Pensare il Natale: Una riflessione filosofica sulla soglia del 25 dicembre, tra Socrate e Borges

Matteo e Luca narrano, in modi diversi, le vicende che hanno preceduto e seguito la nascita di Gesù. Sono racconti popolati da angeli, sogni, eventi misteriosi e anche tragici.

Questi racconti sono penetrati in profondità nella cultura europea e la spiritualità del popolo cristiano ha trovato qui una fonte inesauribile per rappresentazioni, arte, poesia e preghiera.

Qui si racconta la nascita del Figlio dell’Uomo, l’evento che ha spezzato la nostra storia in un prima e un dopo: per i credenti è l’incarnazione di Dio nel corpo fragile di un bimbo, generato dalla Vergine. Ma questa vicenda riguarda tutti noi, fa parte della nostra storia, è assurta a simbolo e, come scrisse Paul Ricoeur, “Le symbole donne à penser”, il simbolo ci fa pensare.

NASCIAMO SEMPRE DENTRO UNA STORIA

“Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo” Mt 1,1

Matteo inizia il suo vangelo con una lunga teoria di nomi, ognuno dei quali rappresenta un frammento della storia di Israele. Gesù è l’erede di Abramo e di Davide e quindi anche delle promesse fatte da Dio. Ma è l’erede anche delle straniere Rachab e Ruth, di Tamar che si finse prostituta per ottenere il suo diritto e di Betsabea, la bellissima, moglie di Urìa l’Ittita, che Davide “mandò a prendere ed ebbe rapporti con lei” (2 Sam 11,4).

Quando noi nasciamo ereditiamo la storia che ci precede ed essa pesa su di noi, fa parte della nostra identità. Ereditiamo il patrimonio genetico, ereditiamo le vicende famigliari gloriose e tristi, ereditiamo la lingua, l’educazione, uno sguardo sul mondo.

Perché il nostro venire al mondo è innanzitutto un essere-con: noi siamo comunità già nel ventre materno, frutto di un rapporto dolce o violento che sia; non esiste l’individuo, l’Io senza relazioni, senza passato e senza mondo, di cui hanno teorizzato molti filosofi della modernità, a partire da Cartesio.

La storia che noi ereditiamo e che forma la nostra identità non è però un vincolo quanto piuttosto un compito: il passato che ci precede, ci viene affidato perché possiamo reinventarlo e farlo diventare il nostro progetto.

OGNI NASCITA È UN NUOVO INIZIO

“Si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito” Lc 2, 6-7

L’essere umano si caratterizza per la sua finitudine: prima di nascere non era nulla e dopo la morte diviene nuovamente nulla, “polvere eri e polvere ritornerai”. Gli eventi fondamentali di ogni uomo sono quindi la nascita e la morte: eppure, da Socrate ad Heidegger, i filosofi hanno sempre e solo parlato della morte, la filosofia è un prepararsi a morire, l’uomo è un essere-per-la-morte. Quasi mai parlano della nascita come di una caratteristica strutturale e fondativa. Bisogna attendere il pensiero femminile del Novecento e soprattutto Hannah Arendt e Marìa Zambrano, due donne perseguitate e costrette all’esilio, per avere una filosofia della natalità.

La Arendt in particolare afferma che ogni neonato, nel suo apparire “fra noi” e “qui”, introduce qualcosa di radicalmente nuovo in un mondo già dato e configurato.

Ogni neonato è un inizio e, con la sua unicità, può introdurre nella storia cose inedite, inaspettate, assolutamente imprevedibili. “Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile”.

Secondo Marìa Zambrano la nostra esistenza non si risolve semplicemente in fragilità, dipendenza, relatività, ma vale anche come apertura, trascendenza, libertà. Ciascuno di noi non è una statua, è un viaggio, con tutti i rischi di questo viaggiare fallibile e sovente disorientato.

La nascita di un nuovo essere umano segna la discontinuità nel tessuto dell’essere e interrompe la ripetizione sempre uguale dell’identico. Da questo punto di vista il cristianesimo ha rappresentato una rottura profonda con la concezione greca del Destino: per i greci il Fato inesorabile si impone anche agli dèi.

La storia non è altro che eterno ritorno e tutto è già stato scritto. Nessuna novità è possibile.

La natalità rappresenta invece “il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane dalla sua normale, ‘naturale’ rovina” perché in ogni nuovo inizio è inscritta ontologicamente la facoltà di agire. Nascere vuol dire apertura al futuro, è sempre un miracolo perché spezza la catena dell’inesorabile e coincide con l’azione libera e cosciente. L’agire politico ed etico che sorge dalla nascita è sempre un agire nella comunità, non per sé stessi ma per gli altri.

Questo però non vuol dire essere immuni dal negativo, dall’eccesso della distruzione che minaccia la vita.

Ciò implica la lotta inesorabile contro le forze che vorrebbero bloccare e annullare la vita per ripetere continuamente ciò che è già stato. “Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” Mt 2, 13.

Il potere odia il novum perché lo avverte come una minaccia per la sua perpetuazione. Questa lotta della vita contro le forze del male si chiama speranza ovvero la possibilità di un nuovo inizio sempre, nulla è dato come irrimediabile, c’è sempre la possibilità del riscatto.

Noi non siamo mai nati del tutto e la speranza consiste in questo bisogno di portarci a compimento, per cui ogni piccolo atto della nostra esistenza acquista un senso, una direzione. In questo modo ogni gesto, ogni piccolo o grande evento contribuisce alla realizzazione del nostro compito nella storia.

ESSERE PER

“Oggi è nato per voi nella città di Davide un salvatore” Lc 2,11

Ognuno di noi è venuto al mondo senza averlo deciso, ci ritroviamo ad esistere “qui ed ora” senza merito e senza colpa ma il nostro esistere non è finalizzato all’egoistica affermazione di noi stessi. Esistiamo innanzitutto per l’altro. Emmanuel Lévinas, un filosofo lituano-francese che ha sperimentato l’orrore della Seconda guerra mondiale, sostiene che “in principio è l’altro”, che lui chiama anche il Volto.

Il volto dell’altro, dice Lévinas, obbliga la nostra coscienza ad una scelta ben precisa: o il nostro egoismo o la nostra responsabilità per le sorti dell’altro. È un continuo appello che ci chiama a «prenderci cura» di chi ci sta di fronte e ci guarda. Per Lévinas la vera realtà dell’essere è “l’alterità responsabile”.

Gli altri non sono un ostacolo, un oggetto, un nemico. Non è vero che “l’uomo è un lupo per l’uomo” (Hobbes) ma è vero invece che la relazione con l’altro – il diverso da me – mi fa crescere come persona.  Se si vuole uscire dal dramma dell’uomo d’oggi e della società contemporanea bisogna passare dal culto del soggetto (dell’io) alla cura e alla responsabilità verso l’altro (il tu); passare dall’etica dell’individuo all’etica del volto.

L’ETERNO NEL TEMPO

«In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio … E il Logos si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» Gv 1,1.14

“Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce» Lc 2,12

La parola Logos in greco ha molti significati: parola, discorso, ragione. Per gli stoici è il Principio divino che governa le cose. In Giovanniè il Segno mediante il quale il Padre entra nella storia”. Con qualche forzatura potremmo tradurla anche con Vita, Bellezza, Verità.

La parola greca per dire carne è sarx: indica la fragilità umana, il limite, il corpo umano che il tempo distrugge. È la stessa parola che troviamo in “sarcofago”, il divoratore di carne (sarx = carne e Faghein = divorare). Giovanni quindi ci comunica un evento indicibile: l’Eterno, l’Assoluto, la Vita piena si è calata nel tempo e nel quotidiano.

Ha scritto Jorge L. Borges:

Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare con i Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza […]

Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.

Ciò che il Natale annuncia corrisponde all’ansia di ogni vita: trovare il senso del nostro esistere, conquistare e vivere la verità. Ma l’Eterno non va cercato nei cieli luminosi dell’Iperuranio, rinnegando la prosaicità del tempo cronologico; dobbiamo piuttosto scendere nel nostro quotidiano, nei luoghi circoscritti del nostro vivere, nelle relazioni a volte faticose, costruire attimo dopo attimo noi stessi come progetto e trovare così la pienezza nella frammentazione.

L’Eterno è là dove sempre si vive.

Nell’immagine “Natività Mistica” (1501), particolare; Sandro Botticelli, National Gallery di Londra.