Pietro Ambrosi da San Giorgio in Salici: la guerra vista da dentro

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Nato a San Giorgio in Salici il 30 aprile del 1921, la storia di Pietro Ambrosi inizia a Bassano del Grappa. Anzi, di storie che iniziano al paese sul Brenta ce n’è una seconda. E’ la storia d’amore con la compianta moglie Agnese, conosciuta proprio durante l’addestramento alla Scuola Allievi Ufficiali Complemento Alpini, brevemente detta S.A.U.C.A..

“Ero a spasso con i miei amici commilitoni Adelino Birolli e Vitalino Albertini – esordisce il signor Ambrosiquando scorgemmo due ragazze che passeggiavano ad una certa distanza da noi. Le salutammo e loro risposero al nostro saluto. In men che non si dica ci precipitammo da loro e iniziammo conversazione. Io fui molto colpito da una delle due. Poi i miei compagni tornarono in caserma, mentre io rimasi ancora un po’, affascinato da quella ragazza riservata e dai suoi grandi occhi marroni. Quando tornai alla caserma, entrai esclamando agli altri: ‘Go idea che me cato la morosa!’. E fui di parola. Con l’aiuto di un amico di Bassano riuscii ad andarla a trovare a casa. Per vederla in seguito escogitai uno stratagemma: sapevo suonare il mandolino, quindi acquistai dal fratello un violino e con la scusa che in caserma non lo potevo tenere, andavo a suonarlo da lei quasi ogni sera.”

Sicuramente un bell’inizio. Quanto rimase a Bassano? “A Bassano rimasi fino a settembre del ’42, poi fui trasferito a Feltre prima di partire con il mio battaglione per Bucova nella ex-Jugoslavia. Rimanemmo nemmeno tre mesi in quel paese, ma fu un periodo in cui provai molta paura. Un episodio in particolare. Il nostro compito era difendere il paese dai “ribelli”, così chiamavamo in realtà i partigiani jugoslavi. Accadde che ricevemmo segnalazione che un gruppo di ribelli era posizionato poco fuori dal paese. Io ero tra quelli scelti per andare a catturarli, ma un caporalmaggiore si fece avanti e volle andare al posto mio. Tornò esanime su una barella, con una pallottola in mezzo alla fronte che un cecchino gli conficcò con precisione devastante. Non potei non pensare che quel posto doveva essere il mio… penso sempre che sono stato fortunato”.

Cosa successe in seguito? “Tornammo a Gorizia nel dicembre del ’42 dove ci preparammo per andare come rinforzi in Russia. Partimmo il 3 gennaio del ’43 e arrivammo a Nikolajeska il 17. Nel frattempo la ritirata delle truppe italiane era già iniziata. La tradotta che ci precedeva rimase imprigionata nell’avanzata russa, mentre la nostra riuscì a invertire la marcia e ci disperdemmo nei pressi di Gomel. Quando si riuscì a organizzare una tradotta per l’Italia era ormai la fine di marzo. Ricordo che al nostro ritorno in Italia era avvertibile una certa indifferenza nei nostri confronti, immagino perché non avevamo combattuto in Russia per aiutare i nostri commilitoni, ma certo non fu colpa nostra, non ne avemmo l’occasione”.

Immagino foste messi in contumacia anche se non siete rimasti molto in Russia… “Certo, ci confinarono a Laives vicino a Bolzano in quarantena. Qui ebbi la fortuna di assistere all’esibizione di Cramer e Luttazzi, due suonatori di fisarmonica che proponevano canti popolari per rallegrare le truppe ed era un duo alquanto conosciuto in Italia all’epoca”.

Nel periodo che intercorre tra la quarantena e la firma dell’Armistizio dove la mandarono? “Tornai a Feltre dove mi unii al 6° Battaglione Alpini. In seguito fui trasferito a Longarone, paese che in seguito sarà tristemente noto per la tragedia del Vajont, dove rimasi sino all’inizio di settembre. Ci trasferirono poi a Caprino per una settimana (per me era come essere in licenza, perché con la bicicletta tornavo a casa quasi tutti i giorni) dove ci toccò dormire sotto i portici del palazzo del municipio, che è quello attuale, prima di partire alla volta del Brennero, anzi alle Terme di Brennero per essere precisi. Qui i soldati tedeschi erano molto vicini a noi e si intuiva che qualcosa di grosso era nell’aria…”.

Che successe l’8 settembre? Dove si trovava lei nel momento in cui si diffuse la notizia dell’Armistizio?“Io la sera dell’8 settembre ero in tenda con la febbre. Verso le 20 scese un treno dal passo del Brennero. I passeggeri di quel treno urlavano ‘Armistizio! La guerra è finita!’. Non avemmo il tempo di renderci conto di ciò che accadeva che i soldati tedeschi ci arrestarono dopo pochi disperati tentativi di non arrenderci. Ci portarono in una locanda e ci fecero deporre le armi. Il mattino seguente ci fecero marciare fino a Innsbrück. Erano 40 chilometri che riuscii a coprire anche grazie alle pagnotte che un mio cugino addetto alla dispensa del pane mi diede di nascosto sapendo che non ero nelle migliori condizioni. Al campo sportivo di Innsbrück ci fecero ammassare, fecero ammassare tutti i soldati che riuscirono a catturare in quei giorni. Eravamo veramente tanti. Ci caricarono su carri-bestiame, stipati come sardine, sigillati in quei vagoni con destinazione Berlino. Quando arrivammo a Berlino una cosa triste che ci capitò fu vedere i bambini tedeschi che di fianco la ferrovia ci prendevano a sassate”.

In che campo di prigionia vi condussero a Berlino? “Non ricordo il nome o la zona precisa, ricordo solo che era il campo 1° B nella Prussia Orientale, forse non eravamo nemmeno vicino a Berlino. In quel campo rimanemmo per circa un mese senza sapere cosa sarebbe successo di noi o cosa ci avrebbero fatto fare. Poi il primo giorno di lavoro fu un evento che ricordo molto bene”.

Che successe quel giorno?“Ci mandarono a raccogliere le patate dai contadini, li chiamavamo bauer. Dopo giorni, ormai mesi di denutrizione, a mezzodì di quel giorno le mogli dei contadini ci invitano a tavola e ci offrono un fumante risotto con le patate. Figurarsi se ce lo facemmo ripetere! Poi lavorammo fino a sera e la stessa cosa si ripeté a cena. Inoltre ci pagarono con qualche pfenning. Durante il ritorno al campo con la pancia che scoppiava dall’abbondanza delle mangiate, chiedemmo alle guardie di allargare un po’ il giro per una birra. Beh, quel giorno credevo di “crepare”!”.

Rimaneste a lavorare nei campi anche nei mesi successivi?“No, già il giorno seguente ci vennero assegnati compiti specializzati. Io che mi intendevo un po’ di meccanica fui mandato in un campo di aviazione vicino a Lipsia, alla manutenzione dei Messerschmitt, gli aerei della Lufthwaffe, la flotta aerea tedesca”.

Come è stato trattato?“E’ stato durissimo. So che altri prigionieri sono stati trattati ancora peggio di noi, ma sicuramente non avevamo molto di cui essere allegri. I pasti erano miseri, si dormiva in baracche sudice su letti fatti di paglia e pidocchi. Ci davano un piccolo filone di pane da dividere in cinque. Io mi ero costruito un bilancino per pesare le parti, in modo che fossero veramente uguali e non ci fossero discussioni tra prigionieri. Quando poi Mussolini firmò il Concordato, diventammo prigionieri civili e le cose migliorarono un tantino. Fummo trasferiti a dormire in un vecchio cinema. Era un po’ meglio della baracca, ma ancora lontano da una camera d’albergo a una stella”.

Ricorda qualche episodio particolare?“Ricordo che combinai qualche piccolo guaio al campo di aviazione. Ricordo quella volta che mentre trainavo un aereo dentro l’hangar, sbagliai le misure e l’ala dell’aereo finì per cozzare contro il muro dello stabile. Mi presi solo una bella dose di parole, per fortuna. Oppure ricordo che durante un allarme aereo presi una piccola camionetta tedesca e fuggii per la campagna. Quella macchina mi piaceva e mi ero illuso per un attimo di poter tornare a casa proprio con quella quattroruote. Fui subito ripescato e riportato alla brutale realtà del campo dove pulivamo gli aerei e oliavamo le mitraglie con cui i soldati tedeschi sarebbero venuti a bombardare in Italia. Lo sapevamo e ci prendeva un groppo alla gola, ma che dovevamo fare? Ecco perché per noi prigionieri erano importanti quei pochi momenti di “follia” che riuscivamo a concederci perché ci mantenevano vivi. Vede io, quando avevo il permesso andavo, alle feste che si organizzavano a Lipsia. Andavo e raccattavo le ‘cicche’, i mozziconi di sigarette per fumarli. Era umiliante, ma era l’unico modo per sentirsi vivi. Il poco cibo che ci davano non aveva nessun sapore in bocca, il tabacco invece, per cattivo che fosse, ti faceva respirare un’emozione, la speranza che un giorno saremmo tornati ad una vita normale”.

Il suo ritorno a casa, come è stato?“Rocambolesco, come quello di tanti altri. Quando fummo liberati dagli americani, non potevamo andare ad ovest per tornare perché lì la rete ferroviaria era quasi distrutta. Andammo verso est, dalla parte dei russi, i quali ci presero in consegna e ci condussero fino a Budapest dove finalmente riuscimmo a far capire loro che eravamo italiani e volevamo tornare in Italia. Dopo aver atteso per molti giorni nella capitale magiara che fosse organizzato un treno per l’Italia, dovemmo addirittura spingerlo perché non riusciva a superare un dosso appena fuori la stazione. Comunque il treno arrivò a Pescantina dopo moltissimi giorni di viaggio. Ad attendermi c’erano una delle mie sorelle e mio cugino detto “Moro”. Quasi non mi riconobbero, la prigionia e la denutrizione mi avevano lasciato il segno, ma quando gli occhi si incontrarono subito ci sciogliemmo in un abbraccio fraterno”.

Lei ripete spesso di essere stato fortunato. Dopo la guerra questa fortuna è continuata? “Certamente. Sono tornato a Bassano da quella ragazza di cui le parlavo all’inizio che mi era entrata nel cuore, che non avevo dimenticato e che poi ho sposato. Lei è stata la mia fortuna più grande perché mi ha dato amore, sostegno e quattro figlie meravigliose. Poi trovai lavoro in comune a Sona a seguito della mia invalidità riportata durante la guerra e all’interessamento del sindaco Masini, che era del partito comunista, che al tempo cercava per il posto di impiegati comunali, persone con un po’ di istruzione. Tengo a precisare che mio padre non era comunista, ma semplicemente un conoscente del sindaco. Ma a quel tempo le cose forse erano molto più semplici di adesso”.

Ci piace ricordare di questa intervista, lo straordinario ottimismo di un 82enne che pur avendo trascorso gli anni più verdi della sua vita nella tragica realtà della guerra e della prigionia “dove un giorno era lungo un anno” – dice lui – non smette di ripetere e ripetersi che lui è stato fortunato.