Un lumicino, una fotografia di un ragazzo e una lapide in un piccolo cimitero di paese. Si è chiuso così, la mattina del 27 agosto a San Giorgio in Salici, un cerchio rimasto aperto per più di ottant’anni. O forse, più che chiudersi, quel cerchio ha cominciato finalmente a mostrare i suoi contorni.
Davanti alla tomba di Giovanni Ferrari è arrivata dalla Slovacchia la professoressa Andrea Rozborová, nipote di Jozef, il giovane soldato slovacco che durante la Seconda Guerra Mondiale conobbe Giovanni e ne divenne amico. Un legame del quale, con il trascorrere delle generazioni, si era persa memoria da entrambe le parti. Fino a quando una vecchia fotografia, conservata tra i documenti di famiglia, non ha rimesso in movimento la storia.
Ad accompagnare questo ultimo passaggio della ricerca c’era Luciano, nipote di Giovanni e rappresentante della famiglia Ferrari. Con loro anche noi del Baco in un incontro nel quale non è servito neppure un interprete: Andrea parla italiano. Sulla tomba ha lasciato un lumicino e una fotografia giovanile di Giovanni. Piccoli segni, ma pesanti di significato quando arrivano dopo un viaggio lungo ottant’anni.
Tutto era riemerso poche settimane prima. L’11 agosto il Baco aveva raccontato la sorprendente richiesta giunta dalla Slovacchia: Andrea cercava notizie di un certo Giovanni Ferrari di San Giorgio in Salici, un nome comparso sul retro di una fotografia appartenuta al nonno. Sopra, poche parole scritte a mano in italiano: “Al mio caro amico Giuseppe. Giovanni Ferrari – San Giorgio in Salici – Sona (VR)”.
Era rimasta quella foto. Nient’altro, o quasi. Jozef, classe 1922, durante la guerra aveva fatto parte della Seconda Divisione Tecnica Slovacca, inviata in Italia tra il 1944 e il 1945. Andrea, ricercatrice e storica specializzata proprio nella presenza della Divisione Slovacca in Italia, ha ricostruito che suo nonno non volle sostenere gli occupanti tedeschi e collaborò con i partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale, nell’area compresa tra Pavia e Verona.
La fotografia di Giovanni era sopravvissuta in mezzo alle sue carte. Paradossalmente, però, neppure nella famiglia di Jozef era rimasta memoria di chi fosse quell’uomo italiano e di quale storia si nascondesse dietro quella dedica tanto semplice quanto precisa.
Dall’altra parte, a San Giorgio in Salici, il tempo aveva lavorato allo stesso modo. Le ricerche avviate dopo il contatto di Andrea hanno permesso di dare un volto a quel nome grazie soprattutto ai ricordi della nipote Luciana Ferrari e alle informazioni conservate dagli altri parenti. Giovanni era nato a Fumane nel 1912, figlio di Carlo Ferrari e Teresa Fraccaroli, ed era cresciuto in una numerosa famiglia contadina originaria della Valpolicella che viveva in via Bettola, a San Giorgio in Salici.
Era il terzo di nove figli e in famiglia lo chiamavano “il poeta”, per una sensibilità artistica che avrebbe accompagnato tutta la sua vita. Aveva imparato il mestiere di falegname, lavorava il legno, realizzava bassorilievi soprattutto a soggetto sacro e si dedicava anche all’intarsio. Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove continuò a lavorare e coltivò anche la pittura. Non si sposò e non ebbe figli. Tornato nel Veronese in età avanzata, si stabilì a Castelnuovo e infine, anziano e malato, venne accolto da una sorella a San Giorgio. Morì nel 1985 e proprio nel cimitero della frazione oggi riposa.
Di quegli anni di guerra, invece, nella famiglia Ferrari era rimasto pochissimo. Non sappiamo ancora con certezza come Giovanni e Jozef si conobbero, in quali circostanze nacque il loro rapporto, quanto tempo trascorsero insieme e quali episodi condivisero. Sarebbe facile riempire quei vuoti con una storia suggestiva. Sarebbe anche sbagliato.
Ci sono però quella fotografia e quelle parole, “al mio caro amico”, che certificano almeno una cosa: fra i due giovani si creò un rapporto abbastanza importante perché Jozef portasse con sé quell’immagine tornando in Slovacchia e perché la sua famiglia la conservasse per più di ottant’anni.
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Andrea ha deciso di seguire quella traccia fino in fondo. Prima di arrivare a San Giorgio in Salici, il 26 agosto aveva raggiunto Inverno, in provincia di Pavia, uno dei luoghi nei quali il nonno aveva prestato servizio. Anche lì si era presentata con una fotografia: Jozef ritratto assieme a un commilitone davanti al Municipio. L’edificio è ancora riconoscibile e Andrea ha voluto lasciare proprio su quel muro una copia dell’immagine, quasi a rimettere il giovane nonno dentro il luogo nel quale era stato fotografato tanti decenni prima.
In precedenza aveva scritto all’Amministrazione comunale e ad alcune associazioni senza ottenere risposta. Non si è fermata. La sua ricerca raccoglie documenti e vecchie fotografie nelle quali Jozef e altri militari slovacchi compaiono accanto alla popolazione italiana. Immagini che potrebbero ancora permettere di riconoscere volti, corti, case e famiglie.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Perché la memoria della guerra non è mai una fotografia dai contorni perfettamente definiti.
I soldati stranieri che in quegli anni venivano sistemati nelle corti e nelle abitazioni rurali non erano necessariamente accolti con simpatia. Per una popolazione già stremata dalla guerra, dalla fame, dalle privazioni e dalla paura, una divisa straniera poteva rappresentare prima di tutto un’intrusione. La convivenza poteva essere segnata da diffidenza e sospetto. Dentro quella realtà complessa, però, potevano nascere anche rapporti personali capaci di superare uniformi, lingue e provenienze.

La storia di Giovanni e Jozef sembra essere una di quelle. Non sappiamo ancora quale forma abbia avuto quell’amicizia. Le ricerche potrebbero forse restituire altri documenti, altre fotografie o il ricordo tramandato da qualche famiglia. Oppure quella dedica potrebbe restare l’unica testimonianza concreta di ciò che avvenne tra quei due giovani durante gli ultimi mesi della guerra.
Ma qualcosa, intanto, è già successo. Una fotografia partita idealmente da San Giorgio in Salici più di ottant’anni fa, arrivata in Slovacchia dentro i ricordi di un soldato e rimasta per decenni tra le carte di famiglia, ha percorso la strada al contrario. Ha riportato Andrea nel luogo indicato a penna sul suo retro. Ha permesso ai discendenti delle due famiglie di incontrarsi. E il 27 agosto, davanti alla tomba di Giovanni Ferrari, quel nome che per Jozef era stato quello di un “caro amico” ha avuto di nuovo un volto.
Il tempo aveva quasi cancellato quella storia. È bastata una fotografia perché qualcuno decidesse di seguirne ancora una volta le tracce.
Le foto del servizio sono di Mario Pachera.
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