Incontro Pietro Tacconi (nelle foto di Mario Pachera) in uno dei campi in cui lavora, sullo sfondo le alture e la torre di Palazzolo. Il suo sorriso aperto e la pelle già abbronzata tradiscono la gioia di chi vive bene nel posto che occupa, in campagna.
Sei uno dei più giovani agricoltori del nostro territorio, Pietro. Non hai ancora 21 anni e sei regolarmente iscritto alla Camera di commercio da poco più di due. Come è nata e come si è sviluppata la tua passione per la terra?
E’ nata in una realtà familiare. Ero piccolo: avrò avuto circa cinque anni. Mi piaceva tanto seguire il lavoro nell’orto che faceva il mio nonno paterno e ricordo che mi fermavo ad osservare i suoi gesti. Ho una foto che mi ritrae mentre con la manina reggevo un grosso grappolo di uva e tutti dicono che già da lì si capiva che cosa avrei fatto da grande. La storia si è fatta più interessante quando mi è stata data la possibilità di piantare le zucchine in un pezzetto di campo di un parente di mia mamma. Posso proprio dire che questo prozio è stato il mio maestro ed è tuttora una figura importante per me. Quell’anno in molti abbiamo mangiato zucchine perché la produzione era stata particolarmente ricca. La soddisfazione che provavo nel vedere crescere ciò che avevo seminato, piantato, legato ed innaffiato io, era tanta. Nelle estati tra i 6 e i 12 anni non ho mai fatto il Grest, come tutti i miei amici, perché il mio divertimento era stare all’aperto, in campagna, occupato a coltivare qualcosa per il consumo della mia famiglia o ad imparare come curare le viti e gli ulivi. Nel periodo della scuola media ho sofferto parecchio perché le ore di frequenza e di studio erano tante e non potevo darmi da fare come avrei voluto. Nonostante questo, ho sempre fatto di tutto per stare nei campi appena possibile, anche se mi costava tanto sacrificio.
Quindi poi cosa hai deciso di fare?
Quando è stato il momento della scelta della scuola superiore, mi sono rivolto al corso per geometri. La mia famiglia gestisce un’impresa edile stradale ed è impegnata in quel settore da tanti anni. Dato che avevo il lavoro pronto in azienda, pensavo che il mio trasporto per la terra sarebbe stato da mantenere come hobby a tempo perso. Quando sono arrivato in classe terza, però, ho capito che la mia passione non era qualcosa di passeggero e, a 16 anni, quando tutti i ragazzi cercano il motorino, io ho voluto il primo trattore. Ricordo che il giorno in cui ho fatto l’esame orale di maturità, sono stato nel campo a tirar so i perseghi fino a due ore prima. La spinta verso la campagna era veramente forte e alla fine ho deciso: ‘Io ci provo. Io vivo una volta sola e voglio provare ad aprire un’azienda’. Non sono mancate le perplessità di qualche familiare. Mio padre sperava, e in cuor suo forse era convinto, che avrei scelto il lavoro sicuro, ma ha capito bene la mia scelta. Mia mamma mi ha rassicurato, dicendomi che era giusto che ci provassi e che, se le cose fossero andate male, ci sarebbe stato sempre un posto di lavoro per me nella ditta di famiglia. Restavano i nonni paterni, lo scoglio più grande per chi immagina un futuro diverso per il proprio nipote: la laurea, il posto a otto ore e uno stipendio fisso. Ma io sentivo che non volevo quella cosa lì. Ricordo che sono andato da loro solo quando ho avuto in mano le carte della partita IVA che avevo aperto il primo gennaio 2024. Mi ha accompagnato mio papà. La nonna mi ha dato del pazzo. Il nonno mi ha guardato, è restato in silenzio per un attimo e poi mi ha stretto forte, dicendomi: “Se tu ci credi, io ci credo con te”.
A questo punto Pietro si commuove, e poi prosegue.
Quella frase di mio nonno è stata per me come una benedizione. Lavorare i campi è sempre stato il mio progetto di vita. Tutti possono fare un lavoro, ma amarlo è un’altra cosa. E io lo amo.
A quali tipi di colture ti dedichi e perché hai scelto proprio quelle? Per imparare hai fatto dei corsi o hai affiancato qualcuno?
Da due anni coltivo i campi dei parenti di mia mamma che mi danno una certa autonomia di gestione. Nei miei progetti ho sempre avuto l’idea di un’azienda mista, non solo con produzione di frutta, perché in agricoltura può esserci l’anno in cui va bene un raccolto e meno bene un altro. Coltivo pesche, albicocche, uva, ma anche seminativo cioè legumi, mais e frumento. Mi sono attrezzato e sto sperimentando con i kiwi. Ho qualche ulivo, ma li coltivo solo per uso familiare. Per fare l’agricoltore ho acquisito le varie abilitazioni necessarie e il patentino per l’utilizzo corretto dei fitofarmaci. Non so dire da chi ho imparato perché quando vedo qualcuno fare qualcosa nei campi e lo ripeto, sento che è come se lo sapessi fare da sempre. Ma mi è stato detto anche che quando pensi di essere capace, è il momento in cui ti accorgi di dover imparare ancora tanto. Per questo sono sempre pronto a rimettermi in cammino.
Si parla tanto di alimentazione consapevole e di ricerca di prodotti a km zero. Quali sono i tuoi orientamenti a questo proposito?
La vendita a km zero è la scelta più sensata che ci possa essere nel rapporto tra venditore e consumatore e questo perché si evitano tutti i passaggi che il prodotto dovrebbe fare, passando tra produttore, commerciante all’ingrosso, vendita in negozio e acquisto finale, con i rincari, i tempi e i trasporti sulle strade che è facile immaginare. La vendita diretta “dal campo alla tavola” è la migliore opzione e garantisce sempre qualità e freschezza per il cliente e il giusto guadagno per noi agricoltori.
E’ facile immaginare che quello dell’agricoltore sia un lavoro molto impegnativo. A distanza di più di due anni dall’inizio di questa attività in proprio, quali sono i sacrifici più pesanti da sostenere nello stare nei campi?
Si potrebbe dire che i sacrifici ci sono tutti i giorni. Penso a quando d’inverno, col freddo e nella foschia, bisogna potare le vigne e quei filari lunghissimi sembrano non finire mai. Ma quando si pota, bisogna pensare che si sta già costruendo il futuro e, se si lavora bene, le soddisfazioni del raccolto arriveranno. Le sveglie alla mattina presto, il lavoro nei campi fin quando c’è luce, in fondo, non sono sacrifici per me. Certe sere arrivo a casa distrutto e sudato fradicio, ma ho un sorriso che va da un orecchio all’altro. Io dico sempre che con niente non si arriva a niente. Sono quelli sociali, a volte, i limiti e le rinunce che sento. Quando non posso uscire con gli amici o con la morosa, per esempio. Ma se si scelgono le persone giuste che capiscono e sanno rispettare, non c’è neanche bisogno di giustificarsi e tutto si supera facilmente.
Permettimi un’ultima domanda, Pietro. Che cosa provi quando sei solo, alla guida di un trattore, mentre attraversi i campi, magari nelle fredde mattine brumose? O quando trovi i rami dei tuoi peschi, piantati da poco più di un anno, già affollati di piccoli frutti?
E’ difficile spiegare che cosa provo quando sono sul trattore. Sento che io sono sulla mia macchina, come se fossi in armonia con lei. E’ il trattore che mi dice che cosa devo fare, è una vera intesa ed è fondamentale per stare nei campi. Se non sei preso, non riesci a lavorare bene. Secondo me, chiunque fa questo mestiere ha un legame particolare con la sua macchina: ci passi tante ore, è stato un sacrificio comprarla ed è necessaria per arrivare all’obiettivo che ti sei posto, quindi è come sentirsi un tutt’uno con lei. Alla fine di un anno di lavoro, poi, arriva la soddisfazione più grande. Quando raccolgo il prodotto, ogni pianta, ogni frutto mi racconta una storia e ne ricordo ogni passaggio. I guadagni finali non si improvvisano, ma sono il risultato di tanto impegno.
A questo punto Pietro mi sorride un po’ “sornione”. Forse sta già immaginando gli abbondanti raccolti di fine stagione. La sua consapevolezza, così salda e proiettata, mi sbaraglia, ma sicuramente è stata la molla propulsiva all’origine delle sue scelte.
Lascio Pietro alle prese con una macchina che innaffia il suo campo di mais, con getti ampi e ben mirati. Parlare con questo giovane agricoltore mi ha catturato parecchio perché la passione è stata la sua guida. E’ come se la terra stessa l’avesse chiamato e si fosse affidata a lui, alle sue mani che sembrano sempre sporche.
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaI giovani contadini raccolgono le eredità di lavoro e di formazione delle vecchie generazioni. Portano nuova linfa nei campi e lo fanno con rinnovati entusiasmi. L’uso di applicazioni tecnologiche sicuramente li facilita un po’, ma il ritmo delle giornate resta sempre scandito dalla prima luce del sole che sorge, dalle gelide giornate invernali, dai caldi pomeriggi estivi regalati alle cicale e dall’imbrunire che si apre alla notte.
Da questo punto di vista c’è poco di nuovo per questi giovani forze che si dedicano alla terra. Non è una vita facile, ma il loro lavoro sa come ricompensarli. Nel nostro piccolo possiamo pensarci anche noi quando troviamo una postazione di vendita diretta di frutta e verdura.
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