Per noi ragazzi veronesi nati a cavallo degli anni Sessanta e Settanta il nome di Osvaldo Bagnoli – morto oggi a 91 anni all’ospedale Borgo Roma – rievoca immancabilmente le stagioni tra le migliori della nostra vita.
Perché quelli che ruotano attorno allo scudetto dell’Hellas, il mitico campionato 1984-1985, sono gli anni della nostra adolescenza, quando tutto sembrava ancora possibile. E quello scudetto, unico e probabilmente irripetibile, stava proprio lì a dimostrarcelo. Si può fare, se si vuole e ci si crede si può fare.
Il titolo dell’Hellas arrivò in un momento di profonde trasformazioni, sia in Italia sia nel resto del mondo. Erano anni di passaggio: le tensioni politiche e sociali del decennio precedente non erano ancora del tutto superate, ma il Paese stava entrando in una nuova fase, segnata dall’ottimismo, dalla crescita dei consumi, dall’espansione della televisione commerciale e dalla fiducia nel progresso.
In Italia, Sandro Pertini si avviava verso la conclusione del suo mandato da Presidente della Repubblica. Nel luglio del 1985 gli sarebbe succeduto Francesco Cossiga. A Palazzo Chigi sedeva Bettino Craxi, primo socialista nella storia repubblicana a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio.
L’economia attraversava una fase di crescita e cominciava ad affermarsi l’immagine di un Paese dinamico, moderno e benestante. Erano gli anni della cosiddetta “Milano da bere”, espressione che sarebbe diventata il simbolo di un’Italia attratta dal successo, dalla moda, dalla pubblicità e dai nuovi stili di vita.
Anche la televisione stava cambiando rapidamente. Le reti commerciali di Silvio Berlusconi modificavano il linguaggio dell’intrattenimento, della pubblicità e della comunicazione, contribuendo a costruire un immaginario completamente diverso da quello della televisione pubblica tradizionale.
Il calcio italiano viveva intanto una delle sue stagioni più prestigiose. La Serie A era considerata il campionato più competitivo del mondo e ospitava campioni come Michel Platini, Zico, Karl-Heinz Rummenigge, Sócrates, Falcão e Diego Armando Maradona, arrivato al Napoli nell’estate del 1984.
Anche sul piano internazionale il 1985 fu un anno di svolta. La Guerra fredda divideva ancora il mondo, ma cominciavano ad apparire i primi segnali di cambiamento. Nel marzo di quell’anno Michail Gorbaciov divenne segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Le sue politiche di perestrojka e glasnost avrebbero profondamente modificato l’Urss e contribuito alla conclusione del confronto tra i due blocchi.
Negli Stati Uniti il presidente era Ronald Reagan, mentre l’Europa restava ancora separata dal Muro di Berlino, che sarebbe caduto soltanto quattro anni più tardi, nel novembre del 1989.
Fu in questo mondo, ancora diviso ma già proiettato verso una nuova epoca, che l’Hellas Verona riuscì a vincere il campionato. Non soltanto uno scudetto, ma il simbolo di un tempo in cui una squadra di provincia poteva ancora sfidare i grandi poteri del calcio e batterli.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insiemeVerona viveva questa stagione in maniera elettrizzante, stringendosi attorno alla sua squadra come un’anima sola, grazie anche alle strabilianti narrazioni radiofoniche di Roberto Puliero, un altro gigante di quegli anni che abbiamo dovuto salutare.
Ma il vero simbolo di questo miracolo era proprio lui, Osvaldo Bagnoli, nato il 3 luglio 1935 nel quartiere Bovisa di Milano, allora una periferia popolare e fortemente industriale.
Un uomo di poche parole e di valori forti. Che divenne, certamente senza cercarlo e rifuggendo ogni luce dei riflettori, il condottiero di un’impresa che ha fatto la storia sportiva e non solo della città. Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo che abbiamo avuto, lo soprannominò “Schopenhauer”, per il suo carattere riflessivo e disincantato, e lo definì anche il “mago della Bovisa”, un uomo capace di fare calcio con semplicità, intelligenza e buon senso. Non esiste definizione migliore, nella quale sicuramente Bagnoli si sarà riconosciuto.
Un giorno Bagnoli, di fronte alla domanda di un giornalista, rispose che “Il calcio è come una briscola al bar con il tuo migliore amico. Quando giochi fai di tutto per fregarlo. Quando posi le carte, bevi con lui un bicchiere”.
Hermann Hesse ci ha spiegato che bisogna saper vivere ogni età nel suo tempo e abbandonarsi ad essa, senza voler trattenere ciò che passa. Ora che le carte sono state definitivamente posate, rimane solo che augurarti un buon viaggio Osvaldo, Verona non ti dimenticherà.
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