Il paese, di solito, lo riconosci dal rumore: qualche auto che taglia la provinciale, il passo di chi entra per un caffè, le serrande che si alzano senza fretta. A San Giorgio in Salici, invece, in un tardo pomeriggio dello scorso novembre, quel rumore cambia all’improvviso. Diventa secco, corto, nervoso. È l’istante in cui una tabaccheria viene attraversata da una figura travisata, una bandana sul volto e una pistola a comandare la scena.
Secondo la ricostruzione dei Carabinieri della Compagnia di Villafranca di Verona, l’uomo entra e si fa consegnare circa 450 euro. Non è una rapina “pulita”: dopo il denaro arriva lo scontro fisico. C’è una colluttazione con il titolare e restano anche le conseguenze, perché il commerciante riporta lesioni personali. Poi la fuga, rapida, spezzata, come spesso succede quando l’adrenalina corre più della lucidità.
E qui la cronaca si sposta fuori, sulle vie attorno alla tabaccheria. Perché poco dopo una pattuglia della Sezione Radiomobile, mentre passa nelle strade vicine alla ricerca dei responsabili, trova lungo l’asfalto alcune banconote: 50 euro, 20 euro. Soldi che sembrano “caduti” dal racconto, come briciole lasciate dietro. Non molto distante, nei pressi del cimitero del paese, viene intercettata anche un’auto con a bordo due uomini che destano sospetto. Il controllo si trasforma in un fermo e, poi, in un tassello decisivo dell’indagine.
Durante gli accertamenti i due appaiono tesi, insofferenti, incapaci di spiegare in modo credibile perché fossero lì. La perquisizione personale e del veicolo porta al rinvenimento di contanti – circa 150 euro – e di alcuni oggetti: un berretto con visiera, un guanto azzurro, altro denaro “stropicciato”, simile a quello trovato poco prima sulla strada. Elementi minuti, apparentemente banali, che però in un’indagine contano eccome: collegano movimenti, tempi e presenza sul territorio in un raggio molto ristretto.
Il lavoro, poi, corre su due binari. Da un lato la ricostruzione sul campo dei reparti operativi di Villafranca e Peschiera del Garda, dall’altro l’analisi tecnica: il Laboratorio di Dattiloscopia della Sezione Investigazioni Scientifiche estrae impronte digitali attribuite in modo inequivocabile a un 28enne. Per il 30enne, indicato come possibile “palo”, gli accertamenti si appoggiano anche all’analisi delle copie forensi dei telefoni in suo possesso.
Il risultato arriva con un passaggio formale che pesa come un macigno: un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Verona su richiesta della Procura. Nella mattinata del 26 maggio i due – un 28enne e un 30enne italiani, già noti alle forze dell’ordine – vengono rintracciati e arrestati. Uno finisce nella casa circondariale di Verona Montorio, l’altro a Treviso. Le accuse indicate sono gravi: rapina aggravata in concorso, lesioni personali aggravate e porto illegale di arma comune da sparo.
E però, in un territorio che vive di prossimità, la questione va oltre le formule giuridiche. Una rapina in una tabaccheria non è solo un reato: è un luogo quotidiano che si incrina, è una porta che per un attimo non protegge più, è il lavoro di un esercente che si trova a difendersi a mani nude davanti a un’arma.
Per questo l’episodio di San Giorgio in Salici resta addosso: perché mette in scena, senza filtri, la vulnerabilità improvvisa delle piccole comunità, e allo stesso tempo mostra quanto possano essere determinanti i dettagli – una manciata di banconote sull’asfalto, un controllo vicino al cimitero, una traccia lasciata su un oggetto – quando la risposta investigativa riesce a stringere il cerchio.
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