“A lavar la testa a l’àseno se perde lìssia e saon.”
Proverbio veneto
Il vento di primavera diffondeva nelle campagne, quel caratteristico “profumo di pulito” dei panni stesi al sole. Era il momento della lìssia granda, il grande bucato stagionale, un rito domestico impegnativo che un tempo mobilitava le donne delle famiglie contadine per intere giornate.
Per buona parte dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento, la liscivia era il detergente principale per la biancheria e per le pulizie domestiche, mentre il sapone, per la scarsa reperibilità e il costo elevato, si riservava al lavaggio dei capi delicati, al trattamento delle macchie e all’igiene personale.
Nelle zone rurali — dove non se butava via niente e se faséa con quel che gh’era — veniva spesso prodotto in casa con la liscivia e il grasso animale, seguendo ricette e modalità tramandate in famiglia da generazioni. Ottenere un buon risultato richiedeva tempi lunghi e forza fisica, nonché una certa esperienza nel saper dosare gli ingredienti e gestire i tempi di cottura.
In confronto al sapone artigianale, quello casalingo aveva un aspetto disomogeneo, presentava tonalità scure o verdastre e una consistenza gelatinosa. Particolarmente aggressivo sulla pelle e dall’odore sgradevole, non era propriamente adatto all’igiene della persona.
La lavorazione controllata dei saponifici, invece, rispetto ai metodi domestici empirici, produceva un sapone di qualità superiore più solido, uniforme e chiaro, dall’azione detergente più delicata, ma essendo tassato come bene di lusso, i contadini ne acquistavano solo un pezzo ogni tanto, tegnendoselo ben da conto.
Prima di diventare un prodotto di largo consumo, il sapone era venduto a peso dagli ambulanti, presso la bottega del paese o ai mercati settimanali. Seppur con tempi diversi, cosa aveva trasformato quel bene di lusso in un oggetto di uso comune? Le scoperte scientifiche del XIX secolo avevano reso possibile la produzione su scala industriale del sapone, abbattendone i costi, ma nello stesso tempo avevano anche contribuito a una nuova concezione dell’igiene, riprendendo l’uso dell’acqua nelle pratiche di pulizia personale.
Così, il connubio “acqua e sapone” che contraddistingueva le politiche sanitarie e il nuovo ideale di bellezza borghese dell’epoca, avrebbe cambiato il volto della quotidianità per gli anni a venire.
Versatile ed efficace sia per la biancheria sia per l’igiene della persona, il nuovo sapone bianco era venduto già confezionato e promosso dalla pubblicità che ne reclamizzava anzitutto il “profumo di pulito”, rimandando alla rassicurante familiarità delle tradizioni. Un tempo misurato e conservato con una cura riservata a pochi altri oggetti domestici, il sapone accompagnava i cambiamenti socioculturali di un’intera epoca, diventando emblema di igiene, salute e decoro.
Nelle corti rurali, tuttavia, l’uso della lìssia è rimasto fino agli anni Cinquanta, ultima custode di un mondo che stava scomparendo nel vento e che portava con sé la memoria del profumo di quei panni stesi al sole.
L’EDITORIALE DEL BACOL’amore esiste perché qualcuno domanda “Stai bene?”Nell’immagine, Edgar Degas, Femme dans son bain s’épongeant la jambe, 1883.
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