Primo maggio, una lunga storia di lotta per il lavoro. Che chiede un ritorno alle origini

 

“Ridurre la giornata lavorativa a otto ore”, una sola richiesta, quella che era stata avanzata dai lavoratori americani riuniti a Chicago il primo maggio 1866. Giorni di proteste inesauribili e instancabili che culminarono, tuttavia, nel famoso massacro di Haymarket. La giornata dedicata alla Festa dei Lavoratori parte proprio da qui, dal ricordo di questa tragedia, una delle tante che si sono verificate nel corso dei secoli quando venivano richiesti solo pari diritti o una legislazione più umana.

Da sempre la condizione di sfruttamento e di vittime di disuguaglianze ha riguardato i lavoratori. Che essi fossero rappresentati dai braccianti nei latifondi o dagli operai nelle fabbriche dell’epoca industriale: le condizioni precarie, i turni di lavoro troppo lunghi e stressanti – martellanti e incalzanti, oltretutto, in seguito all’introduzione della catena di montaggio -, le condizioni igieniche non tutelate, come nemmeno la sicurezza dei dipendenti li avevano portati ad organizzarsi in società di mutuo soccorso e di resistenza, che prenderanno poi le forme degli attuali sindacati.

Dolore, sofferenze, repressioni che portarono finalmente durante la Prima Internazionale del 1889 la comunità parigina a istituire il primo maggio come la Giornata Internazionale delle lotte dei lavoratori.

Da quella data molte cose sono cambiate: nel corso degli anni vennero fondati istituti di previdenza e mutualità per garantire assistenza sanitaria e sostegno finanziario ai lavoratori e alle loro famiglie, ma non solo, i lavoratori entrarono addirittura in politica grazie ai rappresentanti che ricoprivano le cariche di sinistra nel partiti del Socialismo e del Comunismo, ricordando, tuttavia, anche la Democrazia Cristiana, che si batté, in pieno spirito cristiano, per un miglioramento delle condizioni di vita dei meno fortunati.

La nostra stessa Costituzione afferma che la Repubblica è “fondata sul lavoro”, come ci ricorda l’articolo 1, con un’enfasi non indifferente a questa attività che viene intesa come “lo strumento attraverso il quale avviene la realizzazione del singolo individuo e delle sue aspirazioni”, come viene ricordato dai più importanti filosofi che si sono interessati all’argomento dalla seconda metà del 1800 in poi, tra cui Karl Marx e Simone Weil. Eppure, nonostante questo, in seguito alla Riforma Biagi del 2003, la famosa flessibilità che mirava a favorire la creazione di posti di lavoro e a ridurre il tasso di disoccupazione – attraverso l’introduzione dei contratti a tempo determinato e la semplificazione delle procedure di licenziamento – sembra aver preso le forme di una patologia per il nostro Paese e non di una possibilità, in quanto si è trasformata in una sorta di precariato permanente.

Ma come? Come siamo riusciti a estraniarci dalla nostra essenza? Come abbiamo fatto a non rendere effettivo quel famoso articolo 4 della Costituzione: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”? Indice di questo handicap della nostra politica è sicuramente il tasso di disoccupazione in continuo aumento (a febbraio 2024 del 7,5%), soprattutto nei giovani, che si vedono costretti a cercare altrove opportunità lavorative (scappando all’estero o piegandosi a lavori in nero o sottopagati) o gravare sulle spalle dei genitori e dello Stato.

L’unica soluzione è rappresentata da un ritorno alle origini, quando ancora il lavoro era considerato un premio ambito per cui valeva la pena lottare. Un lavoro che rende pienamente autonomi, liberi, indipendenti e più consapevoli dei propri diritti. Basti pensare alle donne durante la Prima guerra mondiale, che furono capaci di appropriarsi di ruoli in precedenza unicamente appannaggio maschile, lottando nel dopoguerra con i denti stretti per trattenere quel posto agognato.

Solo riacquistando il vero valore del lavoro riusciremo a dargli il giusto peso, la legittima importanza: il primo maggio in questo contesto deve rappresentare ancora una volta un giorno di riflessione attiva, di proteste e manifestazioni in piazza per sottolineare l’importanza che il lavoro deve ricoprire nelle nostre vite.

Anita Tecchio
Classe Quinta M - Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae, "non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici". Virgilio aveva usato questa frase nelle sue Bucoliche... Un antico "Mica pizza e fichi", insomma. Credo che mi abbia sempre rappresentato, invece, il pensiero opposto: che sia lodata la semplicità, quell'umiltà propria di ogni forma della realtà che ha diritto di essere raccontata con dignità! Questo è il principio che voglio seguire nella mia vita e nella mia scrittura