Padre Campara nell’isola di Cuba

Incontriamo Padre Sergio per la seconda volta. L’altra volta era al termine del suo apostolato di ventisette anni e mezzo in Paraguay, ora lo troviamo dopo il suo primo anno trascorso nell’isola di Cuba.

 

Padre Sergio, com’è si sta a Cuba?
Non è stato facile arrivare a Cuba. Quando me l’hanno proposto l’ho accettato con entusiasmo, nonostante qualcuno mi consigliasse di desistere visti i miei 65 anni. Son dovuto passare dal Paraguay, paese che ha ottime relazioni con Cuba. Pensavo di dover sostare in Paraguay poco tempo, invece l’attesa è stata lunga, parecchi mesi prima di ottenere il visto. Cuba è un altro mondo. Se ci si deve vivere ci si rende conto delle difficoltà in cui versa quel popolo. Vederla da turisti sembra tutto bello. Ma la realtà è differente. Persino la moneta, il Pesos, è diverso: c’è quello per i turisti e quello per i locali, notevolmente inferiore come valore. Qui manca tutto. Io ho passato quasi 30 anni in Paraguay, ma è una realtà totalmente differente, sia economicamente che religiosamente. Cuba mi vien più facile paragonarla al terzo mondo africano.
Ognuno ha un libretto, dove viene annotato tutto. Ha diritto ad uno stipendio che mediamente si aggira intorno ai 15 dollari americani, tanto al poliziotto quanto al professore che al bottegaio, poi lo stato ti passa in un mese 2 kg di riso, 1 kg di fagioli, 1 kg di zucchero e di sale, mezzo litro di olio, 1 saponetta, un dentifricio e niente carne. Pensa, io ho sempre detestato le cipolle. A Cuba ho imparato a cucinarle e a mangiarle. All’inizio tutto mi sembrava difficile. Potevo celebrare le funzione religiose, ma di fatto mi era impossibile. Accanto alla chiesa avevano collocato una sorta di locale da ballo, ovviamente all’aperto, che sparava musica, il reguetõn, ad altissimo volume ad ogni ora del giorno e della notte. Era impossibile viverci, figuriamoci celebrare messa o far scuola. La gente vive una sorta di analfabetismo religioso. Ignora totalmente l’esistenza di altre religioni che non siano quelle legate a riti propiziatori, simili ai riti wodoo. Piano piano mi son fatto coraggio. La mia chiesa, senza porte e finestre ha iniziato a riempirsi. Con l’aiuto del cardinale sono riuscito a limitare il reguetõn. Ho iniziato i primi battesimi, forse fatti più per superstizione, per protezione contro il malocchio che per vera convinzione, ma un po’ per volta ho visto nascere la loro fede, l’ho vista crescere ed è un po’ come rinascere nella fede con loro. Ora nella mia parrocchia, l’Isola della Gioventù di fronte a L’Avana con 90.000 persone, c’è una chiesa sempre aperta. Allora, per tornare alla tua domanda, come ci stavo a Cuba qualche giorno prima di partire per questa mia vacanza in Italia: molto male, perché non volevo lasciar quella gente!

 

Che cosa porteresti di Cuba a Lugagnano?
La sobrietà della vita, l’accontentarsi, il non lamentarsi, la pazienza. A Cuba hanno 3 comandamenti: 1° la pazienza, 2° la pazienza, pazienza, 3° la pazienza, pazienza, pazienza. Non funziona nulla. L’apparato statale, che poi gestisce tutto, non funziona. Non ti considerano. Così accade che per qualsiasi cosa bisogna far la fila. Per il mangiare, per i soldi, per tutto. Si arriva davanti al funzionario statale che quasi non ti guarda e fa di tutto per creare complicazioni, per farti tribolare quanto ti spetta. E dopo quest’estenuante tira molla, ti fa pesare che per questa volta puoi avere quello che chiedi, ma ce l’hai per la bontà dello Stato, e così la povera gente se ne va gridando viva Fidel!

 

Che cosa porteresti di Lugagnano a Cuba?
La libertà! Prendere sul serio la vita, lo studio, il lavoro. Sui manifesti che inneggiano la rivoluzione cubana si trova sempre scritto: “Estudio, trabajo e fuciles”. Studio, lavoro e fucili. Ma non ci sono libri per studiare, non c’è lavoro, forse ci sono solo i fucili. La totale assenza di libertà porta al punto di non avere calendari. Pensa, sapevano che io potevo portarne un po’ dal Messico. Così già a novembre me li chiedevano. Gli danno importanza tutti, credenti e non credenti. Povera gente e professori. Hanno bisogno minimo di collocarsi nello spazio e nel tempo. Anche quello gli è negato. E così fanno la coda in chiesa per averli. Ne ho dati via 500 in una sola mattina. Manca la libertà di farsi le proprie idee se pensiamo che i bambini di 3 anni seguono le loro maestre d’asilo gridando “Viva la revolucion, viva Fidel!”. Agli stessi bambini è proibito dare giochi perché frutto del consumismo. E così il popolo si perde nelle telenovelas, ne fanno a tutte le ore del giorno. E’ un modo per distaccarsi dalla realtà che li circonda. Io credo che Gesù Cristo crocefisso abbia un amore speciale per questo popolo crocefisso.