Parlare e scrivere di Covid a Sona e la nostra visione di società (e di futuro)

In questa estate anomala, sospesa tra i duri mesi di lockdown e i timori crescenti per l’autunno in arrivo, soprattutto per quanto riguarda la riapertura delle scuole, anche a Sona sul tema della pandemia stiamo assistendo ad una certa radicalizzazione del pensiero.

Ogni volta che qualche fonte di informazione, Baco compreso, pubblica notizie che vanno a toccare il tema della pandemia, immediatamente vi è da parte di tanti, sempre più, un’alzata di scudi all’insegna di quelli che sono diventati ormai degli slogan: “allarmismo inutile”, “disfattismo”, “dannoso pessimismo” e, finanche, “terrorismo mediatico”.

Quando un lettore qualche giorno fa ha commentato che sarebbe buona cosa applicare anche qui da noi quanto accaduto in Cina, con il controllo della pubblica informazione sul tema Covid in maniera da evitare qualsiasi polemica, abbiamo capito che in qualche maniera l’asticella si sta alzando troppo. Una situazione che merita quindi una riflessione.

Come ben spiegano Lelio Alfonso e Gianluca Comin nel volume #ZonaRossa. Il Covid-19 tra infodemia e comunicazione, da poco pubblicato, “Il modello cinese, che può permettersi di adottare misure di contenimento senza curarsi eccessivamente dei diritti individuali, è difficilmente replicabile in Europa o negli Usa. Il tema non è la semplice allocazione e gestione di risorse, ma il conciliare le libertà democratiche con le misure di sicurezza emergenziali. Per non parlare, poi, del diritto di analisi, dibattito e critica che deve essere garantito a tutti i livelli, ai politici, ai cittadini, ai giornalisti, agli operatori sanitari, per favorire una gestione trasparente”. 

L’alternativa, proseguono i due studiosi di modelli di comunicazione, “è vedere raccontata l’emergenza come fa, dalle pagine del giornale ufficiale del Partito Comunista Cinese, Dong Yuzhen, studioso e direttore della casa editrice South Ocean: ‘I vantaggi del sistema cinese sono stati nuovamente dimostrati. La battaglia della Cina contro l’epidemia ha dimostrato che il Pcc, in quanto partito al potere della Cina, è di gran lunga il partito politico con la più forte capacità di governance nella storia umana, che si prende veramente cura degli interessi nazionali del Paese e del popolo cinese’”.

Le domande che il privato cittadino, ma anche i corpi intermedi come i partiti e i movimenti, le associazioni e i diversi gruppi organizzati sul territorio devono porsi oggi, nel mezzo del guado, sono fondamentali. Saremmo veramente disposti a rinunciare alle voci plurali della stampa per contenere un virus? Ma soprattutto, saremmo disposti non in maniera straordinaria ed eccezionale, come successo tra marzo e aprile, ma in maniera stabile ed istituzionale a rinunciare alle libertà e ai nostri dati personali, demandando agli algoritmi la nostra sicurezza, per avere in cambio un maggior controllo di un’emergenza pandemica?

Sono domande da porsi non perché vi sia il pericolo (che non esiste) che queste situazioni di blocco dei diritti fondamentali possano diventare realtà strutturale in un sistema di democrazia consolidata come il nostro, ma perché dalla risposta che singolarmente e come comunità diamo a queste questioni dipende la nostra concezione di società.

Una concezione ed una visione del nostro sistema di rapporti e di equilibri istituzionali e sociali mai messo alla prova negli ultimi settant’anni come lo è oggi, proprio a causa del Covid. E che rischia di condizionare pesantemente il nostro futuro.

Illuminante in questo senso è un caso di studio della propaganda del governo cinese in Italia, raccontato sempre da Lelio Alfonso e Gianluca Comin. Quando il 12 marzo scorso un Airbus proveniente da Shanghai è atterrato all’aeroporto di Fiumicino con a bordo nove medici cinesi dall’Hubei e trenta tonnellate di materiale sanitario, i canali social dell’ambasciata di Pechino ne hanno dato ampia eco, esaltando l’operazione e raccogliendo un altissimo consenso online, condensato attorno all’hashtag #forzaCinaeitalia. Un’interessante analisi realizzata da Alkemy per la rivista Formiche ha rivelato come quasi la metà di questi ‘cinguettii’ sarebbe in realtà opera di bot. Secondo questa indagine, il 46,3% dei post su Twitter pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeltalia sarebbe stato generato infatti da account automatizzati, creati con il preciso scopo di fare da cassa di risonanza. Altrettanto (37,1 %) vale per l’altro popolare hashtag #grazieCina. Insomma, una capillare attività di propaganda social guidata da una regia centrale che apre a interrogativi inquietanti sulla possibilità di condizionamento in società, come la nostra, rese tanto più fragili da un’emergenza sanitaria senza precedenti.

Sono interrogativi sui quali ragionare, anche a Sona.