Origini dell’antichissimo culto di san Quirico a Sona, che la Chiesa cattolica festeggia oggi 16 giugno

Oggi, 16 giugno, il calendario della Chiesa cattolica festeggia Quirico e Giulitta. Scrissi della chiesa romanica di san Quirico (nella foto Pachera), nell’omonima località di Sona, e dell’antica storia del suo culto due articoli pubblicati sul Baco n. 31 e 49. In essi facevo risalire gli inizi della tradizione del culto locale di san Quirico a vicende della giurisdizione dell’impero di Bisanzio nei territori italiani dell’Esarcato di Ravenna.

Siamo ai tempi di Galla Placidia (V secolo). Richiamavo la vicenda del Nobilissimus Puer, il futuro imperatore Valentiniano III, accostato al santo martire bambino Quirico, ed il territorio bizantino a sud-est del lago di Garda; il fatto che l’attuale chiesa medievale potesse insistere su una precedente antichissima struttura sacra di richiamo devozionale.

Provo ora ad ipotizzare un più documentale inizio del culto di san Quirico in questo luogo, sulla base di vicende dell’Esarcato ravennate qui accadute nel VI secolo.

Il territorio bizantino in questione si estendeva a sud del lago di Garda, da Sirmione all’ultima collina morenica (una paurosa boscaglia selvaggia, donde il toponimo “Bosco”, documentata da atti del monastero di san Colombano di Bobbio. Esempio: Val Rugola), che segnava il confine ad est, oltre la quale inizia la campagna di Verona, e andava incuneandosi verso sud inglobando la città di Mantova.

Questo territorio bizantino era stato occupato dai Longobardi nel 568-569 distruggendo il castello di Sirmione ed abbattendo le mura di Mantova, chiudendo così all’Esercato la possibilità di collegarsi via Mincio, lago e Sarca con i territori ancora in suo possesso a nord del lago: Val di Non e Passo di Resia.

Allora l’imperatore di Bisanzio, Maurizio Tiberio II (582-602) affida il comando delle armi per la sua riconquista al generale Romano,  già distintosi nella difficile guerra caucasica dei Suani tra il 573 e 576 per aver riportato a Bizanzio sano e salvo il precedente imperatore Giustino II con tutta la sacra famiglia imperiale e averne salvato il Tesoro, grazie anche alla specialissima protezione dei santi patroni del palazzo imperiale di Bisanzio: Michele, Giorgio e Quirico.

Il generale Romano arriva in Italia e con una serie di successi bellici riconquista Mantova e Sirmione assestando una dura sconfitta ai Longobardi, la quale sarebbe risultata definitiva con la presa della loro capitale Pavia (avverrà invece nel 773!), se Cedino, duca dei Franchi, che si trovava accampato con le sue truppe nella campagna ad ovest di Verona, non avesse tradito gli accordi che i due avevano stipulato.

È quasi certo infatti, che questo valoroso e pio generale bizantino si è accampato, attorno all’anno 587, con le sue truppe in questo luogo temperato, a lato della storica strada Tiberiana, ex Gallica, sul confine del suo territorio, dove da tempi immemori scaturiva, e scaturisce tuttora, una sorgente perenne di acqua limpida e fresca, per tutta la durata delle complicate trattative territoriali col duca Cedino, comandante dei Franchi, i quali, a loro volta, si trovavano accampati, come detto, subito al di là della collina morenica, attuale monte Corno.

E qui, quindi, avrebbe lasciato ai posteri un memoriale concreto in ringraziamento a san Quirico per i successi ottenuti, nonché segno di celeste monito e difesa sul confine est del territorio bizantino.  Il periodo della sosta, inoltre, potrebbe benissimo aver coinciso con l’annuale, imperiale celebrazione della solennità di san Quirico a Bisanzio: il 15 luglio. Un momento di festosa allegria per le truppe. Le guerre infatti nell’antichità si svolgevano di norma nella bella stagione. La data è rimasta inalterata nella memoria storica del culto in questo luogo, nonostante la riforma gregoriana del calendario del 4 ottobre 1582 e la conseguente anticipazione della festa, nei martirologi romani, al 16 giugno.

Dagli scarsi documenti e dalle gesta del generale Romano, si evince un forte senso di devozione sacrale per la famiglia imperiale bizantina unita a quella dei suoi speciali celesti protettori, tra cui il nostro san Quirico. Nel 590, l’imperatore Maurizio eleva il generale Romano alla dignità di Esarca d’Italia, sostituendolo a Giuliano nella sede dell’esarcato di Ravenna.

Ma c’è ancora un altro aspetto da considerare che, forse, solo la nostra chiesetta romanica del XIII secolo documenta in Italia.

La più antica iconografia murale medioevale della chiesa rappresenta, ben due volte, a destra ed a sinistra della parete in cui si apre l’arco trionfale, san Quirico come un giovane adulto che tiene un chiodo in mano; quella successiva sei-settecentesca di scuola veronese nella pala sopra l’altare lo rappresenta bambino, proprio come vuole la tradizione bizantina, con la sola palma del martirio senza altri attributi particolari. Come si spiega?

Lungo sarebbe esporlo qui. Vi accenno solo. Gli atti del martirio di Quirico a Tarso in Cilicia ai tempi di Diocleziano, fin dall’inizio del VI secolo, venivano respinti come favola scritta da eretici nel Decretum Gelasianum de libris recipiendis in PL, LIX, col. 164, come riportato in Bibliotheca Sanctorum della Pontificia Università Lateranense, Roma 1968, volume X col. 1324, cui rimando.

In pieno periodo medioevale si attesta in occidente un culto di san Quirico martire non più bambino di tre anni, ma giovane adulto con un chiodo in mano o più chiodi conficcati in testa (Barcellona, Museo delle Belle Arti Catalane. Sec. XII). Qui Quirico è un militare martirizzato ad Antiochia di Siria assieme ad un numero esorbitante di commilitoni cristiani (si va da 54 a 404 a 11.404!).

Quindi la chiesa attuale del XII-XIII secolo continua sì il culto del martire Quirico, inaugurato nel medesimo luogo dal generale Romano nel lontano VI secolo costruendo una cappellina od un semplice capitello come era tradizione nella cultura greca per gli dei, passata poi ai cristiani bizantini,  ma documentando una diversa iconografia del martire Quirico, che lo rappresenta adulto, salvo in secoli a noi più vicini, tornare di nuovo a rappresentarlo secondo l’originaria ed antichissima tradizione della chiesa bizantina.

Ma perché? Riguarda le politiche religiose delle due chiese, quella romana e quella ortodossa.

A me basta aver sottolineato quanto un culto così antico a Sona, storicamente legato ad una politica civica, possa trovare in questa anche la sua origine; e proprio là dove più lontane sono le radici del suo meme iniziale più interessanti ritornino anche le ipotesi nella cornice di scarni frammenti documentali. Secondo le mie ricerche e per quel che ne deduco, spero di aver aperto uno spiraglio di luce sull’antichissima tradizione del culto di san Quirico in questo incantevole luogo “qadosh” ( Dt 23,15 “separato”, cioè sacro, santo).

Qui mi accompagnava fin da tre anni la mia buona e bella nonna Adelaide che cercava, come il pio Romano, in labore requies, in aestu temperies (riposo nella fatica e frescura nella canicola di luglio).

Dedicato a tutti quelli che sono sostati e sosteranno in questo luogo e a chi legge queste povere parole.

Articolo di Rolando Gaspari

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