Quando Facebook e i social diventano una gogna mediatica

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Carolina aveva 15 anni ed io non so che tipo di ragazza fosse, so soltanto che la notte del 4 gennaio lei non ha più resistito e ha messo fine alla propria vita. Carolina però non si è gettata dal proprio balcone da sola, ma otto ragazzi l’hanno spinta giù con il peso delle loro parole, grandi come macigni.

Quei ragazzi l’hanno stuprata, filmata, e hanno diffuso il video in rete. L’hanno umiliata e derisa, tormentata e portata al gesto estremo. Ora sono indagati per istigazione al suicido ma Carolina, purtroppo, non è la sola ad aver subito questo trattamento. Quando ancora di ‘web’ non si parlava il bullismo era circoscritto ad un ambiente preciso, associato ad un identificato gruppo di persone ed era vincolato da margini di tempo. Ora alla tremenda violenza fisica e psicologica si aggiunge la mortificazione online, le discriminazioni non hanno più limiti, il gruppo diventa ‘social’ e lo spazio è globale. Ci si nasconde sotto falsi nomi e non si sa più nemmeno da chi bisogna difendersi. Nel mondo, in Italia, a Sona questo fenomeno aumenta esponenzialmente ogni giorno. Non c’è tregua, non c’è via di scampo. Improvvisamente ci si ritrova a vorticare in un tornado di offese e giudizi, in una spirale soffocante e caotica in cui chiunque si permette di auto-elevarsi ad arbitro della situazione.

Lo stupido gioco di una persona qualsiasi può dare il via ad una “tortura multimediale” in cui la vittima viene fatta sentire colpevole ed i colpevoli si sentono totalmente innocenti e sicuri. Non c’è più senso di colpa, del limite, nessun timore, nessuna remora. Lo schermo del computer permette di filtrare tutte queste emozioni e garantire a chi colpisce di non temere il contraccolpo. Così la loro coscienza resta pulita e serena: il singolo sente di non avere più nessuna colpa essendo un intero gruppo di persone ad agire nello stesso modo e così, proprio come un cieco che segue il gregge, inconsapevolmente ferisce chi è già vittima, indifesa ed inerme.

Spesso, riferendosi a episodi in cui questa oppressione porta al suicidio, si parla di condizionamento di chi attacca e fragilità di chi subisce le offese. Io credo che sia inutile ricercare una motivazione nel carattere della vittima e nelle sue debolezze e ancor più profondamente ingiusto giustificare il ‘carnefice’ perché, per quanto la nostra società sia sempre più basata sulla conformità di un individuo agli standard del gruppo, l’uomo è ancora dotato di libertà e certo sa distinguere cosa è giusto o sbagliato.

Tuttavia spesso chi subisce atti di bullismo tace e si chiude nel proprio dolore in un circolo vizioso per il quale più viene attaccato più incolpa se stesso di ciò che accade e perde sempre più la forza di reagire. Il 34% del bullismo avviene online e ne sono vittima circa un adolescente su quattro. Questi dati devono essere inevitabilmente messi a confronto con l’aumento dei causi di autolesionismo e suicidio giovanile, che in Italia è la seconda causa di morte fra gli adolescenti.

La gravità di tutto ciò, però, non viene sempre compresa e si tende più a compiangere la tragedia avvenuta che ad evitarla. Credo che l’uomo sia un essere giudicante. È una caratteristica intrinseca in esso quella di crearsi, anche involontariamente, un giudizio verso qualsiasi cosa. Nel momento in cui veniamo a contatto con una persona i nostri gusti ne fanno una valutazione. L’uomo però, è anche un essere razionale che può e deve controllare i propri istinti. Perciò, creatosi un’opinione, non è costretto ad esprimerla offendendo così qualcun’altro. Vi è un estrema differenza fra giudizio e pregiudizio, fra apertura e chiusura mentale. Superate le barriere che ci siamo creati c’è un mondo che si apre di fronte a noi, in cui la libertà di ognuno comprende anche quella dell’altro e, seppure ciascuno possa esprimere il proprio pensiero, costui ha anche la possibilità di capire, attraverso la ragione ed il buonsenso, quando non usufruirne.

È triste vedere come negli ultimi anni l’uso che i ragazzi hanno fatto della rete si sia trasformato da innocuo a fuori controllo. Sono fermamente convinta che internet sia una risorsa ormai indispensabile: è fonte inesauribile di nozioni, mezzo di interazione fra persone diverse, ‘luogo’ d’incontro, strumento per l’espressione individuale, collegamento globale non soggetto ad alcuna barriera. Tuttavia questa meravigliosa macchina sta diventando un’arma che chi si affaccia a internet usa per cercare un’affermazione personale in un gruppo nel denigrare o mettere in ridicolo gli altri. Si deve ritornare ad una dimensione in cui al centro non ci sia più come appariamo, chi facciamo credere di essere, cosa gli altri credono di noi e che ruolo svolgiamo in un gruppo ma chi siamo realmente: i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre debolezze e i nostri pregi.

In cui vi sia rispetto e condivisione di idee fra persone vere e non fra marionette standardizzate e omologate alla massa, così in rete come nella società. “No man is an island”.