Ranch Barlot alle pendici del Baldo, una lunga storia di cavalli e di vita

C’è un luogo a Verona, alle pendici del Monte Baldo, dove un uomo e la sua famiglia vivono in simbiosi con l’animale definito nobile per eccellenza: il cavallo. In un contesto naturale splendido circondato da prati e bosco, con una vista altrettanto splendida sulla pianura sottostante e su una porzione del lago di Garda che la sera diventa uno specchio per il sole che tramonta. Siamo nella contrada di Porcino nel Comune di Caprino Veronese. Questo luogo incantato è il Ranch Barlot.

Facciamo visita al ranch in una giornata piovosa con le nuvole che mettono “el capèl al Baldo”. Addentrandosi nel bosco che delimita l’area è come entrare nel paese degli gnomi e delle fate. L’atmosfera è tipica delle giornate in cui il bosco ti dice di fermarti ad ascoltare il silenzio della natura.

Ci accoglie nella loro casa, con buon caffè, la famiglia Righetti che da più di quaranta anni è custode e tenutaria dell’area. Angelo, il capostipite, con la moglie Graziana, la figlia minore Silvia e la figlia dei lei Sofia. La dimora è tipica di una casa di campagna o mezza montagna: attorniata da alberi e piante rampicanti e da animali, semplice e “calda”. Di quel calore umano che riempie l’animo e ti mette splendidamente a tuo agio.

Tra l’aria densa di umidità, fuori, si distinguono le sagome delle stalle dove alloggiano i cavalli: uno di loro è nel campo antistante, noncurante della pioggia battente, assorto nel suo essere un animale sereno che vive in libertà. L’accoglienza che ci riservano è molto bella. La stretta di mano con Angelo è energica e decisa. Di primo acchito, guardandolo anche nei suoi occhi profondi, si capisce che è un uomo dal carattere forte e determinato. Dentro di me sento che sarà una intervista da ricordare negli anni a venire.

Sono nato a Parona nel 1939 – esordisce Angelo – per cui quando avevo pochi anni la convivenza quotidiana era con le truppe tedesche che, dopo l’armistizio del 8 Settembre 1943, avevano occupato la città. Vivendo in campagna si viveva in simbiosi con gli animali: mucche, animali da cortile. E poi lui, il mio amore a prima vista: il cavallo. I mezzi di lavoro e di locomozione erano gli animali, in corte dove abitavo c’era una carrozza trainata da un cavallo”.

Guardo Angelo mentre pronuncia la parola cavallo. Fa un profondo sospiro e il suo sguardo si volge verso l’alto alla ricerca delle radici della sua passione. “La mia giostra – prosegue Angelo – era la carrozza. Su e giù continuamente. E non ti dico le cadute con ammaccature ovunque. In particolare sulla testa, che è piena di cicatrici a ricordo. Per fortuna però mai con conseguenze serie. Solo tanta paura per i miei genitori. Durante l’occupazione tedesca Parona era spesso bombardata dagli alleati. Per cui la sera mio fratello Adelino preparava il carro con dentro la paglia e portava tutti noi sei fratelli a Santa Maria di Negrar dove abitava mio zio. La strada costeggiava la ferrovia Verona Caprino e spesso incrociavamo i treni trainati da locomotive a vapore. Lì davanti a me, a trainare il carro, sua maestà il cavallo! Figurati cosa rappresentava quel viaggio per me”.

Fino ai diciotto anni la vita di Angelo si dipana nel lavoro dei campi sostenuto dal cavallo nelle parti di lavorazione pesante come l’aratura, il fare fieno, la trebbiatura del frumento o il trasporto di merci al mercato a Verona. L’animale si cavalcava al pelo perché la sella era un lusso permesso solo ai nobili e ai proprietari terrieri. Cavalcare il cavallo era, in quegli anni, motivo di distinzione sociale. Erano tempi in cui le passioni dei giovani erano rivolte a Bartali e Coppi nel ciclismo o al Grande Torino nel calcio e tutti avevano foto dei loro eroi. Le fotografie di Angelo avevano un solo protagonista: il suo eroe a quattro zampe. “Nel comodino della mia camera – racconta Angelo con emozione crescente – avevo le fotografie della cavalla mulattiera, la razza che veniva incrociata con l’asino di Martinafranca per generare i muli per le truppe Alpine”.

Siamo negli anni ’50. Nel lavoro dei campi il cavallo viene via via sostituito dal trattore e si assiste al declino graduale di questo animale applicato al lavoro nei campi e a tutto l’indotto che gravitava attorno a questa figura, come ad esempio i maniscalchi. Il cavallo, piano piano, diventa un hobby. Per Angelo è arrivato il momento di fare delle scelte: di cavallo, passione viscerale, non si può vivere. Nel frattempo aveva conosciuto Graziana che sarebbe poi diventata sua moglie e madre dei suoi figli. Le responsabilità della vita chiamavano. Dopo aver preso la patente Angelo diventa prima autista di camion e poi, nel 1961, viene assunto come autista di corriere di linea dalla Azienda Provinciale Trasporti di Verona. Vi rimane fino al 1981, al compimento dei 42 anni. Il cavallo però, di lì a poco, avrebbe incrociato di nuovo la sua vita. Cambiandola per sempre. Nel 1973 l’inizio della svolta.

Ho conosciuto il Sig. Zanetti di Caprino titolare di una ditta di manufatti che aveva acquistato un cavallo – ricorda Angelo –. Zanetti aveva una certa paura nel cavalcare questo cavallo imponente che si chiamava Nones e mi chiese se volevo provare a montarlo io. Detto fatto. Era un cavallo però ingestibile: sapendo che era stato preso per il figlio di nove anni gli ho consigliato di restituirlo e prenderne un altro. Vista la mia passione e la mia propensione alla cura dell’animale Zanetti, mi propose di venire ad abitare in una casa di sua proprietà attaccata a Villa Cariola a Caprino. Successivamente ebbi la fortuna di incontrare Virgilio Pinali di Bussolengo che mi introdusse alla conoscenza del cavallo anche dal punto di vista psicologico. Lo stabilire empatia e affetto con l’animale cambiò drasticamente il mio modo di rapportami con esso”.   

Nel suo fondersi con il cavallo sin da bambino Angelo era solito frequentare le officine dei maniscalchi. Guardando come facevano e mosso dalla curiosità che è tipica della sua indole, imparò l’arte e la mise da parte. Un altro incontro fondamentale stava per arrivare nella sua vita: la conoscenza di Franco Bertera di Milano lo portò a lavorare per diversi periodi come maniscalco all’ippodromo di San Siro “dove– ricorda Angelo c’era uno straordinario maestro maniscalco da cui imparai definitivamente l’arte. I maniscalchi erano allora pagati come dei primari di un ospedale. Se penso che da bambino in officina mi chiedevano se mi sarebbe piaciuto fare questo lavoro e che la mia risposta era nemmeno per sogno… La vita! Che cosa straordinaria è quando ti dà delle opportunità! Quella parte importante del mio lavorare assieme al cavallo l’avrei praticata per i successivi quaranta anni!”.

Un altro incontro importante fu con Erik Gressner, un americano del Michigan che aveva casa ad Affi e che introdusse Angelo alla conoscenza del cavallo mustang, la razza dei nativi americani. Erik conosceva di persona un mito come Monty Roberts, un addestratore di cavalli statunitense divenuto famoso con la sua autobiografia scritta nel 1996 “L’uomo che ascolta i cavalli” divenuta best seller.  Nel film “L’uomo che sussurrava ai cavalli” Robert Redford era Monty Roberts.

Nel luglio 1981 il definitivo trasferimento di tutta la famiglia al Ranch Barlot. “Papà – racconta Silvia la figlia di Angelo – aveva già visto questo posto durante una cavalcata. Era semi abbandonato ed era un groviglio di vegetazione. Ma ne rimase estasiato. I Brunelli avevano bisogno di qualcuno che si prendesse in carico il sito e lo facesse rinascere”.

“Non ho fatto nemmeno fatica a convincere la mia Graziana – aggiunge Angelo – con la quale abbiamo sempre avuto una sintonia totale nelle cose della vita. Alla sera del giorno stesso in cui l’abbiamo visto abbiamo comunicato a Franco che accettavamo la proposta”. Il Ranch Barlot diventava la casa dei sogni di Angelo e con lui la nuova residenza di Graziana e dei cinque figli, Paolo, Daniela, Stefano, Cristina e Silvia, che la provvidenza aveva mandato loro.

Iniziò un periodo molto impegnativo per Angelo e Graziana. Nuova casa tutta da sistemare e cinque figli da accudire. Graziana, con la sua fida 850 bianca, si occupava anche delle necessità di trasporto quotidiano dei figli scarrozzandoli su e giù per il Barlot, mentre Angelo mantenne inizialmente il suo lavoro all’APT, la sua unica fonte di sostegno per la famiglia.

Ma nel frattempo, il passaparola nel modo dei cavalli, aveva fatto di Angelo uno dei maniscalchi più quotati in circolazione. “Andavo anche fino a Bari in aereo – ci racconta con orgoglio Angelovenivo pagato profumatamente e il mio reddito si arrotondava. Dentro di me stava maturando l’idea di fare, della mia passione per il cavallo e per il mondo che ci gravitava attorno, la mia professione e la mia ragione di vita. Cosa che avvenne nel 1983. Chiusi il mio rapporto di lavoro con APT eleggendo il Ranch Barlot a luogo totale della mia vita, finché mi sarà concesso di viverci dal Padreterno!”.

Il lavoro per creare l’assetto attuale con il maneggio – precisa la figlia Silvia – fu estremamente impegnativo. Disboscamento, sbancamento e livellamento del terreno, rifacimento di parte della casa. Gran parte sulle spalle di papà. Di giorno era in giro a ferrare anche dieci cavalli, poi arrivava a casa a dar da mangiare a quelli che erano al ranch. La sera, dopo cena, prendeva i ferri grezzi che erano arrivati e li lavorava a caldo per farli diventare scarpe per i cavalli.”. Guardo istintivamente le mani di Angelo. La pelle provata dalle intemperie, ogni ferita rimarginata, ogni solco, ogni deformazione delle dite raccontano appieno questa fatica.

L’arrivo dei primi cavalli è da riportare – continua Silvia nel racconto – alla straordinaria attitudine di papà ad educare ed ammaestrare qualsiasi cavallo. Con una predilezione per i casi disperati: quei cavalli che erano destinati al macello perché ritenuti pericolosi, che non si facevano ferrare ed inabili quindi al lavoro con l’uomo.”. Nel 1984 – ricorda Angelo – ne salvai quattro dal macello ammaestrandoli qui al Barlot”.

Il Ranch diventa nel tempo un sito rinomato per tutto ciò che concerne il nobile animale: un luogo ideale dove farlo vivere, un maniscalco di prim’ordine presente sul posto e l’avvio dell’allevamento. Grazie a dei conoscenti il ranch diventa la casa di alcuni stalloni della razza American Quarter Horse, i cavalli usati dai cowboys. Gli stalloni venivano impiegati poi per fare le monte naturali ed Angelo si proponeva ai proprietari delle fattrici per portare i nuovi puledri a gara di morfologia in giro per l’Italia.

Papà era l’unico che in gara lasciava libero il puledro – racconta Silvia –. Se il puledro in gara ti scappa sei squalificato. Mai accaduto”. Questa attività Angelo la porta avanti fino alla fine degli anni novanta, quindi si palesa all’orizzonte una opportunità con Caneva World. E le opportunità sono la benzina nel motore di Angelo e del Barlot. “All’inizio – racconta Angelo – si trattava di mettere in piedi un intrattenimento per i turisti, la classica passeggiata a cavallo, utilizzando dei puledri Haflinger prestati da un amico. La cosa piacque, venne replicata l’anno successivo. Nel frattempo con Il Caneva abbiamo iniziato a parlare di come mettere in piedi lo spettacolo del Medieval Times, un intrattenimento tutt’ora presente al parco. Al Barlot arrivarono un gruppo di spadaccini a piedi che non erano mai stati a cavallo. Ho insegnato loro non solo a salirci anche ad usarli nel combattimento simulato”.

La collaborazione poi si chiuse e al Barlot rimasero in dotazione una squadra di cavalli acquistati da Angelo proprio per questa collaborazione. Una situazione non proprio prevista. “Ma niente accade a caso – ci dice Silvia scambiando con Angelo una risata complice – avevamo le basi per dare vita al maneggio del Ranch Barlot!”.

Tra le tante storie di cavalli che costellano le vicende del Barlot me ne raccontano una splendida: un signore aveva tre cavalle, una mamma e due puledre, che voleva mandare al macello perché non riusciva a gestirle. Delle tre una puledra un particolare che era molto aggressiva. Saputo della cosa Angelo si fiondò letteralmente da questo signore e acquisì le tre cavalle. Gli occhi esperti di Angelo avevano individuato nella puledra aggressiva un cavallo dal carattere molto forte e dominante, ma molto spaventata dall’uomo. Andava educata. Liù, questa magnifica puledra, diventò un tutt’uno con Angelo. Fino all’anno scorso quando, dopo ventisette anni di vita piena al Ranch Barlot, è andata avanti.

Quando io montavo Liù – racconta Silvia con gli occhi lucidi – e in passeggiata sentiva la voce di papà che stava dietro, si fermava a girava la testa per vedere dove era.”. Liù divenne mamma di ben nove puledri, di cui quattro ancora presenti al Ranch. Uno dei nove era più giocherellone e “sprintoso” degli altri. Per una serie di coincidenze, Spirit, nato del 2006, è diventato il cavallo della serie Un passo dal cielo 2 ed ha recitato con Terence Hill. “Quando cercavo mio marito Angelo – racconta Graziana – lo trovavo spesso nel box di Spirit che dormiva assieme a lui!”.

Veniamo al Ranch Barlot dei giorni nostri. “È una associazione sportiva dilettantistica – ci dice Silvia –. Ho la fortuna di avere una squadra di più di cinquanta ragazzini e adolescenti strepitosa a cui ogni settimana faccio lezione utilizzando la tecnica della monta americana. La più adatta al lavoro uomo animale e la più sicura in passeggiata. Mi interessa che i ragazzi imparino a lavorare con il cavallo con lo spirito di squadra a discapito dell’individualismo, quindi lavorare assieme contemporaneamente per raggiungere un risultato, apparentemente semplice, come mettere i cavalli allineati in pariglia. Incontrando poi una richiesta di alcune persone ho dato poi vita anche ad un Grest Estivo. Opero, assieme a mia nipote Margherita – prosegue Silvia – anche con persone affette da disabilità mentale provenienti da struttura sanitarie pubbliche. Tra di loro anche ragazzi che soffrono di disturbi dello spettro autistico. Con uno di loro, Riccardo, sto ottenendo dei risultati straordinari. Il sogno è aprire un centro di ippoterapia”. 

I sogni al Ranch Barlot sono di casa. Così come la volontà di crederci fino in fondo e spendersi per cercare di concretizzarli. È la storia di Angelo un uomo che dichiara di “essere stato molto fortunato nella vita” ma che la fortuna l’ha anche saputa cogliere e soprattutto alimentare. Un uomo che probabilmente, in una prossima vita, rinascerà con le sembianze di un cavallo o lo è stato in una vita precedente. È il bellissimo racconto di un ranch dove gli uomini e le donne “sussurrano ai cavalli” e che, alle pendici del Monte Baldo, hanno dato vita ad un luogo magico in cui si respira la simbiosi con questo essere vivente e la grande apertura umana che è necessaria per vivere con esso e per portare altre persone a conoscere e ad amare il nobile animale.

Alfredo Cottini
Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente. Per diversi anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Amo il mio cappello da Alpino per quello che rappresenta. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Considero la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio uno strumento utile per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino