Ritrovarsi con i colleghi di naja dopo 57 anni. Giovanni Giardini, Paolo Canteri e la rimpatriata a Livorno con la Brigata Folgore

“Il ricordo è il tessuto della identità”. È una affermazione da riportare ad un uomo, Nelson Mandela, che ha scritto, con la memoria del suo vissuto e il suo senso di identità, pagine di storia. “La memoria è la mappa dei nostri ricordi che ci dice chi siamo, è il fondamento della nostra identità e del mondo che abitiamo” scrive il filosofo saggista Umberto Galimberti.

I ricordi sono patrimonio individuale di ogni persona. Ognuno con i propri, belli o brutti che siano. Che diventano patrimonio collettivo quando questi ricordi sono condivisi tra gruppi di persone che hanno vissuto una esperienza di vita comune.  Tra i ricordi più comuni e che più avvicinano tra di loro uomini italiani nati fino al 1985, ci sono sicuramente quelli della leva militare.

È da annoverare in un tuffo nel passato del tempo di naja la reunion tra commilitoni della Compagnia Mortai 120 della Brigata Paracadutisti Folgore che, nell’ormai lontano 1966, svolsero il servizio militare presso la Caserma Vannucci a Livorno.

Si sono ritrovati a Livorno, in occasione della Festa di San Michele Arcangelo, patrono dei paracadutisti, lo scorso 28 e 29 settembre. Hanno fatto parte di questa rimpatriata anche il Lugagnanese DOC Giovanni Giardini e Paolo Canteri delle Golosine, entrambi classe 1946, che, tra il 1966 e il 1967, condivisero quindici mesi di amicizia dettata e forgiata dalla vita di caserma. Svolsero il C.A.R. a Pisa, per poi recarsi in pianta stabile alla compagnia mortai a Livorno.

La Brigata Folgore nasce nel 1963 a Pisa, come trasformazione del preesistente Centro Militare di Paracadutismo. La maggior parte dei suoi reparti sono dislocati in Toscana a Siena, Pisa, Grosseto e Livorno. L’adesione al corpo dei paracadutisti per i giovani veronesi, così come per altri corpi speciali come i Marinai, avveniva prettamente per scelta individuale. La chiamata alle armi aveva una direttrice privilegiata, per la città di Verona, sui corpi Alpini, Fanteria e Aereonautica.

Scelta che fecero ovviamente anche i nostri Giovanni e Paolo. “Gli aerei da cui ci lanciavamo – ricordano entrambierano i C-119, noti come vagoni volanti. Erano aerei bimotore prodotti dall’Americana Fairchild Aircraft nel 1950. L’emozione del primo lancio fu ovviamente indimenticabile. Anche se, parlando di adrenalina, ci viene più da ricordare i lanci dalla torre durante l’addestramento. Pur essendoci la fune di vincolo e l’imbragatura che ti davano sicurezza, il buttarsi nel vuoto era sempre un tuffo al cuore. Il nostro fu l’ultimo contingente a portare il basco grigio-verde, da lì in poi il basco diventò amaranto così come è ai giorni nostri. Fu un passaggio dettato dalla volontà di uniformare tutte le truppe aviotrasportate della NATO con un basco dello stesso colore, quello amaranto per l’appunto. Nei nostri quindici mesi di naja abbiamo fatto tra i 13 e i 15 lanci. L’altezza media da cui ci lanciavamo era tra i 400 e i 500 metri. Durante la Guerra dei Sei Giorni nel conflitto Arabo-Israelianoricordano entrambifummo imbarcati in fretta e furia sull’aereo. Il volo durò circa un’ora e poi rientrammo alla base per cessato allarme. Eravamo destinati là? Non lo abbiamo mai saputo, e forse meglio così”.

Esercitazioni durante il periodo di naja. Sopra, i commilitoni della Folgore incontrano i comandanti di 57 anni prima nella Caserma Vannucci a Livorno lo scorso settembre.

“L’idea di organizzare l’incontro nacque dal cosiddetto baule dei ricordispiega Paolorappresentato dalla cantina di mia madre dove erano conservati tutti i ricordi di una vita. Tra cui anche quelli della mia naja. Nel sistemare ripresi in mano documenti, foto, appunti con i numeri di telefono. La nostalgia di quei tempi ebbe il sopravvento. Correva il venticinquesimo dal congedo, parliamo quindi del 1991. Cominciai a chiamare in numeri in mio possesso ma, figuriamoci, non più esistenti, cambiati o altro. Iniziai allora a mandare lettere agli indirizzi postali e da lì ebbi i primi riscontri. Grazie al prezioso contributo di Giuseppe Cassetti, nostro commilitone di Novara, la ricerca andò via via approfondendosi, allargando il numero dei vecchi amici ritrovati. Ci vedemmo per la prima volta a Livorno. Fummo ospitati nella mensa della caserma, condividendo il pranzo con i giovani militari che potevano essere i nostri figli. Fu una emozione immensa”.

Qualche ritrovo negli anni a seguire fino ad arrivare a quello recente, che ha visto una nutrita partecipazione di commilitoni e di ufficiali e sottoufficiali dell’epoca. A tirare le fila dell’organizzazione Paolo Canteri, con un abile tessitura di relazioni nel cercare la data migliore in base alla disponibilità di tutti.

“Sarà l’incedere del tempo che passa, sarà perché andando avanti con gli anni si riporta spesso la mente a quando si era più giovani, sarà perché i ricordi quando riappaiono regalano emozione – ci dice Giovanni ma la memoria quei quindici mesi fa ritornare anche quel senso di appartenenza e di orgoglio assopito nel tempo. Fare parte dei corpi speciali aveva il suo fascino, soprattutto per ragazzi di diciannove o vent’anni alla prima vera esperienza di vita”.

“Un’esperienza di vita anche dura sia fisicamente, si lavorava parecchio tutti i giorni, che emotivamenteaggiunge Paolo –. Una parola sbagliata nei confronti di un ufficiale per poco non mi costò un trasferimento al carcere militare di Peschiera. Ma per fortuna, grazie all’intervento del capitano dell’epoca, tutto si risolse con giorni di consegna semplice e di consegna di rigore. Questi ultimi li scontai come periodo aggiuntivo alla fine della naja”.

L’incontro a Livorno di settembre, che ha visto la partecipazione di ben ventinove ex-paracadutisti, è stata l’occasione per un nuovo tuffo al cuore, e nei ricordi, con un pranzo presso la mensa sottoufficiali della caserma Vannucci, ora popolata esclusivamente da militari professionisti. La caserma, fatta salva qualche miglioria, è ancora la stessa di cinquantasette anni fa. Con loro il sottotenente Iannucci e il capitano Gualandi, quest’ultimo ora novantaquattrenne dotato ancora di mente e memoria vivide.

“Siamo ancora oggi unitici dice con un filo di emozione Giovannie ci sentiamo spesso, anche grazie ad un gruppo WhatsApp che abbiamo creato allo scopo”. Molti di questi ragazzi che, nel corso dei decenni dal dopoguerra in avanti, hanno condiviso i mesi di naja, hanno saputo mantenere un legame affettivo forte con quel ricordo e con quelle persone.

Provo per un istante a pensare a cosa possa essere stato questo ricordo per chi, come i reduci, ha condiviso momenti di vita immensamente più probanti durante le guerre. Il solo pensarci mi fa venire i brividi. Molti di questi ragazzi hanno saputo, nel tempo, mantenere anche un legame emotivo e fisico con l’impegno civico e civile verso il proprio paese vissuto in quel periodo. Hanno dato vita o mantenuto, ove esistevano già, associazioni d’arma che hanno tramutato l’impegno armato in difesa della patria in impegno umano a favore dei propri concittadini. Hanno ingrossato le fila dei movimenti di volontariato di ogni genere che costituiscono l’ossatura del welfare del nostro Paese.

La vita di naja non è stata un esempio per tutti, non tutti l’hanno vissuta bene o con il trasporto emotivo che ha generato i legami umani che ancora oggi sopravvivono. Ad onor del vero non tutti militari di ruolo, all’interno delle caserme, vanno annoverati come fulgidi esempi di amor di patria, la maggior parte diciamo di sì. Ma nonostante tutto è un periodo della vita che ha ispirato.

Per ragazzi che avevano appena passato il periodo dell’adolescenza e che avevano fatto poche esperienze al di fuori della cerchia famigliare, era un debutto nella vita. Si veniva addestrati alla disciplina, ad avere un senso di rispetto per la patria e per l’autorità, in molti casi si imparava un mestiere o si coltivava una passione che poi diventava la professione da lì in avanti, si imparava la coesistenza e la solidarietà forgiata dal cameratismo, si imparava a stringere i denti e ad affrontare le difficoltà.

Non sono un sostenitore del ritorno della naja, considero l’idea sbagliata e fuori luogo. Fare il militare è una professione, va lasciata ai professionisti. Sono altresì un fautore dell’impegno civico, che si può manifestare in svariate forme. Un impegno che possa anche essere regolato da obbligatorietà di qualche mese, come era il servizio militare. Indistinto tra uomini e donne. Nell’agire l’impegno civico si agisce il senso di patria. Una società che incentiva e sviluppa l’agire il senso civico è una società che getta le basi per un futuro migliore.

Alfredo Cottini
Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente. Per diversi anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Amo il mio cappello da Alpino per quello che rappresenta. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Considero la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio uno strumento utile per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino