Riscopriamo la dimensione famigliare dello stare a tavola, genitori e figli. Condividendo parole e vita

Il noto regista americano Steven Spielberg ha dichiarato: “Ho sentito molto l’assenza di mio padre nel periodo della mia crescita, anche se come famiglia eravamo uniti. Mio padre era un vero workaholic. Non faceva altro che lavorare”.

Dalla sua biografia, si apprende che l’assenza paterna e le difficoltà nelle relazioni tra adulto e bambino e tra genitori e figli diventeranno in seguito temi ricorrenti in molti suoi film.

L’argomento è talmente vasto che si presta a considerazioni su più fronti. Io non sono né uno psicologo né un sociologo e mi guardo bene dal cimentarmi su un terreno per il quale non ho competenze ma come padre, seppur in senso spirituale, mi permetto di fare alcune considerazioni, partendo da un aspetto che anche nel Vangelo trova campo con una certa frequenza.

È l’ambito del pasto, dello stare a tavola che per Gesù più volte è diventata occasione di catechesi. Mangiare è un atto di rapporto. Si mangia infatti sempre con un “tu”, indipendentemente dalla consapevolezza che ne abbiamo.

Troppo spesso ci si fissa sul mangiare come una questione di bilancia e di calorie, di fabbisogni e tabelle, e non, invece, una questione di rapporto.

Oggi, più che mai, occorre che la tavola torni al centro delle nostre serate, costasse anche la fatica di modificare l’organizzazione del proprio lavoro, per dare spazio alla dimensione familiare. Si mangerà tanto meglio quanto più sereno, affabile e gradevole sarà il clima che siamo in grado di generare. Partendo sempre dal fatto che il o i destinatari non sono un piatto di risotto o una costata di manzo, ma piuttosto un’altra persona, altre persone a partire dal coniuge e soprattutto dai figli.

Il nostro territorio ha sicuramente una cultura del cibo che manifesta a più riprese con molte occasioni di aggregazione. Ma non c’è solo la dimensione sociale per cui godiamo pure delle varie feste e sagre ma non dimentichiamo di curare la dimensione più propriamente familiare.

Se non partiamo o ripartiamo da questa anche il sociale ne risente. A partire dalle espressioni di nostri ragazzi che a malincuore dicono “mio papà è sempre al lavoro”. La cena (e faccio riferimento a questa perché ormai colazione e pranzo, vista l’organizzazione delle giornate di giovani e adulti, sono quasi sparite dal ménage familiare) è e deve sempre più essere un momento narrativo.

È un tempo prezioso in quanto rappresenta forse l’unico spazio narrativo della famiglia all’interno di un’intera giornata. A tavola non mangiamo solo cibi ma anche le parole degli altri e allo stesso modo offriamo le nostre parole a chi cena con noi.

Proviamo a tenere spento il televisore durante la cena, in modo che non sia lui a parlare al posto nostro? Aumentiamo il livello delle nostre conversazioni, non limitandoci a monitorare ciò che hanno fatto i figli o a valutarne le performance scolastiche? Raccontiamoci, con calma, la giornata perché siamo interessati l’uno alle vicende dell’altro: successi ottenuti, imprevisti incontrati, contrattempi risolti, incontri infruttuosi, attese deluse, speranze realizzate.

Ricordiamoci che soprattutto i nostri ragazzi non vivono di sola scuola, interrogazioni, voti, gare sportive, ma che hanno desideri, paure, preoccupazioni e attese.

Questo lavoro di famiglia richiede presenza. Bisogna esserci. Per evitare di essere dei workaholic che tradotto letteralmente significa “maniaco del lavoro”. Le manie, sappiamo bene, non garantiscono risultati e spesso rendono antipatiche le persone che le incarnano. Come ha detto qualcuno, i bravi manager cenano a casa. Perché mangiare in famiglia fa bene a tutti. Parola dello stesso Gesù.