“Si usano le spezie per tutti i profumi, in alcuni casi impregnandone l’olio […] si impregna ogni olio quanto più esso sia in grado di assorbire le fragranze, allo stesso modo con il quale si inzuppa la lana nella tintura.”
Teofrasto
L’estate è il periodo ideale per essiccare le piante odorose come il rosmarino, la calendula o la lavanda ed è anche la stagione più adatta per dedicarsi alla produzione degli oleoliti aromatici. Apprezzati per le loro proprietà cosmetiche, questi preparati tradizionali si ottengono dalla macerazione in olio di erbe e spezie, una tecnica conosciuta fin dall’antichità.
Da sempre, i profumi della Natura avevano affascinato le civiltà del passato e dal desiderio di coglierne l’essenza, conservarla e creare nuove espressioni olfattive, era fiorita nel tempo l’arte degli aromi. Le fragranze di allora erano molto diverse da quelle conosciute oggi e ciò che le distingueva maggiormente riguardava proprio l’uso dell’olio, o di altre sostanze grasse, come base estrattiva. Con l’ausilio del calore, oltre all’aroma si assorbivano anche le proprietà delle piante, perciò i profumi si presentavano sotto forma di unguenti. Questi antichi preparati non erano solo custodi di fragranze, ma anche di virtù terapeutiche e significati rituali, assumendo un valore che trascendeva il puro piacere dei sensi.
Nell’opera Sugli Odori, del IV secolo a.C., il filosofo naturalista greco Teofrasto descriveva in modo approfondito le materie prime aromatiche, la complessità delle composizioni e delle combinazioni, e i metodi di conservazione, introducendo al contempo la figura del maestro profumiere.
Da questa eredità culturale, le creazioni olfattive della Grecia classica avevano raggiunto livelli sempre più elevati di raffinatezza, affermandosi come uno dei commerci più fiorenti dell’epoca. Nel corso del tempo l’uso delle essenze cambiava, orientandosi esclusivamente al piacere e al lusso, culminando negli eccessi estetici della Roma Imperiale. In questo contesto, l’ostentazione del profumo si affermava come simbolo di vanità, indice di una civiltà in decadenza, giudizio condiviso da Plinio, Seneca e Tacito.
Tra i profumi più iconici, particolarmente ‘cari’ ai nobili romani, figuravano le fragranze a base di rosa e iris. L’oleolito di radice di iris — impiegato nella creazione dell’Irinum dell’Illirico — e il Rodinium Italicum — incentrato su un olio di petali di rosa — rientravano a pieno titolo nella categoria dei nobili unguenta. Il Rodinium aveva proprietà lenitive e calmanti per la pelle e svolgeva un’azione rilassante, mentre l’Irinum, dall’azione antisettica e antibatterica, trovava applicazione nel trattamento delle infiammazioni cutanee e per purificare gli ambienti.
Le essenze di iris e rosa hanno attraversato epoche e culture, continuando a essere tra le più apprezzate anche in età moderna. Le scoperte scientifiche del XIX secolo, con l’introduzione dei composti aromatici di sintesi, avevano offerto ai compositori di fragranze l’opportunità di ampliare la gamma delle famiglie olfattive, dando vita a creazioni inedite. Come osservava Huysmans, “nella profumeria l’artista perfeziona l’opera greggia della natura, sfaccetta l’odore, lo monta come il gioielliere affina l’acqua di una pietra e la pone in valore”, una concezione espressa agli inizi del Novecento, da François Coty e Jacques Guerlain.
Con la sapiente mescolanza di essenze naturali e sintetiche, questi maestri profumieri ridefinivano con spirito d’avanguardia l’estetica della composizione olfattiva, attraverso due creazioni emblematiche: La Rose Jacqueminot di Coty, strutturata attorno a questa rosa rossa intensa e vellutata, e Après L’Ondée di Guerlain, che esaltava la nota cipriata dell’iris pallida.
Attualmente la chimica continua ad ampliare l’universo olfattivo, ma da qualche tempo si assiste a un ritorno verso i profumi della natura. E quale momento migliore dell’estate per riscoprire queste antiche tradizioni? Come un rito che riporta alla luce profumi dimenticati, la preparazione di un olio aromatico invita a soffermarsi e ad avvicinare con cura il mondo vegetale. Rinnovando il legame con le stagioni, gli oleoliti custodiscono la storia delle piante che hanno accolto, dell’ambiente in cui sono cresciute, dell’attimo in cui sono state recise. Custodi dell’essenza e del legame profondo con la terra da cui tutto ha avuto origine.
Nell’immagine, Dolce Far Niente, di John William Waterhouse, 1880.
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