Referendum sulla giustizia di domenica: la guida del Baco per un voto consapevole

Il doppio appuntamento elettorale del 12 giugno si avvicina: gli elettori non saranno chiamati solo a votare alle amministrative in quasi mille Comuni (tra cui Verona), ma anche per i referendum sulla giustizia, promossi da nove consigli regionali di centrodestra e sostenuti dal Partito Radicale.

Trattandosi di referendum abrogativi, è previsto il raggiungimento di un quorum; pertanto, l’esito referendario sarà approvato se si sarà espressa la maggioranza (50%+1) degli aventi diritto.

I cinque referendum riguardano l’ordinamento giudiziario e toccano argomenti inerenti al processo penale e al contrasto alla corruzione, in particolare all’abolizione della legge Severino sull’incandidabilità e la decadenza dei condannati, alla limitazione delle misure cautelari, alla separazione delle carriere tra giudici e pm, alla valutazione sulla professionalità dei magistrati da parte dei “non togati”, e all’abolizione dell’obbligo della raccolta firme per i magistrati che si candidano al Consiglio Superiore della Magistratura. Era stato proposto, infine, anche un sesto quesito relativo alla responsabilità civile dei magistrati, che però non ha superato il vaglio della Corte Costituzionale, in quanto ritenuto inammissibile “per il suo carattere manipolativo e creativo” e per una “mancanza di chiarezza”.

All’interno del panorama politico, oltre alla Lega di Matteo Salvini e ai Radicali, si è dichiarata a favore del sì anche Forza Italia, essendo l’abolizione della legge Severino e la separazione delle carriere vecchie battaglie di Silvio Berlusconi. Anche partiti di centro e con una matrice di centrosinistra, come Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda, si esprimono a favore di tutti e cinque i quesiti referendari.

Qualche distinguo è stato invece sollevato dal partito Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni si è detta contraria sia alla limitazione della custodia cautelare sia all’abolizione della legge Severino, mentre a favore del sì relativamente agli altri tre quesiti.

In area del centrosinistra, invece, la posizione del Partito Democratico non ha assunto una linea definitiva, avendo indicato la libertà di voto ai propri elettori. Fra i contrari a tutti e cinque i quesiti vi è il Movimento Cinque Stelle.

Qui di seguito proponiamo una breve guida al voto, descrivendo punto per punto gli ambiti di competenza e le modifiche che i quesiti referendari propongono. Si voterà domenica 12 giugno, dalle ore 7 alle 23 presso il proprio seggio elettorale. Rinviamo al sito del Ministero dell’Interno per la consultazione dei testi del referendum e per altre informazioni generiche.

  1. Abolizione della legge Severino

La legge Severino, in vigore dal 2012, è un provvedimento che regola il sistema di incandidabilità e di decadenza di un politico dalle sue cariche o dal mandato elettorale. Risulta, pertanto, incandidabile chi è stato condannato definitivamente ad almeno due anni di carcere per mafia, terrorismo o allarme sociale, a più di due anni per delitti contro le pubbliche amministrazioni (come, ad esempio, peculato, concussione o corruzione), oppure chi ha ricevuto una condanna per reati che prevedono una reclusione non inferiore a quattro anni.

Qualora vincesse il sì, il decreto verrebbe abrogato e si cancellerebbe l’automatismo che regola i principi di incandidabilità e di decadenza. Tornerebbe, dunque, centrale il ruolo del giudice che sarà chiamato a valutare caso per caso e decidere, in caso di condanna, di imporre o meno l’interdizione dai pubblici uffici. In questo modo, verrebbe valorizzato il diritto alla presunzione di innocenza, per cui l’incarico di un amministratore locale non verrebbe sospeso a seguito di una sentenza di condanna non definitiva.

Tra le ragioni che sostengono il no (e quindi a favore del mantenimento della norma) vi è l’idea che la legge Severino derivi direttamente dall’art. 54 della Costituzione, secondo cui le cariche pubbliche devono essere svolte “con disciplina e onore”, quindi con maggior trasparenza e virtuosismo rispetto al resto della cittadinanza.

  1. Limitazioni alle misure cautelari

Le misure cautelari sono dei provvedimenti disposti dal giudice su richiesta del pubblico ministero che limitano la libertà di chi è indagato, anche se non condannato in via definitiva, a seguito di esigenze, appunto, di cautela. Le misure cautelari si dividono in personali e reali: le prime intervengono sulla libertà della persona attraverso, ad esempio, la custodia in carcere, gli arresti domiciliari o la sospensione della potestà genitoriale; le seconde sono relative ai beni dell’indagato, come, ad esempio, il sequestro di somme di denaro o proprietà, il pignoramento del conto corrente. Le misure cautelari hanno, pertanto, lo scopo di evitare il rischio che la persona indagata possa fuggire, inquinare le prove o commettere nuovamente il reato.

Il quesito referendario interviene su quest’ultimo aspetto della legge: qualora vincesse il sì, verrebbe abrogato il presupposto di reiterazione del reato, mentre il pericolo di fuga o l’inquinamento delle prove rimangono elementi di garanzia validi.

Ciò non significa che un indagato omicida seriale possa essere a piede libero in attesa della conclusione del processo, in quanto rimane in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi. È il caso, ad esempio, dello spacciatore arrestato per indizi di colpevolezza: se ci fosse la ragionevole certezza che lasciandolo in libertà non commetta reati più gravi con l’uso di armi, non fugga e non inquini le prove, non si potranno, dunque, imporre misure cautelari in carcere fino alla fine del processo, anche se non si esclude che continuerà a spacciare.

I sostenitori del sì indicano che in Italia negli ultimi anni si è registrato un aumento sproporzionato dei casi di custodia cautelare: secondo i dati del Ministero della giustizia, infatti, nel 2021 è stato pari a oltre 24 milioni di euro il costo necessario a sanare le ingiuste detenzioni; un risarcimento in media pari a 43 mila euro per persona.

Secondo i sostenitori del no, invece, una limitazione dei provvedimenti di custodia cautelare comporterebbe ulteriori rischi per i cittadini, a fronte di possibilità di applicazioni comunque già circoscritte.

Una postilla politica: su questo punto la Lega di Matteo Salvini ha effettuato un deciso passo indietro rispetto alla “tolleranza zero” che proclamava alle elezioni politiche del 2018; nel programma di quattro anni fa, infatti, si proponeva di ampliare il caso di applicazione della custodia cautelare in carcere, come il reato di spaccio di lieve entità, anche a proposito del pericolo di reiterazione del reato.

  1. La separazione delle carriere dei magistrati

Secondo la normativa odierna, un magistrato oggi può passare fino a quattro volte dalla funzione giudicante a quella requirente. Ossia da una funzione che giudica, ovvero che si pronuncia su determinate controversie, a una funzione di pubblico ministero, che accusa e dirige le indagini. Si sono, di conseguenza, verificati casi in cui magistrati hanno condotto indagini per anni (funzione requirente), per poi passare al ruolo neutro di chi dovrebbe deliberare su un processo con distacco ed equilibrio (funzione giudicante). Ed è già capitato che passaggi di questo tipo avvenissero in tempi rapidi durante il medesimo processo.

Il quesito punta a eliminare la permeabilità dei magistrati tra funzione giudicante e requirente, imponendo la scelta del ruolo tra giudice e pm fin dall’inizio della carriera, garantendo una maggiore imparzialità ai cittadini sottoposti a processo.

Secondo i sostenitori del no, invece, la Magistratura dev’essere vista come un corpo unico, quindi non oggetto di separazioni definitive tra funzioni giudicante e requirente.

  1. La valutazione dei magistrati

Il quarto quesito è relativo alla valutazione della professionalità dei magistrati, che rientra fra le attività di competenza del Consiglio Superiore della Magistratura. Per procedere alla valutazione il Csm si serve dei pareri raccolti dai Consigli giudiziari, espressi dai magistrati che ne fanno parte.

Il quesito mira a modificare le competenze anche dei membri “laici” (come professori universitari e avvocati) che fanno parte dei Consigli giudiziari, ma che, ad oggi, non hanno la facoltà di esprimere giudizi valutativi. Se vincesse il sì, anche membri “non togati” potrebbero esprimersi in merito all’operatività dei magistrati, sbloccando quella prassi per cui solo magistrati valutano sempre altri magistrati e smorzando il sistema delle correnti all’interno del Consiglio.

I sostenitori del no, invece, ritengono prioritario preservare l’indipendenza dei magistrati, evitando situazioni per cui avvocati possano influenzare con il loro voto la carriera di un giudice con cui si confrontano durante un processo.

Al di là delle opinioni, secondo i dati più recenti del Csm, le valutazioni dei magistrati negli ultimi anni sono state sempre positive: dal 2008 al 2016 la quota di pareri favorevoli non è mai scesa sotto il 97 per cento, con un minimo del 97,2% nel 2012 e un massimo del 99,6% nel 2015. Il 2009, invece, ha registrato la quota più alta di valutazioni negative, pari all’1,5%.

  1. Elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura

Il Csm è un organo previsto dalla Costituzione italiana, che amministra la giurisdizione e garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Dei 27 membri ne fanno parte di diritto il Presidente della Repubblica (il quale lo presiede), il Primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione; gli altri componenti sono eletti per la quota di 2/3 da tutti i magistrati, mentre i rimanenti 8 sono selezionati dai membri delle due Camere parlamentari, riunite in seduta comune.

Allo stato attuale, la candidatura di un magistrato al Csm deve essere sostenuta da almeno 25 firme (con un massimo di 50). Se vincesse il sì, quest’obbligo verrebbe meno, ciascun magistrato si candiderebbe in autonomia e si porrebbe fine al sistema di correnti (e degli orientamenti politici) all’interno del Csm.

Secondo i sostenitori del no, come tutti gli altri processi elettorali, anche nel Csm occorre focalizzarsi sulla conoscenza dei singoli candidati, partendo da una base di consensi minima.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.