Referendum costituzionale: una guida per un voto consapevole anche a Sona

Domenica 20 e lunedì 21 in Veneto ci sarà l’election day, ossia si voterà sia per la nomina del Presidente e del Consiglio Regionale sia per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, da 945 a 600 (115 senatori e 230 deputati in meno), una diminuzione di un terzo. A differenza del referendum abrogativo, per il referendum costituzionale confermativo non è previsto il raggiungimento di un quorum; pertanto, l’esito referendario è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori.

Il quesito referendario è il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?».

La riforma, se confermata, entrerà in vigore alla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere e, in ogni caso, non prima che siano trascorsi sessanta giorni dalla data di approvazione. Di seguito analizziamo i due possibili scenari.

Gli effetti del No

Qualora la maggioranza degli elettori si esprimesse con un no, a livello istituzionale si manterrebbe lo status quo: nessuna variazione nella composizione delle camere e rafforzamento del dogma dell’intangibilità della Carta Costituzionale.

Dal punto di vista politico lo scenario potrebbe essere più interessante: il taglio dei parlamentari (e dei costi della politica) è un’istanza portata avanti da sempre dal Movimento 5 Stelle, che ha fatto della lotta alla casta il proprio cavallo di battaglia. Una vittoria del no, accompagnato magari da una bassa affluenza alle urne (almeno inferiore del 50%), rappresenterebbe un chiaro segnale di scarsa fiducia o disinteresse verso la classe dirigente attuale.

Nonostante il M5S non abbia commesso l’errore politico di Renzi nel 2016 (“Se perdo al referendum, mi dimetto”), una vittoria del no non comporterebbe comunque effetti destabilizzanti all’Esecutivo; il premier Conte ha dimostrato tattiche di adattamento (galleggiamento) non comuni, e il risultato negativo al referendum non minerebbe la stabilità del Governo. Forse l’unico banco di prova su questo tema è dato dall’esito delle elezioni regionali per l’attuale maggioranza (attenzione alla tenuta del PD in Toscana).

Gli effetti del Sì

Tra i principali vantaggi conseguenti alla vittoria del vengono ricondotte una maggior efficienza dell’attività politica stessa (un Parlamento più piccolo funziona meglio) e una diminuzione dei costi della politica stessa. Argomentiamo le tesi con qualche numero.

Tra i Paesi OCSE l’Italia è seconda solo al Regno Unito in termini di numerosità dei Parlamenti.

Elaborazione di “lavoce.info”

Si tratta, tuttavia, di un dato di natura relativa che necessita di essere contestualizzato: dal grafico seguente traspare quanto ogni cittadino è rappresentato da ciascun parlamentare. In Europa l’Italia è al 23esimo posto, con un parlamentare ogni 62.815 abitanti. Meno rappresentanza è riscontrabile in Polonia, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Germania (in cui un politico rappresenta quasi 106 mila abitanti).

Elaborazione di “lavoce.info”

Un minor numero di parlamentari permetterebbe di monitorare la loro attività con maggiore attenzione e assicurarsi che svolgano le proprie funzioni in modo corale, attivo e produttivo.

Qualora vincesse il sì, e se non venisse approvata una legge elettorale funzionale e duratura, la diminuzione del numero dei parlamentari implicherebbe, l’assenza di rappresentanti politici in alcune aree del Paese, creando sproporzioni tra le Regioni: mentre, ad esempio, Veneto, Toscana, Puglia e Lazio e la Circoscrizione estero avrebbero una riduzione di un terzo del numero dei seggi, i senatori in Basilicata e Umbria verrebbero più che dimezzati.

Passando al tema dei costi, l’Osservatorio dei conti pubblici italiani quantifica il risparmio annuo derivante dal taglio del numero dei parlamentari in 57 milioni di euro (circa 285 milioni per ogni legislatura), corrispondente allo 0,007% della spesa pubblica italiana.

L’argomentazione che viene mossa alla prima tesi è che senza mutare la rappresentanza dei parlamentari nei confronti della cittadinanza, si può ottenere lo stesso risparmio derivante dalla conferma del referendum. Come espresso da lavoce.info, al netto dell’eliminazione o riduzione dei vitalizi, tema già oggetto di discussione ma continuamente rinviato, tra le voci di bilancio su cui si può intervenire vi è la spesa di funzionamento delle Camere: rispetto al Parlamento francese, molto simile in termini di seggi elettorali (sono solo venti in più rispetto al caso italiano), per l’acquisto di beni e servizi e spese di rappresentanza l’Italia spende più del doppio (145,8 milioni di euro contro 65,1). Anche attraverso una riduzione discrezionale di un quinto, si concretizzerebbe un risparmio effettivo di 29 milioni.

Un’ulteriore voce che meriterebbe una rivisitazione è quella relativa ai trasferimenti ai gruppi parlamentari, pari oggi a 50 milioni, in cui rientrano le spese per il personale dipendente, per la comunicazione e per servizi amministrativi. Ipotizzando un decremento del 10% del costo, il risparmio ammonterebbe a dei non indifferenti 5 milioni.

L’ultimo taglio potrebbe toccare l’indennità e i rimborsi ai parlamentari, pari oggi a circa 25 milioni di euro: anche solo allineando lo stipendio dei parlamentari a quello della media europea (11.800 euro mensili), l’ammontare del costo verrebbe ridimensionato del 16%.

La volontà di tagliare la spesa attraverso la riduzione del numero dei parlamentari non tiene, pertanto, conto dell’entità dello stipendio. Come mostrato nel grafico seguente, il rapporto fra il salario di un parlamentare e il reddito pro-capite di ciascuno Paesi selezionati è estremamente elevato per l’Italia, e rimarrebbe tale anche con la vittoria del .

Elaborazione di “lavoce.info”

Conclusioni

Il referendum rappresenta un primo passo verso un modello di efficienza e controllo. Un Parlamento più piccolo funziona meglio: numeri alla mano, nella scorsa legislatura il 30% dei senatori italiani ha disertato più di un terzo delle votazioni, concentrando l’attività legislativa su poco più del 10% dei parlamentari, aventi più di un incarico; due terzi dei nostri senatori sarebbero rimasti senza alcun ruolo.

Come si evince dai numeri e dai grafici, l’Italia è sicuramente sovradimensionata rispetto al contesto internazionale, tuttavia, il taglio orizzontale del numero dei parlamentari non cambierebbe l’assetto organizzativo del Parlamento e non inciderebbe su una così tanto efficace semplificazione dell’iter legislativo: rimarremmo comunque con due Camere e un sistema di bicameralismo perfetto. Invece di mantenere un Senato con le stesse competenze e un numero di senatori (troppo) basso, avrebbe conferito una svolta organizzativa e legislativa il passaggio a un sistema monocamerale. Manca, pertanto, una visione politica più ampia, come la trasformazione dell’Italia in una Repubblica semipresidenziale o federale, in grado di aprire un dibattito di spessore e contenuti.

Il referendum, pertanto, agisce solamente sull’aspetto quantitativo, non su quello qualitativo della democrazia: smontato il tema dei costi (lo stesso risparmio si può ottenere tagliando voci di spesa parlamentare), non vengono cambiati i meccanismi di controllo o la disciplina dell’attività politica nelle Camere, elementi prioritari rispetto alla dimensione delle istituzioni.