Per secoli è appartenuto alla pietra, alla fede e alla memoria di Palazzolo. Poi il tempo lo ha portato lontano, fino alle sale della Biblioteca Capitolare di Verona, dove il suo legame con la Pieve di Santa Giustina era rimasto scritto accanto all’opera, quasi come l’indicazione di una casa perduta. Adesso quel viaggio sta per compiere il percorso inverso.
Il tabernacolo in pietra calcarea risalente al XV secolo, conservato nel museo della Capitolare, tornerà infatti nella Pieve di Santa Giustina, la chiesa antica che domina il paesaggio di Palazzolo e dalla quale proviene. Non si tratta più soltanto di un’intenzione o di un progetto affidato alle parole. Il Comune di Sona ha stanziato le risorse e affidato le delicate operazioni necessarie per recuperare, trasportare e ricollocare l’opera.
Con una determinazione del 9 luglio, il settore Lavori pubblici ha assegnato il servizio ad una impresa scelta per la propria specializzazione e chiamata a operare rispettando le prescrizioni della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza. Il costo è di 3.820 euro più IVA, per una spesa complessiva di 4.660,40 euro.
È un passaggio amministrativo apparentemente piccolo, una cifra contenuta tra le pieghe del bilancio comunale. Eppure dietro quelle operazioni tecniche — imballaggio, movimentazione, viaggio, ricollocazione — si muove un frammento lungo circa sei secoli della storia locale.
Il tabernacolo era stato raccontato dal Baco già il 3 novembre 2020, quando la sua presenza nelle sale della Capitolare aveva sorpreso chi, arrivando dal territorio di Sona, si era trovato davanti un’opera indicata come proveniente dalla Pieve di Palazzolo. Il manufatto, decorato con figure, viene attribuito a un anonimo scultore veronese o toscano attivo nella prima metà del Quattrocento.
In quel luogo straordinario, nato nei primi secoli della storia cristiana e considerato la più antica biblioteca ancora esistente al mondo, il tabernacolo di Santa Giustina ha condiviso gli spazi con codici, pergamene e testimonianze che attraversano oltre un millennio e mezzo di storia. La Capitolare conserva circa 1.300 codici, prodotti tra il IV e il XIX secolo, oltre a un vastissimo archivio documentario legato alla Cattedrale di Verona.
Il valore culturale del luogo che lo ha custodito non cancella però quello del ritorno. Un’opera d’arte non è soltanto materia scolpita. È anche il rapporto con lo spazio per il quale era stata pensata, con le mura che l’avevano accolta, con la comunità che per generazioni l’aveva vista e riconosciuta.
La sua sede originaria, la Pieve di Santa Giustina, è stata interessata da lavori di restauro che sono ora conclusi. Proprio la fine del cantiere ha consentito all’Amministrazione comunale di riprendere l’iter avviato nel 2023 per riportare il tabernacolo a Palazzolo.
Da questo momento la questione non riguarda soltanto il trasferimento di un bene storico. Riguarda il modo in cui un territorio ricompone la propria memoria. Perché il tabernacolo non arriva a Palazzolo come un’opera sconosciuta acquistata altrove. Ritorna. E in questa parola c’è tutta la differenza.
Ritorna dopo essere stato protetto e valorizzato in una delle istituzioni culturali più prestigiose di Verona. Ritorna in una Pieve restaurata, pronta a recuperare non soltanto una presenza artistica, ma una parte della propria identità. Ritorna davanti agli abitanti di oggi portando con sé il segno delle mani che lo scolpirono nel Quattrocento e degli occhi che, nei secoli, si posarono sulle sue figure.
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaTra Verona e Palazzolo non ci sono molti chilometri. Per questo tabernacolo, però, il viaggio misura quasi seicento anni. E quando tornerà nella Pieve di Santa Giustina, non sarà soltanto una pietra antica a ritrovare il proprio posto. Sarà un pezzo di storia della comunità a rientrare finalmente a casa.
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