Palazzolo: I ricordi di un nonno

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La gente di Palazzolo vanta il primato in Italia di aver fatto erigere il primo monumento ai Caduti nella guerra 1914-1918. E’ stato costruito nella piazza della chiesa parrocchiale e inaugurato il 3 agosto 1919. Sul basamento sono incisi i nomi dei soldati morti durante il primo conflitto e in seguito anche quelli dei caduti nella seconda guerra mondiale e sotto lo stemma sabaudo, il nome di don Augusto Corsi, curato e maestro a Palazzolo tra il 1908 e il1926, data della sua morte.

 

Il sacerdote si è occupato di far erigere il monumento, sul quale ha fatto incidere le seguenti parole: “Ai nostri eroi caduti pel dovere nella guerra mondiale 1914 – 1918 glorificando religione e patria”. Ha coordinato la messa in opera della struttura, contribuito finanziariamente alla realizzazione e scritto la poesia: “Inaugurandosi mestamente il cippo marmoreo alle vittime care della guerra mondiale 1914-1918”, in cui ricorda i nomi dei caduti e i luoghi. Il successivo 8 dicembre, dopo il ritorno dei prigionieri di guerra, organizzò una solenne celebrazione e scrisse un’ode: “Ai reduci cari de la guerra nefanda”.

 

Ancora oggi il 4 novembre e il 25 aprile, date storiche della fine delle due devastanti guerre, davanti al monumento si tiene la commemorazione dei Soldati Caduti per la Patria alla presenza dei reduci, delle autorità, del parroco, che per l’occasione celebra una S. Messa di suffragio, e della popolazione di Palazzolo sempre partecipe e speranzosa in una pace duratura in Italia e nel mondo intero. La mia famiglia è stata risparmiata da lutti di guerra. Mio nonno Michelangelo Rizzi (nella foto), da tutti chiamato Angelo, classe 1887, combattente della grande guerra, dopo aver vissuto momenti di paura per la sua vita, sopportato stenti, freddo e prigionia a Mauthausen in Austria, è tornato a casa.

 

Nonno Angelo, alpino, chiamato alle armi a ventotto anni, appena si sollecitava così raccontava. “Erano i primi mesi del 1916, quando l’Austria organizzava la “spedizione punitiva” per occupare alcuni punti strategici sul confine a sud del Trentino. La compagnia comandata da Cesare Battisti, alla quale io appartenevo, aveva l’obiettivo di conquistare il Monte Corno di Vallarsa, sul Pasubio, che in seguito fu chiamato Corno Battisti. Il nemico austriaco doveva essere attaccato di sorpresa senza la preparazione del fuoco offensivo, perciò dovevamo sferrare il primo attacco completamente allo scoperto, salire fra le rocce in fila per uno e in silenzio. La prima offensiva sembrava aver aperto alcuni varchi nelle trincee nemiche, ma poi sotto il contrattacco avversario e l’imperversare dei proiettili, eravamo dovuti arretrare. Fra la primavera e l’estate sono stati molti i combattimenti e gli sforzi di tutte le compagnie d’attacco inutili.

 

Le vie di comunicazione erano tutte nelle mani nemiche. In una di queste offensive, nel marzo del 1916 nella Vallarsa, moriva Augusto Pietropoli, ricordato sul monumento. Il tenente Battisti, in un ultimo slancio eroico, ci aveva condotto contro i reparti nemici con un assalto combattuto anche con la baionetta, ogni uomo moltiplicava le sue forze ma nulla arginava la pesante massa di soldati avversari che travolgeva ogni difesa. Il nostro impeto era subito arrestato con il fuoco d’artiglieria delle mitragliatrici puntate per fermare ogni avanzata dalle fortificazioni nemiche ancora intatte situate più in alto. In una giornata morirono centinaia di soldati, siamo rimasti un gruppetto di venti uomini costretti a cedere, fatti prigionieri con Cesare Battisti e condotti a Trento al Castello del Buonconsiglio. Cesare Battisti era rinchiuso in cella e in seguito interrogato dagli austriaci.

 

A noi chiedevano informazioni sulle mosse del tenente, minacciandoci di ucciderlo. Nessuno dei soldati apriva bocca. Il nostro comandante era processato e condannato per tradimento e dopo due giorni verso sera portato nel cortile del Castello e noi costretti ad assistere da vicino alla sua esecuzione. Nessuno fiatava o faceva un cenno, solo il grido estremo di Battisti: “Evviva l’Italia!. Persino il boia tremante ed emozionato per l’eroismo del martire non aveva annodato bene la corda. Il corpo del condannato non essendo più sostenuto sotto i piedi da una cassa, con il peso aveva fatto sciogliere il laccio e cadeva al suolo. Alcuni assistenti lo avevano sollevato e il giustiziere portava a termine la sua lugubre opera.

 

C’era un silenzio profondo, il cappellano inginocchiato recitava il De profundis, un colonnello comandava di pregare. Le nostre labbra si muovevano ma rimanevano mute, eravamo sull’attenti, terrorizzati, con lo sguardo fisso su quel povero corpo che era stato coperto pietosamente con un telo”.

 

Era il 12 luglio 1916. Quando il nonno raccontava l’accaduto, si esprimeva così: “Son sta obligà a vardar quando i picaa Cesare Batisti”. Onorava il ricordo del tenente parlandone e scrivendo il suo nome. In un libro che narrava episodi di guerra, che mio marito Renato gli aveva regalato, su una pagina aveva scritto con grafia incerta “Batisti”, con il piccolo lapis che teneva sempre nel taschino del gilè e che bagnava di saliva prima di scrivere, come si usava fare con la matita copiativa.

 

Il nonno così continuava: “Ero salvo ma prigioniero, condotto nel campo di prigionia di Mauthausen in Austria e rinchiuso per oltre due anni”. La sopravvivenza al campo era un miracolo. “Non c’era cibo, raccoglievo anche le bucce di patata e strane erbe, il grande freddo patito mi aveva provocato il congelamento degli arti inferiori, protetti solo dalle fasce e da rudimentali ghette, che mi aveva confezionato un mio compagno di sventura di Caprino che s’intendeva di scarpe”. Li ricordo questi strani gambali marron, il nonno diceva essere di corame, con due fibbie che servivano per stringerli all’arto; li ho visti per molto tempo conservati in soffitta.

 

La nonna “Nina” raccontava di aver usato la sua “mantelina”, piccolo tabarro in dotazione ai soldati del tempo, come telo da stiro, mentre con la “sopressa con le brase”, ferro da stiro riscaldato con braci ardenti, stirava i pochi indumenti del tempo. Il regalo più gradito al nonno era di essere accompagnato sul luogo dei suoi patimenti di guerra. Fino quasi al termine dei suoi giorni, ci ha lasciati a novantatré anni, ogni tanto lo portavamo a Passo Buole, o a Rovereto. Alla “fossa” del Buonconsiglio di Trento, così chiamava il cortile dell’esecuzione, sostava in silenzio, mentre negli altri luoghi era fiero di raccontare alla gente che incontrava di aver combattuto con Cesare Battisti.

 

Ricordo nonno Angelo, specialmente d’inverno, seduto davanti alla “cucina economica”, con il forno aperto per sentire meglio il calore che la stufa emanava verso le sue gambe tanto sofferenti. In cucina a fianco del camino, aveva appeso una carta geografica d’Europa, patinata ma molto ingiallita, indicava con una sottile canna di bambù, i luoghi dove aveva combattuto, era stato tenuto prigioniero e… raccontava.

 

Aggiungo un aneddoto. Al nonno non piaceva il formaggio, durante la guerra e la prigionia, quando raramente capitava nel rancio, chiedeva ai compagni di scambiarlo con un pezzo di pane. Nessuno accettava il baratto e allora lo regalava. Durante una gita con lui nella Vallarsa, ci siamo fermati a fare merenda. Abbiamo ordinato dei toast senza pensare a uno senza formaggio. Appena il cameriere li ha serviti ho ricordato che non gradiva questo ingrediente. Subito il nonno ha tolto tutti d’impaccio dicendo che aveva molto appetito, che il toast era talmente invitante e profumato che lo mangiava volentieri. Tornato a casa, disse: “Nina, son tanto contento, ò fato ‘na bela girada e ò magnà anca formaio”. Per la sua lunga vita, abbiamo potuto godere per molto tempo del suo dire in aneddoti, filastrocche e cantilene.