Quegli italiani del Risorgimento e la nostra incapacità di riscoprirci cittadini impegnati

Noi italiani di oggi tendiamo a pensare al Risorgimento come ad un evento remoto, imbalsamato nei manuali scolastici, messo sotto la naftalina del patriottismo più retorico.

Quasi nessuno – ha indicato qualche giorno fa Paolo Mieli sul Corriere – immagina che sia stata invece un’epoca di passioni autentiche, di persone reali disponibili a mettere a repentaglio la propria vita per degli ideali. E, se anche qualcuno lo vede in questo modo, ha poi grosse difficoltà a spiegarsi cosa rese possibile la diffusione di passioni così intense, oggi inimmaginabili in una società che si nutre quasi esclusivamente di individualismo estremo e di egoismo strutturale.

Le storie di quegli uomini e quelle donne, che si sentirono realmente parte di una comunità più grande che oggi abbiamo dimenticato, dovrebbero invece strapparci al mutismo di questo tempo senza parole e senza idee.

Come scrive Ernesto Galli della Loggia nel libro Otto vite italiane, quelle storie – ad esempio quella dei fratelli Bandiera – dovrebbero invitarci a pensare a ciò a cui da molti anni non pensiamo più: alle forme e alle ragioni di una convivenza che mai come oggi non ha nulla di scontato.

Quelle vite lontane non possono però certo servirci a comprendere il presente, semmai possono servire a sospingerci verso il futuro. In che senso? Quello di uscire dal torpore senza fine, dall’inerzia immemore e sterile in cui siamo immersi anche sul nostro territorio.

Certo, la nostra condizione attuale sembra rendere irreale un tal genere di propositi. E le cause che ci impediscono di tornare a essere padroni del nostro futuro vanno dalla mancanza di un vero senso di appartenenza alla scarsa consapevolezza di un’identità. Dalla spossatezza di una società di vecchi come è ormai la nostra, all’incapacità di visione di una certa classe dirigente. Ma soprattutto ed essenzialmente a causa di noi cittadini.

Senza girarci tanto attorno, va detto forte ed alto infatti che le colpe principali delle sabbie mobili sociali in cui ci siamo infilati sono proprio di noi cittadini. Che abbiamo totalmente dimenticato cosa sia la dimensione comunitaria dell’impegno personale, finalizzato ad un bene comune che ci trascende, che va ben oltre i nostri interessi ed il nostro orticello privato che tendiamo a curare a discapito di tutto e di tutti.

E’ immensamente facile puntare sempre il dito contro quelli che, di volta in volta, individuiamo come i responsabili di questa desertificazione di valori e di senso di comunità. Ma è invece urgente arrivare alla consapevolezza che senza un ritorno all’impegno dal basso, un nostro impegno personale, e senza la riscoperta di quelle passioni civili che animarono i nostri avi, tutto rischia di essere perso.

Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.