Cala il sipario sul Roland Garros 2026 e alla fine ad alzare la Coppa dei Moschettieri è Alexander Zverev. Vince il tedesco, vince l’eterno secondo, vince quel campione che per anni è sembrato condannato a fermarsi ad un passo prima della gloria. Dopo finali perse, occasioni sfumate e una maledizione che pareva cucita addosso come una seconda pelle, Sasha Zverev trova finalmente il suo posto nella storia del tennis e conquista il primo titolo Slam della carriera. Lo fa battendo in cinque set Flavio Cobolli, amico fuori dal campo e rivale per un pomeriggio destinato a restare nella memoria di entrambi.
Per noi italiani resta inevitabilmente un pizzico di amarezza. C’era il sogno di vedere Adriano Panatta, a cinquant’anni esatti dal suo trionfo del 1976, consegnare la coppa a un altro azzurro dopo aver già vissuto quell’emozione poche settimane fa a Roma. Sarebbe stata una fotografia meravigliosa. Ma lo sport non vive di sceneggiature già scritte. Vive di battaglie, di meriti e di verdetti. E il verdetto del Philippe-Chatrier ha incoronato il giocatore che più di tutti ha saputo resistere.
È stato un Roland Garros strano, quasi irreale. L’assenza di Carlos Alcaraz, l’uscita anticipata di Jannik Sinner, quella di Novak Djokovic, hanno lasciato improvvisamente vuoto il trono dei grandi favoriti.
Jodar, Mensik e infine Cobolli hanno provato a sfondare quella porta. Hanno attaccato con il coraggio dei giovani cavalieri in cerca della gloria. Ma ogni volta si sono trovati davanti lo stesso custode. Un Cerbero moderno armato di servizio, esperienza e sangue freddo. Alla fine, davanti alla porta dell’Olimpo del tennis, l’ultimo a resistere è stato Alexander Zverev.
La finale, in fondo, si è decisa proprio lì dove spesso si decidono le grandi partite: nel servizio. Cobolli ha combattuto con il cuore e con il talento, ma i numeri raccontano una differenza importante. Il tedesco ha servito con continuità impressionante, mentre l’azzurro ha faticato a trovare la prima palla nei momenti chiave. Una distanza che alla lunga si è fatta sentire e che ha permesso a Zverev di comandare molti più punti fin dall’inizio dello scambio.
L’avvio era stato quasi traumatico per il romano. Un break immediato, gambe pesanti, emozione palpabile. Il primo set è scivolato via in un lampo, chiuso 6-1 come una sentenza. Per qualche minuto si è avuta la sensazione che la partita potesse trasformarsi in una formalità. Ma Flavio Cobolli non è arrivato in finale per caso.
Con il passare dei game l’azzurro ha iniziato a liberarsi dalla tensione. Ha trovato ritmo, coraggio e fiducia. Ha conquistato il secondo set, ha continuato a lottare nel terzo e soprattutto ha avuto la forza mentale di trascinare il quarto al tie-break e vincerlo. In quel momento il Philippe-Chatrier ha iniziato a credere davvero nella favola italiana.
Poi è arrivato il quinto set. E lì si è vista tutta la differenza tra chi stava vivendo il primo assalto a uno Slam e chi stava giocando la quarta finale della carriera. Zverev ha rialzato immediatamente il livello, mentre Cobolli ha inevitabilmente pagato lo sforzo fisico e nervoso accumulato durante una cavalcata straordinaria. Il 6-1 conclusivo è stato severo nel punteggio, ma non cancella minimamente il valore del torneo disputato dall’italiano.
Bellissime anche le parole pronunciate durante la premiazione. Cobolli, con grande sportività, ha riconosciuto che l’amico tedesco meritava quel trofeo da tanto tempo. Zverev, dal canto suo, ha elogiato il percorso dell’azzurro e si è detto convinto che questo non sarà certo l’ultimo grande palcoscenico della sua carriera. Parole sincere, pronunciate da due ragazzi che si conoscono e si rispettano profondamente.
E qui arriva forse la riflessione più importante. Nello sport passano dei “treni“. Occasioni che sembrano comparire all’improvviso e che nessuno può garantire torneranno una seconda volta. Questa finale era uno di quei treni. Flavio Cobolli ci è salito sopra con coraggio e ha provato a guidarlo fino alla destinazione più bella.
L’EDITORIALE DEL BACOSona: Suona la campanella tra volti nuovi e l’entusiasmo di sempreIl nostro augurio è che non sia stata l’occasione della vita, ma soltanto la prima di molte. Perché osservandolo in queste due settimane viene spontaneo pensare che Cobolli non appartenga alla categoria dei predestinati assoluti, quelli che da adolescenti alzano trofei come facevano Becker o Nadal. Sembra piuttosto appartenere a una categoria diversa, forse ancora più affascinante: quella dei lavoratori instancabili, dei giocatori che crescono anno dopo anno, che aggiungono un mattone alla volta fino a costruire una casa solida nell’élite mondiale.
Se questo Roland Garros gli avrà lasciato qualcosa, è la consapevolezza di poter stare a quel tavolo. E una volta che hai scoperto di poterci stare, sederti diventa molto più facile. Per il tennis italiano, oltre alla delusione del momento, resta una certezza bellissima. Oggi non viviamo più gli Slam da semplici spettatori. Li viviamo da protagonisti. Abbiamo Sinner, abbiamo Cobolli, abbiamo Arnaldi, abbiamo una generazione che continua a produrre talento e risultati. Fino a pochi anni fa le finali Slam erano un affare riservato agli altri. Oggi possiamo accendere la televisione e sognare davvero di vedere un italiano giocarsi il titolo.
Sul Court Philippe-Chatrier campeggia una frase di René Lacoste, uno dei leggendari Quattro Moschettieri francesi:“La victoire appartient au plus opiniâtre.” La vittoria appartiene al più tenace. Mai come oggi quelle parole sembrano perfette. Perché sulla terra rossa di Parigi non basta il talento. Non basta la potenza. Non basta nemmeno il sogno. Serve la capacità di resistere, di stringere i denti, di rialzarsi dopo ogni caduta e di continuare a crederci quando tutti iniziano a dubitare. È una filosofia che accompagna da sempre il torneo parigino e che trova una perfetta incarnazione nella storia di Alexander Zverev.
Dopo anni di sconfitte dolorose, finali perse, infortuni e occasioni mancate, il tedesco ha continuato a bussare alla porta della storia senza mai smettere di crederci. In questo Roland Garros ha respinto l’assalto della nuova generazione, ha gestito la pressione del favorito rimasto in piedi e ha saputo conquistare il titolo più importante della sua carriera proprio quando molti iniziavano a pensare che non sarebbe mai arrivato.
E mentre a Parigi si spengono le luci sul Centrale, anche nel nostro piccolo si chiude un rito. La Tribuna VIP del Divano comincia ad accusare la stanchezza dopo questa lunga maratona. L’Orso sbadiglia, Nostradamus sfoglia già i suoi misteriosi manoscritti e l’AutoGufo sta probabilmente cercando nuovi modi creativi per portare sfortuna agli azzurri. Ma il tennis non si ferma mai. Gli occhi sono già puntati verso il verde sacro di Wimbledon.
Per questa sera, allora, lasciamo da parte il tifo azzurro e rendiamo onore alla tenacia: un francesissimo “Chapeau” ad Alexander Zverev.
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