Raccontare la geografia per una didattica innovativa: Un progetto editoriale raccontato dagli autori (anche del Baco)

“Io ci ho provato. Dopo anni da viaggiatore spettatore ho trovato nella lettura la chiave per entrare in sintonia con l’anima di un luogo. Raccogliendo le storie di chi aveva visto quei luoghi. Comprendendo il significato dato alla vita dagli scrittori che in quei luoghi erano nati e vissuti. Piano piano ho costruito nella mia passione di viaggiatore una geografia interiore fatta di riflessioni comparate, scenari passati, ma che mi permetteva di intravedere strade future. Così ho imparato ad osservare il mondo e le sue vite da un’altra, ulteriore, angolazione per poi comunicare questa visione agli altri. Essere nel viaggio anime in ricerca per formare un orizzonte di senso che vada oltre la sensazione percettiva. Solo così il racconto restituisce un significato al viaggio e non la sola descrizione del mondo. Solo così bellezza, essenza, senso e silenzio possono trasformare la visione in comprensione” Agostino Falconetti (https://www.erodoto108.com/LA-LINEA-DI-SGUARDO-2/)

Nasce da questa visione condivisa “Raccontare la geografia” edito da Erickson. L’inizio è un azzardo. Propongo all’editore un saggio per docenti. Non ho nome sul mercato. È la mia prima pubblicazione autonoma. Ho lavorato solo a schede didattiche di manuali di geografia. Agostino nemmeno a quelle. Chiedo la collaborazione di due scrittori nostri amici, autori di molti libri: Tito Barbini e Paolo Ciampi. Ottengo l’okay dell’editore. Nel 2020 si va in stampa. Inizia così la divulgazione di un’esperienza di innovazione didattica nello studio della geografia.

A oggi “Raccontare la geografia” ha venduto circa quattromila copie. Il percorso di ricerca si sviluppa dal 2020 al 2024 in saggistica, allegati per la manualistica scolastica e corsi di formazione. E docenti, scrittori, viaggiatori e illustratori lo arricchiscono. Escono “Geoitaliano” e inserti in “Spazio Vivo” per Loescher, “Tablet della geografia”, “Vedere la geografia” e “Il mondo in spalla” per Erickson. Si apre una rubrica on line “Geografia. La didattica della meraviglia” in Erodoto 108.

Che cosa si trova nei nostri libri? La ricerca di una nuova didattica. Le definizioni degli elementi del paesaggio in un testo scolastico di geografia sono fondamentali per una guida all’osservazione. Saper osservare e saper descrivere in modo oggettivo, cioè universalmente comprensibile e condiviso, è un aspetto comunicativo imprescindibile per lo sviluppo di proposte e di progetti di intervento. Il lessico geografico delle definizioni è dunque uno strumento necessario per il cittadino attivo che vuole essere protagonista dei luoghi in cui vive o che attraversa.

Ma come si accende la scintilla dell’appartenenza e del coinvolgimento nella tutela del Pianeta? Non certo con la precisione scientifica di termini assimilati spesso a memoria. La conservazione e valorizzazione dei luoghi sono la conseguenza spontanea dell’amore verso di essi.

Per favorire lo sviluppo di questa sensibilità è utile integrare l’approccio proposto dal libro di testo con la costruzione di una relazione soggettiva e con la ricerca di parole personali per esprimere sensazioni ed emozioni che in quanto individuali e uniche non potranno mai essere scritte in nessuna pagina. Nuove parole presuppongono nuove visioni e quindi nuove possibilità di interpretazione e di utilizzo di un territorio. Un’analisi geografica dei luoghi condotta attraverso un doppio registro, oggettivo e soggettivo, sviluppa la consapevolezza del benessere in un paesaggio e forma una coscienza civica per il bene comune.

Poi arriva “GeoHeart” de Il Baco da Seta. Qualche mese fa il Direttore mi chiede un articolo sulle mie pubblicazioni. Tergiverso. Mi sembra di sfruttare GeoHeart per pubblicità personale. Ne parliamo. Mi spiega il passaggio dai timori che nutro a un pezzo di divulgazione culturale. Capisco e accetto. Ma voglio vicino gli autori che hanno contribuito a questo percorso. Ulrike Raiser e Alessandro Morandini sono docenti di Lettere, come me. Alessandro lo conosco da più di vent’anni, lavoriamo nella stessa scuola a Valeggio sul Mincio e abbiamo anche viaggiato insieme.

Ulrike è un’amica di data più recente, ma ci siamo incontrate subito nella visione di una progettazione condivisa aperta all’Altrove e all’Altro. Ci sembra di conoscerci da sempre, tanto che non ricordiamo quando ci siamo parlate per la prima volta. Forse le ho scritto dopo aver letto uno dei suoi libri di viaggio. Comunque ci siamo ripromesse che dobbiamo riuscire prima o poi a partire insieme per qualche luogo del mondo. Proprio a loro, Ulrike e Alessandro, rivolgo alcune domande. 

Ulrike che tipo di insegnante di geografia sei? Perché?
Sono un’insegnante di geografia che tenta di evitare in tutti i modi l’insegnamento tradizionale, quello fatto per elenchi mnemonici per intenderci, perché ho ben presente il ricordo di me alunna, che faticava a rimanere attenta alle lezioni di geografia e che odiava studiare questa materia che mi sembrava così noiosa e inutile. Voglio evitare che i miei studenti provino le mie stesse sensazioni e quindi cerco di rendere la geografia una materia più stimolante, più pratica, più vicina alle emozioni dei ragazzi. La geografia può raccontare molte storie, le storie del mondo, e io cerco di portarle in classe per accendere la curiosità degli alunni.

E tu Alessandro?
La mia formazione universitaria e professionale, prima di entrare nel mondo della scuola, ha coniugato studi classici e scienze dell’antichità. L’archeologia mi ha sempre spinto a trovare nei fatti storici e nella cultura materiale il necessario legame con le forme del territorio, alla scoperta dell’interrelazione tra aspetti antropologici e aspetti geografici. D’altro canto la teoria della comunicazione, e in particolare la semiologia, mi ha sempre insegnato che qualsiasi cosa va “letta”, essendo il mondo che ci circonda in continua comunicazione con la nostra mente, attraverso segni volontari e involontari. Nella pratica dell’insegnamento cerco sempre di guidare gradualmente gli studenti all’esplorazione della realtà, interiore ed esteriore, vicina o lontana, attraverso l’individuazione dei legami fondanti e della discussione sugli stessi. La comprensione dei fatti umani e geografici passa attraverso le relazioni che li collegano.

Rivolgo la stessa domanda a me stessa.
Per anni ho studiato le parole. Ho inseguito i pensieri. Ho composto il loro ritmo su fogli di carta. Sono laureata in Letteratura Moderna e Contemporanea. Poi la strada ha deviato  dalle azioni abitudinarie perché ha sbattuto contro il muro dell’interiorità satura. Spostare il centro. Quando credi di guardare fuori rimanendo dentro, invece sei sul confine degli spazi intimi, senza sapere    che hai appena fatto il bagaglio dell’essenziale di quello che sei stata per  partire. Non c’è tracciato. Solo il sentire. Sentire quello di cui hai bisogno   per andare avanti. E ti servono parole diverse per definire i tuoi passi. L’Altrove geografico è il luogo in cui l’anima si dilata quando le sue stanze sono piene. È materia viva che ci passa attraverso e ci rigenera    nella percezione del reale. L’esigenza di spazio interiore mi ha portato alla scelta di insegnare solo geografia.

Ulrike, lo so che concordi con me. Spieghiamo il senso delle tue collaborazioni alle pubblicazioni.
Come ho detto prima, il mondo è pieno di storie e, da questo punto di vista, c’è una grande punto in comune tra la geografia e italiano: l’arte del raccontare. “Geoitaliano” parte proprio da questa affinità. A tutti noi, fin da quando siamo bambini, piace ascoltare e raccontare delle storie e la geografia di Geoitaliano fa sì che i luoghi si raccontino. Una montagna non è solo un rilievo alto 600 metri o più, ma racchiude molte storie, e questo vale per tutti gli elementi del mondo, per le persone, le culture e le tradizioni. Le lezioni di geografia possono, anzi, devono accendere la curiosità dei ragazzi e farli viaggiare con la mente, preparandoli a quando diventeranno grandi e potranno viaggiare anche fisicamente.“Vedere la geografia” punta invece su quello che è il senso più utilizzato dai ragazzi di oggi: la vista. Gli studenti vivono immersi in mille stimoli visivi e la loro capacità di visione va educata e guidata, in modo che imparino a vedere davvero in primis il paesaggio che li circonda, perché anche quello è geografia. Non è necessario andare per forza in Amazzonia o nel deserto del Sahara per trovare paesaggi affascinanti, ma dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza intorno a noi e a valorizzarla. La geografia deve necessariamente occuparsi di questo, insegnare ai ragazzi, fin da giovanissimi, la bellezza del mondo e il fatto che ognuno di noi può fare la sua parte per preservarla. Questa materia deve sicuramente condividere le grosse sfide dell’epoca moderna e le criticità presenti, ma prima di tutto deve insegnare la speranza, perché se si perde quella allora è impossibile raggiungere qualsiasi obiettivo.

Se Ulrike ed io siamo due affabulatrici di emozioni, Alessandro nel lavoro comune ci ricorda il punto di vista dello studioso che razionalizza soprattutto il perché dei processi cognitivi.
La metodologia che ho utilizzato in “Geoitaliano” e in “Vedere la geografia” prevede il collegamento tra l’immaginario (personale e collettivo) e la geografia. È riconosciuto che nella mente umana i ricordi e le emozioni vengono memorizzati sotto forma di immagini, andando a costituire nell’individuo una raccolta specifica, legata all’esperienza personale, in continua formazione e crescita. Andare a recuperare dal mito e dalla letteratura una serie di immagini costituenti uno specifico contesto, significa cominciare quel lavoro di collegamento che permette di ricostruire un territorio attraverso il significato e l’esperienza umana. In questo modo è possibile coniugare nella geografia un metodo di approccio umanistico e scientifico, integrandoli tra loro. I laboratori che ho proposto nei volumi “Geoitaliano” e “Vedere la Geografia” sono attività che ho iniziato a svolgere in classe da almeno quindici anni, e che ho avuto la possibilità di sviluppare nel tempo offrendole poi come esperienza per altri docenti che vogliano seguire un percorso simile. In un’epoca così complessa credo che la geografia debba fare da cerniera ai diversi aspetti culturali, antropologici, storici, scientifici. Credo si debba recuperare ed educare ad una visione armoniosa, olistica e globale dell’Umanità, piuttosto che istruire persone iperspecializzate.

Ulrike e Alessandro sono il dopo “Raccontare la geografia”. Sono il consolidamento sapiente di un varco. Ma io ricordo il prima. Il “Proviamoci”. Il lavorare per giornate intere al pc, tra le notizie del Covid: marzo, aprile, maggio 2020. Chiusi eppure decisi a uscirne. Almeno con le idee. Ricordo l’incrocio dei pezzi nella mia posta: le bozze di Agostino, le pagine già rifinite di Tito e di Paolo. L’intreccio di pensieri tra due docenti sconosciuti nell’editoria e due scrittori affermati.

“Raccontare la geografia” è stato un’onda verso il mare aperto. Nell’autunno dello stesso anno ricevo una telefonata da Cristiano Giorda, docente universitario, autore di manuali scolastici Loescher. Formo una squadra di docenti: coinvolgo oltre ad Agostino anche Ulrike e Alessandro. La nostra visione di una geografia personale, emozionale e narrata che si congiunge con quella descrittiva e la integra è la stessa di Giorda.

È il punto di svolta. Erickson e Loescher ci fanno conoscere, con collaborazioni ripetute, a livello nazionale. Solo Ulrike aveva già pubblicato due libri di narrativa di viaggio. Ma anche per lei, come per noi, l’esperienza didattica è un’assoluta novità. Ricordo l’emozione di quattro amici che sentono che stanno facendo qualcosa di nuovo, di loro, qualcosa che ha un senso: regalare alle future generazioni una percezione diversa di una materia così basilare per il loro domani, eppure così bistrattata. Una visione in cui credono profondamente, perché se la sono creata con le mani in pasta.

Rispetto a questa concezione della geografia, mi piace ricordare le parole di Agostino: Imparare a sentire. Fermarsi davanti a un paesaggio per scavare dentro la propria interiorità. Scomporre la visione in frammenti e comprendere la loro interezza. Quante volte viaggiando ho svolto questo esercizio, rischiando di perdermi nell’Universo che avevo di fronte. L’Universo dell’Altrove e dell’Altro, quello ti porta nel cammino a manifestare l’esigenza di dialogare e di riflettere con te stesso. Qui la parola diventa il fondamentale testimone della sintonia empatica tra il viaggiatore e il mondo. La geografia interiore, cerniera esperienziale, tra fisico e spirito, tra la parola e il silenzio. E nel silenzio la parola diventa pensiero” (https://www.erodoto108.com/la-linea-di-sguardo/)

Poi la vita prende le sue strade. Di questi amici c’è chi va e c’è chi resta. E, purtroppo, Agostino ci ha lasciati. Ne “Il mondo in spalla” di Erickson/Rizzoli ho portato a termine la pubblicazione degli ultimi pezzi scritti da Agostino per i ragazzi: una sintesi del senso di trent’anni di viaggi. Il suo passaggio di staffetta. In quattro facciate ha lasciato un testamento spirituale, incisivo e rapido, suddiviso per continenti. Pagine scritte durante la malattia, quando il sentirmi dire: “Eravamo lanciatissimi e ora si è fermato tutto”, mi faceva divergere lo sguardo per riuscire comunque a trasmettere nelle mie parole di risposta un orizzonte.

Oggi Ulrike, Alessandro e io con l’uscita di “Vedere la geografia” di Erickson sappiamo che quell’orizzonte è stato raggiunto. A quasi un anno dalla scomparsa di Agostino noi tutti, amici e coautori di un percorso di didattica geografica di cui siamo orgogliosi, possiamo dire che le tracce delle strade non si esauriscono nei segni tracciati in vita, ma continuano nelle visioni condivise. E crescono, in memoria e in futuro.

Luisa Fazzini
È docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado dal 2001. Negli ultimi anni ha scelto di dedicarsi, prima prevalentemente e ora esclusivamente, all’insegnamento della Geografia. Si occupa di formazione, ha vinto due premi regionali scolastici ARPAV per progettazione ambientale in qualità, è membro del Consiglio Nazionale AIIG (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia), è referente per l’educazione per Slow Food Veneto, cura la rubrica on line “Geografica. La didattica della meraviglia” per la rivista Erodoto 108 e pubblica percorsi didattici con Erickson, Loescher e Rizzoli.