Ragazzi stranieri a Sona: diamo voce ad alcuni giovani concittadini

L’immigrazione ha talvolta caratterizzato la formazione dei popoli, spesso influenzandone la politica sociale ed economica. Fin dall’antichità si sono verificate immigrazioni, a volte anche di massa, e, ancora oggi, questi spostamenti influenzano il mondo. Questo fenomeno sociale, che porta l’individuo a spostarsi dal proprio luogo originario verso un altro, oggi non conosce più distanze o distinzione di razza e di età.

Anche le motivazioni che inducono a spostarsi sono le più disparate. La povertà, il lavoro, la guerra, l’amore, il disagio sociale. Quello che non cambia è l’effetto del fenomeno. La conseguenza più evidente di questa grande migrazione è lo sviluppo di vere e proprie società multirazziali. Ovvero una società umana caratterizzata dalla coesistenza, più o meno integrata, di persone di origine e di etnia diverse. Ciò porta a un confronto tra differenti culture, religioni, razze e ideologie sociali.

L’Italia, data la sua posizione geografica protesa verso il Mediterraneo, è sempre più fortemente interessata da flussi migratori e di certo Sona non è indenne al fenomeno. L’Amministrazione Comunale di Sona si è adeguata e ha aperto degli sportelli di consulenza per i cittadini stranieri, così come presso le scuole si possono trovare dei corsi per imparare la nostra lingua. Inoltre lo straniero può contare su una rete sociale molto attiva, è noto a tutti l’immenso patrimonio delle associazioni a Sona. Ma integrarsi in una realtà diversa e nuova rispetto a quella a cui siamo abituati non sempre è facile come potrebbe sembrare.

Chi arriva nel nuovo paese, lo straniero, deve trovare il modo di integrarsi e cambiare le vecchie abitudini. Chi lo accoglie, il nativo, deve accettare la diversità e adattarsi alla nuova realtà multirazziale. La differenza di lingua e a volte di religione è di certo la difficoltà maggiore da superare. Ma anche la diffidenza delle persone mette a rischio l’integrazione. La diffidenza di chi arriva ma anche di chi accoglie. Non è facile aprire le porte di casa al diverso perché l’origine di appartenenza a un territorio è sicuramente un forte collante che come può creare unione nel gruppo può chiuderlo in una casta. Forse per i più giovani è più semplice, sono nati quando gli stranieri erano già una forte identità del territorio e sono culturalmente più aperti. Anche il frequentare la scuola e il poter partecipare alle attività giovanili presenti nel nostro comune sono certamente un forte mezzo di coesione.

Abbiamo voluto ascoltare alcuni di questi ragazzi che oggi risiedono a Sona perché ci potessero raccontare come hanno affrontato e come stanno vivendo la loro vita da immigrati. Come e se si sono integrati e cosa si aspettano per il loro futuro. In ogni caso, indipendentemente dall’essere stranieri o di casa, tutti noi dobbiamo sforzarci ad accettare questo corso della storia che vede le varie etnie del mondo fondersi e costruire una immensa società in cui tutti potranno identificarsi.

Andrei: “Mi sono integrato grazie alla Parrocchia”

di Veronica Posenato

“E ora dove sono i giocattoli? L’Italia non era un supermercato?” Solo uno spensierato bambino di cinque anni che non è mai stato in Italia direbbe questa frase. Infatti questo è lo sketch che ci viene raccontato da Andrei, riguardo al suo arrivo in Italia. Suo cugino era convinto di andare in un supermercato e precisamente nel reparto giocattoli. Ora lui sa bene che l’Italia non è affatto ciò che credeva. Andrei è in Italia da quattordici anni, due terzi della sua vita. E’ nato in Modalvia, ad Orhei, una città come Verona, nel 1993. Al tempo la madre studiava all’università mentre il padre lavorava. All’età cinque anni si è trasferito dagli zii e ha iniziato le elementari, mentre il padre e la madre venivano qui in Italia a comprare casa e a cercare lavoro.

Lui li ha raggiunti solo più tardi, a sette anni. La prima casa non è stata nel nostro Comune, ma nel limitrofo San Massimo, infatti Andrei è arrivato a Lugagnano solo in seconda media, anche se ha portato a termine le medie nel paese dove le aveva iniziate. Quindi ciò che ha permesso la sua integrazione nel paese non è stata la scuola, bensì la parrocchia. “Dopo essermi spostato qui a Lugagnano, ho dovuto necessariamente spostare qui anche tutte le attività che facevo a San Massimo. I Grest, i campi-scuola, il calcio… ho cercato di integrarmi nel nuovo paese il più in fretta possibile. Dopo aver frequentato il Grest, da animato in quegli anni, mi sono ritrovato certi ragazzi anche agli allenamenti di calcio. È iniziato tutto nel modo più semplice, un po’ di divertimento durante l’estate e un po’ di sport in inverno. Non mi è servito un compagno di classe o qualche conoscenza per entrare a far parte di un gruppo qui. È bastato fare un passetto, qualche parola e piano piano mi sono creato le mie conoscenze.”

Certo, a tredici anni basta davvero qualche parola ed un pallone per incontrare nuove persone, e così è successo per Andrei. Nonostante lui sia riuscito a crearsi un gruppo di amici, continua a tenere i contatti con il Paese di origine: “Mio papà è partito pochi giorni fa per la Moldavia. Anche io e mia mamma, appena abbiamo l’occasione andiamo a trovare i parenti e gli amici là. Cerco di mantenere i contatti il più possibile, nonostante là io non abbia più molti parenti. Negli anni in cui sono partito io c’era un ‘fuggi fuggi’ generale, tutti erano alla ricerca di un posto migliore dove vivere, un posto dove trovare lavoro e fortuna. Tanti componenti della mia famiglia, come i miei genitori, hanno deciso di partire. E questo fenomeno, che non riguarda solo il mio paese, ma tutta la zona dell’Europa dell’Est, non si è ancora placato.” La domanda sorge spontanea: perché ci sono ancora persone disposte a lasciare il proprio paese d’origine, la propria cultura, per affrontare una realtà completamente diversa, senza veramente sapere a cosa si va incontro? “Ho trovato la risposta a questa domanda solo pochi anni fa, quando cercando un’esperienza lavorativa per l’estate, ho trovato lavoro in un autolavaggio, e il mio stipendio era notevolmente più alto di quello di mia zia, che vive ancora in Moldavia ed è dottoressa. Mi sembrava incredibile. La differenza sostanziale sta nel fatto che qua il lavoro vale e permette di crearsi una vita e una famiglia, di comprarsi una casa ed una macchina. In Moldavia tutto è più difficile. Ci sono possibilità di lavoro diverse e, di conseguenza, retribuzioni diverse.” La mia prima reazione è stata ovviamente di stupore: è incredibile come l’economia alla base di ogni stato possa mutare il modo di interpretare i fatti e ciò che sta accadendo non solo in Europa ma in tutto il mondo. I molteplici episodi di cervelli in fuga dall’Italia verso altre nazioni o continenti hanno lo stesso fondamento delle migrazioni delle famiglie come quella di Andrei: la ricerca di un posto migliore, dove ciò che si ha da offrire sia valutato e retribuito in modo adeguato. La diametrale differenza è che ci sono persone, come i genitori di Andrei che per questa ricerca vengono in Italia, ed altre, che per questo stesso motivo, si trovano costrette ad abbandonarla. “In pratica il motivo è la situazione politica attuale della Moldavia, che faceva parte dell’unione sovietica. Il crollo di questa ha portato con sé un sacco di problemi, tra i quali la mancanza di lavoro, di soldi e di conseguenza di possibilità.”

Ora lui è in quinta superiore, all’Istituto Lorgna-Pindemonte, ed è concentrato sulla maturità, ma per il suo futuro prossimo ipotizza anche un’università, magari rimanendo a Verona. “Nonostante la Moldavia un po’ mi manchi, mi sono integrato bene nella realtà di Lugagnano e mi piace! Non è tanto diversa da quella di San Massimo. Aderisco a tutte le attività a cui aderivo a San Massimo: partecipo prevalentemente ad attività parrocchiali, nulla a livello comunale. Faccio ancora l’animazione estiva, animavo al Grest, partecipavo agli adolescenti… insomma cerco di rimanere sempre attivo nella vita del paese, soprattutto in ambito parrocchiale, che è quello che mi ha permesso di trovare i miei amici.” Andrei è qui da quattordici anni, due terzi della sua vita, e questi quattordici anni non gli hanno permesso solo di integrarsi al meglio nel nostro Comune ma sono serviti anche a far capire, a lui e a suo cugino, che l’Italia non è certo un supermercato, ma un posto dove c’è la possibilità di condurre una vita forse non come quella in Moldavia, ma comunque fatta di speranza e serenità.

Iana: “Sono arrivata a dodici anni, che fatica con la lingua. Ma sono stata subito accolta”

di Giovanni Signorato e Michele Montresor

Per la nostra inchiesta abbiamo incontrato una giovanissima ragazza Moldava residente a Lugagnano, il suo nome è Iana Culeac, classe 1995. Con lei abbiamo avuto una piacevole conversazione incentrata sulle sue origini e sulla sua attuale esperienza di vita nella nostra comunità. Naturalmente sono venute a galla le differenze da lei avvertite tra la Moldavia ed il Bel Paese. Da quanto tempo sei qui in Italia? “Il 18 febbraio sono sette anni che vivo in Italia”. Ti sei trasferita con la tua famiglia? “Mi sono trasferita con mia mamma e mia sorella”. Quali sono i ricordi che hai della Moldavia? “Più che altro ricordo la gente, gli amici e i parenti sono molto diversi dagli italiani, per esempio la sera sono tutti fuori di casa. Mi ricordo il primo giorno in cui sono arrivata, ancora bambina, ero in macchina e cercavo di vedere i bambini che giocavano per strada, perché io ero abituata così, ma non riuscivo a trovarne nessuno, così ho chiesto a mia mamma: ‘dove sono tutti i bambini?’ e lei mi ha risposto: ‘sono a scuola’. Il giorno dopo siamo andati a scuola per la mia iscrizione e anche lì nessuna traccia di bambini, così come lungo tutto il tragitto per tornare a casa. E’ la cosa che più mi ha colpito, gli italiani sono un popolo che ama stare in casa, da dove vengo io è molto diverso”.

Che rapporti hai oggi con il tuo paese di origine? “I primi tempi riuscivamo a tornare in Moldavia una volta all’anno, ma negli ultimi tre anni non sono riuscita a fare questo viaggio. Fortunatamente i miei amici mi hanno regalato un biglietto aereo per i miei 18 anni e quest’anno posso tornare a trovare parenti e amici!”. Cosa ti piace dell’Italia? “La prima cosa che ho mangiato in Italia è stata la pizza e ho esclamato: “wow!”; nella vostra cultura il cibo è molto importante e la cucina è ottima! Da noi non ci sono primo, secondo ecc”. Qual è il rapporto con i tuoi coetanei qui a Lugagnano? “Il rapporto con i ragazzi della mia età è molto buono, sono stata da subito accettata e a scuola avevo una classe accogliente. Sono arrivata che sapevo dire solo ‘ciao, mi chiamo Iana e ho 12 anni’, ma a scuola tutti mi assalivano con fiumi di parole e domande che magari capivo, ma non riuscivo a rispondere. Capitava spesso che mi sentissi stupida per questo, ma è stata anche la spinta che mi ha portato a imparare la lingua italiana abbastanza in fretta”. Come ti trovi in questa comunità? “Lugagnano è un paese molto unito, in particolare il gruppo degli adolescenti mi ha aiutata molto ad integrarmi, così come le esperienze al Grest. Da queste cose ho capito che i ragazzi che cercavo quando sono arrivata ci sono, bisogna solo trovarli!”.

Progetti per il futuro? “Ora sto studiando ragioneria, per il futuro è proprio in questi giorni che sto pensando a cosa poter fare. Sono combattuta tra varie possibilità, mi piacerebbe fare la commercialista, ma potrei anche lavorare in banca o aprire un negozio! Non escludo niente al momento, nemmeno un futuro lavorativo in Moldavia”. Se ci dovessi descrivere il tuo paese di origine? “La povertà si sente molto più rispetto all’Italia, ma la gente ha comunque una grande dignità. i poveri si ritrovano lungo le strade e fanno delle specie di mercatini, lo fanno soprattutto gli anziani, e vendono piccole cose come aglio e uva in cambio di aiuto. Anche il paesaggio è molto diverso, qui ci sono tante belle cose da vedere, in Moldavia il paesaggio è molto più verde, è formato da boschi, prati e colline, non ci sono cose particolari da visitare come monumenti o edifici importanti”.

Francesco, dal Nord Uganda a Sona: “Il colore della pelle è una differenza che si può superare”

di Enrico Olioso

Sul tema dei giovani stranieri di cui Il Baco da Seta ha scelto di fare un interessante indagine, a Sona, siamo andati ad incontrare un giovane africano. Ciao Francesco, ti puoi presentare? “Mi chiamo Francesco Tacconi, sono nato ad Icheme nel Nord Uganda l’8 settembre del 1988. Ho 25 anni ed abito a Sona dal 1993. Dopo aver studiato all’istituto alberghiero di Bardolino, lavoro come cuoco presso una pizzeria di Sona”.

Tu sai che questa intervista vuole conoscere più da vicino come vivono i giovani stranieri a Sona e quale livelo di integrazione sperimentano. Ma facciamo prima un passaggio nel tuo Paese di origine. Quali ricordi hai e che rapporto ha mantenuto? “Il luogo dove sono nato (Icheme) si trova in una zona paludosa a circa 400 km a nord dalla capitale Kampala. È un villaggio di capanne tipiche africane molto povero e che, fino a pochi anni fa, ha subito le brutalità della guerriglia con paurose uccisioni di massa. Fu questo il principale motivo per il quale a tre anni i miei genitori hanno preso la decisione di venire in Italia a Palazzolo, luogo di origine di mio padre Luciano. Mio padre prima del rientro forzato a Sona, ha svolto il suo servizio dal 1978 come medico missionario in Uganda, dove scelse anche di formare una famiglia con Silvia una ragazza del luogo. Io sono il terzo di tre fratelli. Data la giovane età di quando siamo andati via dall’Uganda, non ho ricordi particolari dei miei primi anni di vita. Di fatto sono cresciuto a Sona, frequentando fin dall’inizio la Scuola Materna a Palazzolo e poi a seguire il percorso scolastico a Sona fino alla scuola alberghiera a Bardolino. Con il Paese di origine ho però un rapporto costante, almeno dal 2008. Grazie infatti ai progetti di creazione di strutture di servizio per il villaggio (maternità e scuola) e di adozione a distanza per sostenere gli studi di tanti ragazzi africani, ogni anno in autunno andiamo in visita per due settimane ad Icheme, per verificare lo stato di avanzamento di queste opere ed anche per incontrare i parenti. In particolare ci occupiamo dello sviluppo del progetto scuola, così da poter aiutare i ragazzi locali almeno fino a compimento degli studi a 18 anni”.

Nella tua vita a Sona, quale rapporto hai avuto ed hai con i coetanei? “Posso dire fin da subito che il rapporto è sempre stato positivo. Forse facilitato dal mio carattere mite e paziente, non ho mai dato motivo anche ai ragazzi più prevenuti, di dare sfogo al loro prevedibile istinto, anzi questo ha favorito una loro consapevolezza che in effetti il colore della pelle, al di là della prima impressione, è una differenza umana che si supera facilmente. Questo, in particolare lo dico in riferimento ad alcuni miei compagni delle superiori, culturalmente orientati verso un approccio razzista, ma che in realtà non hanno mai avuto modo di esprimere, fortunatamente, grazie appunto alla serenità con la quale mi sono sempre relazionato con loro. Di questo devo sicuramente ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre educato a vivere relazioni positive con le persone, in modo paziente anche dove potevano esserci orientamenti opposti. Questa esperienza la sto tuttora facendo anche nel gioco del calcio, mia passione, nella squadra del Palazzolo che milita in terza categoria”. Quali progetti e quali prospettive ti poni per il futuro? “Il mio progetto principale è di tipo professionale. Sono cuoco ed è una professione che amo molto, e per questo vorrei studiare delle diete adatte per ogni tipologia di persone (dal bambino all’anziano) ed in particolare per gli adolescenti, vista la loro particolare età. Quindi dei menu per fasce di età, stagionali e per quantità che riportino anche il numero di calorie”.

Per finire, hai un messaggio da lasciare ai lettori del Baco ed in particolare ai tuoi coetanei? “Certamente: il messaggio è che, in qualsiasi contesto vi troviate ed in qualsiasi momento, facile o difficile che sia, importante è essere sempre se stessi. È questo l’unico modo, ritengo, per vivere sereni e responsabili”.