Rousseau, l’individualismo a Sona e la lezione di Moro

Secondo Jean-Jacques Rousseau, il voto del popolo può funzionare in due modi. Nel primo ciascuno di noi va a votare secondo il proprio interesse. Votando cioè chi sembra assicurare il mantenimento di posizioni oppure il raggiungimento di obiettivi che riteniamo importanti per la nostra vita ed il nostro benessere. Alla fine, si fa la conta dei voti e si vede chi ha vinto. La somma dei voti esprime quella che Rousseau chiama la “volontà di tutti”.

Ma secondo il grande filosofo svizzero questa non è la vera democrazia. Il vero atteggiamento democratico viene fuori quando uno va nella cabina elettorale e non pensa “Qual è il mio interesse?”, ma altresì “Qual è il partito che secondo me farà il bene della mia Nazione, della mia Regione, del mio Comune?”. Se la risposta coincide con il proprio interesse personale, tutto bene; altrimenti questo elettore democratico dovrebbe andare contro il proprio interesse e votare per il bene della comunità.

Un simile livello di dedizione al bene comune è, probabilmente, quasi irraggiungibile, anche perché pure nei migliori di noi convivono legittime aspettative e legittimi desideri, che sarebbe quasi innaturale comprimere completamente. Già percorrere una via di mezzo, trovare un giusto compromesso tra aspettative personali ed interessi collettivi sarebbe un gran risultato.

Ma, in realtà, il quadro che ci offre la nostra società anche sonese è distante anni luce dalle idee di Rousseau.

Quello del bene comune è, infatti, un concetto che a parole gode oggi di un consenso forse senza precedenti nella storia dell’umanità, ma che, nella realtà, si colloca sempre più ai margini, invisibile ed ininfluente, relegato sullo sfondo di quelle che sono le nostre scelte e le nostre posizioni personali.

Monitorando da quasi vent’anni la vita pubblica di Sona dall’osservatorio del Baco, l’atteggiamento che sempre più spesso mi capita di registrare è quello che gli anglosassoni chiamano “Not in my back yard”, non nel mio cortile. Ciò a cui si assiste quotidianamente è, infatti, una pervicace e autolesionista polemica continua verso ogni iniziativa, attività, progetto nel momento in cui viene realizzato davanti a casa mia, tocca i miei parenti, interessa la mia associazione, coinvolge la mia frazione. Se, invece, lo stesso progetto viene spostato cento metri più in là ecco che, magicamente, torna ad essere accettabile ed, anzi, auspicabile. L’importante è che non sconfini nel mio cortile, che non tocchi ciò che, a qualsiasi titolo, è mio.

Infinite sono le situazioni nelle quali abbiamo toccato, e tocchiamo, con (triste) mano questa schizofrenia etica. Ricordo un caso illuminante accaduto qualche anno fa, quando l’allora Amministrazione comunale organizzò una serata per trattare alcune vicende spinose del territorio: cave, viabilità, edifici scolastici ed altro. Bene, l’agguerrito e numeroso comitato che era in sala e che aveva rumoreggiato durante tutta la trattazione del tema della cava, quando si passò a parlare di viabilità si alzò e abbandonò in falange la sala. Evidentemente il problema non interessava, d’altra parte quella strada tanto trafficata passava ben lontana da dove avrebbe dovuto sorgere la cava e dove risiedevano tutti i membri del comitato.

Da allora, se possibile, le cose sono addirittura peggiorate. In epoca di pensieri affidati come urla ai social, di individualismo sfrenato, di incapacità di andare oltre la nostra cerchia amicale o professionale, di diffidenze e di paure che portano a troppe porte chiuse anche a Sona, il bene comune (sempre e comunque citato in ogni occasione e contesto) è finito nel sottoscala, a discapito dell’intoccabile bene personale. Del proprio interesse.

Non lo vogliamo dire, non lo vogliamo ammettere, ma se escludiamo i pur tanti, ma sempre trascurabile minoranza, che si danno da fare nella vita pubblica, nelle associazioni e nel volontariato, stiamo diventando sempre più una comunità impermeabile a ciò che non rientra strettamente nel personale perimetro di interessi e di convenienze.

Una comunità pronta solo ad alzare alte grida per colpire chi, nella politica come nel mondo associativo, spende tempo ed intelligenza per tentare (almeno tentare) di migliorare il territorio e la comunità nei quali viviamo.

Perché ormai tutto è contrapposizione esasperata, tutto è o bianco o nero, noi nella ragione e voi nel torto, noi capaci voi incapaci.

Il problema è che l’impegno oltre il proprio personale interesse, oltre il proprio personale cortile, come spiegava Rousseau, nasce solo dal pensiero. Dall’averlo, un pensiero. Dal porsi delle domande sul come e dove viviamo. Domande che, inevitabilmente, ci chiamano ad un impegno personale. Che significa sentirci parte della nostra comunità e quindi provare a partecipare, anche solo in qualche situazione, anche solo appoggiando chi tanto tempo invece lo dedica. Ma vado oltre.

Tra i più di diciassettemila nostri concittadini vi sono sicuramente tanti che hanno qualità, doti e competenze che potrebbero essere preziose per la politica locale o per l’associazionismo sul territorio. Ma sono cittadini che restano chiusi in casa e di cui, pertanto, non sappiamo nulla. Serve una visione ampia per capire che se ho qualcosa da dare è un dovere che io lo dia. Serve un pensiero forte per capire che se io passo la mano nessuno prenderà il mio posto e quel posto rimarrà vuoto. Ma viviamo in tempi di pensiero debole, dove tutto si risolve e si riduce a slogan, quasi sempre velenosi ed intossicanti.

Nell’era di Facebook, è un’esperienza quasi sconvolgente, per dire, riprendere in mano un discorso del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978. E qui, nel leggerlo, rivivere nel suo fraseggio la ricchezza e lo spessore culturale di quell’oratoria. L’ironia ai limiti dell’inafferrabile, la sottigliezza delle sfumature, la simmetria delle argomentazioni, lo studio dei contesti, la lucidità nel cogliere i nessi, anticipare le obiezioni. E soprattutto, la sua inestinguibile ricerca del vero bene comune, attraverso un paziente lavoro di confronto, di incontro e di dialogo.

Accusato spesso di essere oscuro – come racconta Ceccarelli nel suo libro Invano -, una volta Moro rispose: “La semplificazione può sembrare un contributo alla chiarezza, ma in definitiva nasconde, forse, un impoverimento della verità”. Altri tempi, altri uomini.

Mario Salvetti

About Mario Salvetti

Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto.

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