Pensieri di un Palazzolese in Turchia: “Tornare un po’ mi angoscia”

Abbiamo ricevuto una lettera da Giordano Ambrosi, un ragazzo di Palazzolo che da mesi si trova in Turchia per un progetto Erasmus. E che da quella terra, proprio in questi giorni al centro della cronaca internazionale, ci scrive alcuni pensieri su quanto si aspetta di trovare al suo ritorno. 

 

Presto ritornerò dalla Turchia mi domando cosa troverò. Mi chiedo come sarà la nazione, la mia città e soprattutto, come il mio paese sarà cambiato nel corso di questi mesi. 

 

In questo mio periodo ad Istanbul, penso, anche se non è così immediato da riconoscere, di essere cresciuto a livello umano ed aver acquisito una più complessa visione critica, nata appunto a contatto con una realtà diversa da quella a cui ero abituato. Lungo tutto questo percorso e nei vari viaggi in Medio Oriente ho sempre cercato, in forza quel legame culturale tra me e ciò che mi apparteneva, per la mia attitudine come studente universitario, ma direi soprattutto per nostalgia, di mantenere vivo e vicino il ricordo della piccola realtà in cui ho vissuto.

 

In questi ultimi mesi, della mia permanenza all’estero, mi sono affacciato nuovamente al nostro panorama e scopro che l’idea del ritorno mi suscita angoscia. Sono deluso dalle decisioni politiche e non capisco perché le scelte sembra debbano andare in una direzione, mentre noi, studenti, cittadini vogliamo andare completamente da un’altra parte. Ritengo siano necessari cambiamenti in ogni settore e ambito, dal basso, dal piccolo, dal sentire comune; quindi da noi stessi, nella nostra piccola realtà. Solo questo potrà farmi tornare col sorriso, perché vorrà finalmente dire che qualcosa si muove e si sposterà in avanti. Vorrei poter alzare la testa ed essere fiero del mio del mio Paese e vorrei esserlo altrettanto nel tornare, vorrei che non fosse legato solo a quell’aspetto affettivo inerente a famiglia e conoscenti, ma soprattutto vorrei vedere un futuro.

 

Ritengo che ad oggi le lacune principali siano insite nelle politiche sociali, quelle da cui si creano gli spunti per influenzare l’intero ambiente che circonda il sistema. Non riconosco in esso uno spessore culturale che dia peso all’ambito fondamentale di ogni società, ovvero la cultura. Si tende a relegarla in determinati ambianti creati per renderla ostica, nozionistica e noiosa. Creare cultura al di fuori degli ambienti istituzionali significa anche creare collettività, ciò di cui si ha assoluto bisogno. C’è necessità di voce e informazione negli ambiti locali, educazione e valore storico, creazione di spazi collettivi e ricreativi in cui ci sia incontro tra giovani e associazioni, nelle quali si dia vita a progetti comuni. Penso alla creazione di luoghi  pubblici che non siano più legati ad ambienti istituzionali come quelli religiosi o vincolati dalle società sportive, quindi limitati a calcio e pallavolo. Cineteche, viaggi comitiva, spazi d’ascolto tra società e politica, creazione di visioni alternative in rapporto ad attività sportive e creative. Giocoleria, incontri settimanali di scrittura, lettura, pittura e  proiezioni. Questo manca, il senso d’essere parte d’una collettività in cui ognuno ha qualcosa d’interessante da proporre, dire e trasmettere. Solo in questo modo si crea un amore per la collettiva, si propaga cultura e si sviluppa senso morale. Altrimenti si rimane rinchiusi in schemi antiquati e deleteri.

 

Ma purtroppo ancora e dopo millenni dalla presenza della nostra società, il mio Paese, l’Italia, è sempre imbrigliato in dietrologie rozze e antiquate, in cui si tende a discriminare ed offendere, ad imbrogliare per i propri interessi, nel proprio giardino a discapito dell’altrui. Ci sono persone che pensano solo al potere ma che non mi rappresentano. Persone già al potere, che vivono nell’ignoranza dell’apparire e del conformismo.

 

Ma noi elettori, che diamo potere alle persone che dovrebbero adempire il bene pubblico, crediamo sia andato perso il significato delle parole. La politica ha perduto la sua vocazione di servizio al pubblico, che deve essere animata dalla cultura del bene comune. Ci si deve formare alla politica, non improvvisare.

 

Io, come molti altri miei coetanei, sono un italiano con l’amor per il viaggiare, ma per forza di cose mi sto trasformando in un emigrato, perché il mio futuro mi è stato rubato e non mi è stata data la possibilità di incidere sul mio ambiente. Quello che vorrei vedere è la competenza, nel gestire il bene comune e l’interesse a persone interessate alla politica, che non arruolano in campagna elettorale chi porta voti, ma perché vogliono il coinvolgimento di tutte le persone. Questo è passione e onestà.

 

Io voglio tornare, molto volentieri, portando la mia voglia di cambiamento e di crescita per il mio paese: non dover scegliere, invece, la prossima destinazione.


Giordano Ambrosi

 

La Redazione
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