Osservatorio Sociale, stasera il primo incontro. “Che responsabilità hanno gli adolescenti?”

Si tiene stasera a Sona il primo incontro dell’Osservatorio Culturale, Sociale ed Educativo (OCSE) voluto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Sona per monitorare e affrontare i temi delle piccole e grandi devianze giovanili sul nostro territorio.

A questo tavolo l’Assessore Bianco ha inviato a partecipare i quattro Parroci del Comune, i Dirigenti Scolastici di Sona e Lugagnano, i Presidenti dei due Comitati Genitori, gli Scout e le Associazioni Sportive del territorio, la Psicologa Paola Spera, Il Baco da Seta e L’Arena, la Cooperativa L’Azalea e l’Assistente Sociale Antolini.

Tutto nasce da alcuni fatti di vandalismo verificatisi nei parchetti pubblici delle nostre frazioni la scorsa estate per mano di giovanissimi, ma il ragionamento che si intende affrontare con l’Osservatorio è ben più ampio, e riguarda la prevenzione e l’educazione.

Con l’occasione pubblichiamo qui sotto un intervento della Psicologa e Psicoterapeuta Paola Spera, che fa parte dell’Osservatorio e che da molti anni scrive sul Baco, sul tema proprio di quanto un adolescente sia responsabile delle azioni che compie. E sul ruolo centrale dei genitori.

Di solito, se un adolescente prende un brutto voto a scuola è colpa del professore che ce l’ha con lui, se si fa una canna è colpa della compagnia che lo porta sulla cattiva strada, se perde a calcio è colpa dell’arbitro che è mezzo parente di uno dell’altra squadra. Allora non si capisce come mai se commette un atto di vandalismo improvvisamente la colpa è sua e merita le peggiori punizioni.

Un adolescente è responsabile di quello che fa oppure no? Oppure a volte sì e a volte no? Oppure se è figlio mio non è responsabile, se è figlio del vicino invece sì?

L’argomento è troppo complesso per schierarsi con leggerezza da una parte o dall’altra. Durante l’adolescenza si sviluppa la parte del cervello chiamata corteccia prefrontale, che è la sede dei cosiddetti “processi superiori”, cioè quelli che ci distinguono dagli animali. È la parte di cervello che ci permette di fare ragionamenti astratti, di pianificare comportamenti complessi e di valutare le conseguenze delle decisioni che prendiamo.

Da un punto di vista biologico, quindi, possiamo dire che gli adolescenti stanno sviluppando la capacità di essere responsabili delle proprie decisioni: potremmo definirli “apprendisti delle decisioni”. È proprio questa considerazione che, ridimensionando ma non certo annullando la responsabilità dei ragazzi, ci porta a ragionare sul ruolo che noi adulti abbiamo in questa fase così delicata della loro vita.

Osservo spesso genitori iperprotettivi, che hanno la tendenza a mettere i figli sotto una campana di vetro, deresponsabilizzandoli e cercando di proteggerli da tutto e tutti. Questo comportamento è umano, ma pericoloso: se non diamo loro la possibilità di fare esperienza con problemi piccoli e decisioni semplici, non potranno essere in grado di affrontare problemi grandi e decisioni complesse. Prendere decisioni al posto loro o attribuire i loro errori o fallimenti al professore, alle cattive compagnie o all’arbitro impedisce loro di imparare, un po’ alla volta, a prendersi le proprie responsabilità. Limitare l’indipendenza dei figli non consente loro di imparare a regolare il proprio comportamento in base alle situazioni, e li porta ad aver sempre bisogno di una figura di riferimento che prenda decisioni per loro.

Favorire l’indipendenza di un figlio non significa certo lasciargli fare tutto ciò che vuole, quindi la difficoltà consiste nel trovare il compromesso migliore, che a pensarci bene è quello che si fa quando un figlio impara a camminare: all’inizio gli si dà la mano, poi un po’ alla volta ci si allontana, ma rimanendogli vicino, lo si osserva, lo si consola quando cade e lo si incoraggia a rialzarsi.

Certo si può proteggerlo dai pericoli imbottendo gli spigoli del tavolino del salotto o evitando di lasciarlo libero di correre in mezzo alla strada, ma a nessuno di noi verrebbe mai in mente, dopo una caduta, di prendere il bambino e di rimetterlo nel passeggino, né tantomeno di sgridarlo o punirlo.

Di sicuro non si annega, ma non si impara nemmeno a nuotare stando nella vasca da bagno.

Paola Spera

Psicologa Psicoterapeuta

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