Pasquetto, giù la saracinesca. “Gh’era ‘na olta el Gao”, cronache calcistiche del vecchio Lugagnano

Four men stand together and smile, each holding a trophy in a small room; central man holds a large cup, celebrating a win. (Italian caption: IL BACO DA SETA)

C’è una parola che entra in campo spesso, anzi, che non esce mai dal campo, quando parli con Giancarlo Pasquetto. “Passione”. Già, passione. “Allora si giocava solo per quello, per la maglia che avevamo e che ci portavamo a lavare a casa. Per l’orgoglio di essere Lugagnano, per non deludere la gente, i tifosi, che ci seguivano sempre, ci accompagnavano al campo, ci seguivano dopo la partita, dal campo al bar da Patina. Una grande, infinita passione”.

La maglia, già. Aveva il numero 1 sulle spalle. Il numero del portiere. La maglia rigorosamente nera, come nel calcio di ieri, quello dei numeri dall’1 all’11, quello delle partite alle 14.30, che se facevi il chierichetto e dovevi andare alle Funzioni, perdevo sempre almeno il primo tempo.

“Non avevamo tante maglie, io mi ricordo questa nera col colletto bianco che vedi nella foto e un’altra, nera col bordo rosso, i nostri colori…”. Giancarlo, classe ‘42, comincia, come sempre allora, da giovanissimo. “E’ forte” dicono quelli che l’hanno visto nei tornei che si giocano al campo dietro la Chiesa. Il titolare era Fabio Castioni, “…ma dietro c’è ‘sto ragazzo che promette bene”.

“Non ero alto, mi mancava forse qualche centimetro, anche allora andavano di moda i portieri alti di statura. Però…”. Però, era dura fargli gol. Aveva senso della posizione, tempismo. Aveva coraggio, quello che serve per buttarsi tra le gambe degli altri. Per mettere la testa, dove gli attaccanti mettono il piede.

Come quella volta col Caprino. “C’era la nebbia, non si vedeva quasi niente, tanto che poco dopo la partita venne sospesa”. C’è un’azione del Caprino, una palla vagante, Pasquetto intuisce il pericolo ed esce. Questione di attimi. Rimane a terra, dolorante. I compagni chiamano subito soccorsi, Pasquetto è a terra e si capisce che il colpo subito è stato violento.

Forse una ginocchiata, forse una pallonata fortissima, ravvicinata. Fa fatica a respirare, sono momenti di grande paura. “Ripresi i sensi sulla macchina che mi portava all’ospedale”, ricorda. “Per fortuna, il peggio era passato. All’ospedale, tutti gli esami furono negativi, alla sera tornai a casa, era stata soltanto una grande paura”.

Pasquetto prende in mano una foto. “Bella squadra”. E’ quella che aveva vinto sul campo conquistando la Seconda categoria, ma poi venne beffata a tavolino. “Ci mancava qualcuno, probabilmente infortunato, fecero giocare Modena, che era tesserato purtroppo per un’altra squadra. Non poteva giocare e questo ci costò la promozione”.

Tradisce un filo di rimpianto. “Beh, eravamo forti”. Dietro, assicura, “…c’era una cancellata”. Proprio così, “una cancellata, così chiamavano Bepo Cristini e poi el Gao”. Pasquetto sorride. “Due che se c’era da metterci la gamba non si tiravano indietro. Anzi. Se c’era da entrare, entravano, per gli attaccanti non era mai facile…”.

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La sbandata controllata

Si sente il rumore dei tacchetti, ti par di sentire l’urlo di battaglia del Gao, la grinta spianata del Bepo. “E poi Beniamino, il nostro Facchetti. E Nicoli, Pasetto, i due Micheletto, Modena, Meche, Franco e Bruno Miglioranzi…”.

Indica Aldo Morando, “…dovevamo andare a fare una prova a Firenze, con Gianni Pedoni, così ci aveva detto il presidente. Poi non se ne fece niente, ma andava bene lo stesso. Chi pensava allora a far carriera?”.

Pedoni, “…che conosceva qualcuno di importante alla caserma di Montorio e quando feci il Car, mi faceva tornare a casa il sabato, per giocare la partita e poi tornare in caserma…”

Era il Lugagnano di “…Pedoni, di Remo Poldi, del Cici Boscaini, loro tiravano le fila, erano dirigenti, allenatori, erano tutto. Come Bruno Enci, che sapeva batter cassa per trovare ogni anno i soldi dell’iscrizione”.

A proposito di Bruno Enci, “…quando ero nella porta vicino all’ingresso, mi metteva un po’ d’ansia. Attento qua, attento la, adesso ‘va fora’, attento al cross… stavo meglio nell’altra porta, ero più tranquillo…”.

Ricordi di un calcio che non esiste più. Un calcio “…che era molto vissuto dal paese, c’era sempre tanta gente al campo. Ricordo Tenaia, che faceva il giro del pubblico, portando qualche bibita, la bole, altre cose da mangiare…”.

Qua e là, affiorano facce, nomi, aneddoti. “La Irma e la Luigina, al bar da Patina, dove andavamo a cambiarci e risciacquarci un po’, dopo la partita. Ma non c’erano docce, al massimo un rubinetto, giusto per toglierci via il fango”. E poi? “Poi andavo dalla “morosa”, l’Annamaria, a Bussolengo. A casa sua facevo il bagno e portavo pure… l’infermeria. Cerotti, disinfettanti, garze. Lei mi medicava, così tornavo a casa a posto, altrimenti sai la mamma…”.

Riguarda la foto della “beffa col Domegliara”. “Eh si, è vera anche la storia della pastiglia, come ha detto qualcuno…”. La pastiglia miracolosa, “l’aveva preparata il farmacista. Qualcuno della società era andato da lui, per farci… correre di più. E in campo andò tutto bene, avevamo giocato bene, avevamo vinto…”.

La pastiglia aveva fatto effetto e continuò a farne anche dopo. A fine partita ci fu la corsa a occupare il… bagno. Anche questo era il calcio dell’altro ieri. Inutile cercarlo oggi, non lo troveremo più…

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Raffaele Tomelleri
Firma storica del giornalismo sportivo veronese, ha al suo attivo anche numerosi libri sulla sport locale e sui suoi valori.