Ricorda di disobbedire. I significati del prendere posizione, sempre

  

“Vietato morire” è la canzone con cui il cantautore albanese Ermal Meta si classificò terzo nei Big del festival di Sanremo 2017. Questo intenso brano tratta il delicato tema della violenza domestica, che l’autore visse attraverso l’odio del padre nei confronti della sua mamma.

Ricordo ancora quando la sentì in TV. Ero piccola e la apprezzai subito per la melodia, non tanto per le parole. A distanza di anni, ora, a queste parole do un peso e ne riconosco il significato; il testo è un invito a non tacere dinanzi alla violenza, anche – e soprattutto – quando abbiamo paura a denunciare.

Sono troppe le volte in cui leggiamo cronache sulla violenza o abbiamo sentito qualcuno raccontare le proprie esperienze. E il primo passo per annientare la violenza è conoscerne tipologia e cause. Infatti, l’espressione di violenza più evidente risulta essere quella fisica, che può sovente assumere la forma di schiaffi nell’ambiente domestico oppure è la prepotenza di un bullo che sopraffà un compagno più debole. O ancora le guerre, da sempre esistite.

Tuttavia, purtroppo, esistono altre sfaccettature: la violenza psicologica, ad esempio, è forse peggiore, in quanto consiste nella manipolazione emotiva dei consenzienti, nella discriminazione. Infine ci sono quella economica e quella culturale; se la prima consiste nello sfruttamento lavorativo e nella disuguaglianza sociale, che può riguardare una sfortunata minoranza, la seconda tange tutti, dal primo all’ultimo, tramite stereotipi e violenze di genere.

Così, davanti a un caso di sopruso, la domanda sorge spontanea: perché? E’ curioso sapere cosa spinge le persone a fare della violenza il mezzo di espressione col quale avere la meglio. Per l’appunto, potremmo risponderci che per molti è uno strumento per mantenere il controllo. Qualcosa a cui ricorrere quando urge richiamare all’ordine chi non rispetta le proprie scelte, le proprie regole. Infatti, impadronirsi del corpo di qualcuno, mettere le mani addosso, può dare soddisfazione solo se come replica si ottiene silenzio e obbedienza, e non si viene ripagati secondo la legge del taglione.

In altri casi, invece, la violenza è giustificata da norme sociali che la normalizzano, come avviene oggidì in certi Paesi particolarmente poveri dove non sono rari i casi in cui la gente ruba o violenta per mancanza di accesso alle risorse o per esclusione sociale.

Alla luce di questi esempi, un punto di contatto è facilmente individuabile: il pregiudizio e la mancanza di conoscenze sono fattori che alimentano la conflittualità. Non c’è mai stato e mai ci sarà un caso in cui i violenti non sono persone ignoranti e spaventate. Impaurite di perdere una persona a loro cara ma che non ricambia i sentimenti, di perdere il posto di lavoro. Atterrite di non riuscire a vivere senza qualcosa o qualcuno.

Dal momento che non abbiamo la certezza che ai violenti verrà fatta scontare la giusta pena immergendoli nel sangue bollente, come avviene ai violenti contro il prossimo del VII cerchio, di cui scrive Dante nell’Inferno, dobbiamo ricorrere ad alternative soluzioni altrettanto efficaci.

Partecipare a proteste pacifiche scendendo in piazza e parlare all’unisono può essere un inizio, un momento di ritrovo per affrontare il dolore, così come fare dell’arte, della musica e della scrittura il proprio scudo, la propria espressione.

Prendere una posizione, infatti, non è sempre richiesto ma di certo non è mai futile – se fatto con educazione e contegno -, perché può dare forza e voce alle vittime che non ne hanno. Questo è il significato che, per me, la parola disobbedienza assume dinanzi agli atti violenti: rispondere con fermezza a norme ingiuste, ad abusi, a ruoli imposti. Parlare per farsi ascoltare; agire per salvarsi la pelle.

Al fine di cambiare la società corrotta nella quale viviamo, non sono la sola a credere che dapprima si dovrebbe rivisitare il sistema scolastico nel quale i giovani, nonché i futuri cittadini del mondo, costruiscono il proprio spirito critico e dipingono la propria identità. Per costruire una cultura della disobbedienza etica, infatti, basterebbe educare alla libertà di pensiero, al valore dell’empatia e all’uguaglianza di genere e di provenienza promuovendo modelli positivi di resistenza e coraggio morale, a partire da donne e uomini che hanno resistito contro la violenza fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Occorre, allora, tenere gli occhi ben aperti, dar voce ai nostri sentimenti e, se serve, gridare. Gridare senza paura. Invitiamo tutti a riflettere sul significato della disobbedienza, inteso non come atto distruttivo ma come possibilità di costruire una società più corretta.

Infine non pensiamo che la violenza non ci riguardi solo perché non la viviamo in maniera diretta. E’ ovunque e l’indifferenza le dà nutrimento, crescendola come un’ombra silenziosa. “Scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza. Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, è vietato morire”.

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