesolitico Castelnoviano (10.000 a.C.), dall’uomo anche agricoltore, allevatore del Neolitico (6.000 – 3500 a.C.) che viveva in villaggi stabili e da quello dell’Età del Bronzo (1.800 – 1.000 a.C.) che attorno a questi laghetti sviluppò la “Cultura di Polada”. Anche sul territorio di San Giorgio in Salici si trovano piccoli laghetti ancora attivi, oltre a zone umide e torbiere. Queste rientrano a pieno titolo nel contesto di formazione idrologico e culturale del territorio morenico gardesano. Importante ed interessante è la storia che si è sviluppata attorno ai loro bacini.

 

Nota è la zona di “Torbiera Cascina”, citata sui libri di preistoria veneta e su documentazioni redatte da esperti di archeologia veronese dopo accurati studi sul territorio. Il bacino appare essersi formato già a partire dall’ultimo periodo glaciale Wurmiano. Questo luogo fu occupato da un villaggio palafitticolo in due periodi storici diversi: il Neolitico Antico (5.000 – 4.000 a.C.) e l’Età del Bronzo (1.600 – 1.300 a.C.).

 

Sono stati rinvenuti oggetti e manufatti importanti, tra cui la Tazza Carenata di Tipo Fiorano (riferita al Neolitico Antico) l’Ascia di Tipo Mohlin ed il pugnale di Tipo Peschiera (riferiti all’Età del Bronzo). La creazione di un villaggio palafitticolo comportò l’abbattimento del bosco circostante la zona lacustre per procurare legname da costruzione e per creare campi da coltivare e zone di pascolo. Questa fu la prima importante azione che l’uomo operò sul nostro ambiente naturale; l’origine del cambiamento, quel divenire perpetuo che continua a modificare il territorio in cui viviamo.

 

La località Paoletta, un tempo occupata da una piccola palude detta appunto “La Paludetta” (secondo la toponomastica dell’Olivieri) ha conservato importanti e caratteristici reperti che testimoniano l’antica coltura della vite. La loro presenza può originare alcune ipotesi: il possibile insediamento in zona di una Villa Rustica Romana, attorno alla quale in seguito avrebbe potuto svilupparsi il “Vico Saltesano” (nome dato in antico al villaggio di San Giorgio). La presenza della Villa Rustica fu la modalità di insediamento dei Vici in epoca romana.

 

La palude posta nella “Conca di Staffalo” ed il caratteristico laghetto di località Feniletto racchiudono invece tracce di storia più recente. In questi luoghi sono presenti opere di bonifica attivate durante il periodo di Dominio Veneto; gallerie sotterranee costruite a volto con l’impiego di mattoncini e sassi morenici.

 

Questi condotti servivano per regolare il flusso delle acque, permettendo la coltivazione dei terreni circostanti periodicamente inondati. Le acque residue incanalate venivano sfruttate per irrigare i terreni aridi. In questo modo ebbe inizio per il nostro territorio un primo impulso verso colture agricole diversificate. In località Staffalo, nei pressi dell’antico capitello dedicato alla Madonna, vi era una pietra datata 1580 che documentava mediante dati tecnici incisi le modalità di apertura e chiusura dei pozzetti del condotto. Questa pietra, sparita improvvisamente dopo alcuni lavori svolti in zona, sembra trovarsi oggi presso il Comune di Sona; è la testimonianza visibile di quell’importante iniziale processo di irrigazione che incrementò lo sviluppo agricolo del nostro territorio.

 

Il pittoresco laghetto incluso ancor oggi nel parco di Palazzo Guarienti a Monte Bonello e il laghetto presente un tempo presso Villa giusti a Guastalla, ricordano un momento storico particolare; quello della Rinascita. E’ in questo periodo che accanto alle corti agricole si edificano ville e palazzi nobiliari di cui si apprezzano la bellezza architettonica ma anche il paesaggio naturale adiacente. In questo contesto i laghetti e le zone umide, circondate da cespugli e alberature rinomante diventano piccole oasi per il ristoro dell’animo, caratteristica peculiare questa del Parco Arboreo della Villa Veneta.

 

Tra gli ultimi anni dell’800 ed i primi del ’900, alcune zone umide assunsero rilievo per l’estrazione di materiale torboso da utilizzare nelle fornaci al posto del carbone. E’ il caso di Torbiera Cascina ma anche di località Ca’ Nova Ferrari; qui dopo l’estrazione della torba si formò “La Busa”, un piccolo laghetto di forma circolare, visibile ancor oggi. Questi luoghi, per un buon periodo di tempo, furono fonte di lavoro per diverse persone della zona divenendo elementi di economia locale. Altri caratteristici laghetti di pregio naturalistico si trovano poi in località San Rocco, nei pressi dell’antica chiesetta, e in località Pietà di Rosolotti. Da alcuni toponimi sono poi riconoscibili zone un tempo occupate dall’acqua ed oggi coltivate perché bonificate. Questi terreni sono ricordati nella terminologia dialettale degli anziani del luogo come “Le Moiarole” ossia terreni bagnati.

 

Queste zone umide e laghetti anonimi andrebbero guardati con particolare occhio di riguardo visto che sono lo scrigno sia storico che geoambientale del nostro passato; andrebbero conosciuti, valorizzati e salvaguardati nei loro aspetti peculiari per presentali integri alle generazioni future.