Politica e giornalismo, una convivenza spesso difficile anche a Sona

Come nasce il giornalismo? Inizialmente è un bisogno che sorge nella prima metà del 1600 nell’Europa del Nord, ad Anversa capitale delle Fiandre, una regione investita del progresso economico con una borghesia commerciale avida di informazioni per i propri traffici. Ma il primo quotidiano della storia lo troviamo solo un secolo dopo, nel 1702, a Londra, dove per la prima volta si sviluppa il concetto di distinzione tra fatti ed opinioni.

Con l’avvento della società industriale di massa mutano le istituzioni e la concezione della politica e negli Stati Uniti, agli inizi del diciannovesimo secolo, prende vita la penny press con la pubblicazione del Sun, il primo quotidiano newyorkese venduto ad un solo penny.

E’ una svolta epocale: se fino ad allora i giornali erano riservati agli uomini di potere e alle aristocrazie, che li utilizzavano per i loro affari e per le vicende politiche di loro interesse, ora diventano un prodotto a disposizione degli operai, degli agricoltori e dei piccoli imprenditori. La stampa diventa lo strumento in possesso delle classi emergenti per capire il mondo e i cambiamenti della società.

Da allora il giornalismo ne ha fatta di strada, un percorso sicuramente non sempre lineare e non senza cadute. Ma i principi sono rimasti quelli, alti e fondanti. Da qualche tempo, tuttavia, stiamo assistendo ad un’evoluzione poco rassicurante del fenomeno che vede andare a braccetto politica e disinformazione.

I politici hanno scoperto nel web, e in particolare nei social, uno strumento di propaganda straordinario. Innanzitutto perché i social hanno consentito la disintermediazione, ovvero hanno messo in condizione ogni politico di rivolgersi direttamente al proprio elettorato senza la mediazione degli organi di informazione. Se ci si ferma a pensare, quello che oggi ci pare scontato è stato invece un passaggio enorme dal punto di vista della comunicazione politica.

Potersi rivolgere direttamente ai cittadini rappresenta un’occasione senza precedenti per chi è impegnato in una continua caccia ai consensi anche a livello locale. Ma accanto all’occasione si è anche materializzata una trappola. Da quando la pressoché totalità dei politici ricorre ai social per parlare ai propri elettori, la notizia ha perso alcune sue caratteristiche essenziali, in particolare quella della verifica della fonte.

Ciò che un politico dà in pasto a chi lo segue sui social è già una notizia o, meglio, è il suo punto di vista che si trasforma in notizia, senza che un giornalista ne verifichi il contenuto, ma anche senza contraddittorio. I giornali erano abituati a riportare i punti di vista dei diversi politici, la platea messa a disposizione dai social, invece, permette alla politica di rivolgersi ai propri follower senza alcun filtro né alcuna interferenza di pensieri difformi.

Ne consegue una ricostruzione parziale del racconto in cui le opinioni vengono spacciate per fatti e in cui la verità spesso evapora. In quella che è stata definita la stagione dei “personal media”, i giornalisti sono visti come un fastidioso ostacolo fra chi comunica e i destinatari della comunicazione. Una situazione che registriamo spesso, e da tempo, anche a Sona. Di fatto, nel ricorso alla disintermediazione c’è anche un tentativo palese di marginalizzare il ruolo del giornalismo – attraverso il quale fino a ieri era indispensabile transitare se si volevano raggiungere le persone – in favore di una narrazione autoreferenziale.

Con un ulteriore effetto collaterale: questa idea è ormai così radicata nella politica che molti protagonisti della vita pubblica vorrebbero imporla anche ai media. Capita così che i politici siano sempre più insofferenti alle domande scomode o al contraddittorio, come se non riuscissero ad accettare che si può essere padroni del proprio spazio ma non dell’informazione.

E pure di questo facciamo esperienza anche a Sona: un fenomeno deflagrato in maniera clamorosa durante l’ultima campagna elettorale per la scelta del nuovo sindaco, nel corso della quale l’azione del Baco è stata vissuta da praticamente tutti gli schieramenti coinvolti come un fastidio da subire (e criticare pesantemente) e non come un indispensabile servizio informativo per la nostra comunità.

Se per i politici i social diventano soltanto un megafono per fare propaganda, un pericolo per la democrazia esiste. Alla luce di queste insidie, il pluralismo informativo è più che mai fondamentale per garantire un accesso alle informazioni attraverso voci e chiavi di lettura differenti. “All the news that’s fit to print”, ovvero tutte le notizie che meritano di essere pubblicate: recitava così il celebre slogan del New York Times coniato al momento della sua fondazione nel 1851.

Esso rappresenta tutta l’essenza ed il compito del giornalismo: selezionare gli avvenimenti accaduti fornendone una lettura critica e sfrondandoli di tutto ciò che è propaganda. Possiamo farne a meno? No. E sta ai cittadini pretendere anche dai politici locali di accettare il sereno ma rigoroso controllo che solo una testata giornalistica può svolgere. Anche attraverso il Baco, anche a Sona.

Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.