“Ognuno al proprio posto e al meglio di sé”, Don Franco, nuovo Coparroco di Lugagnano

“Sono nato ad Isola della Scala l’undici luglio del 1972 e sono entrato in seminario all’età di venticinque anni, prima lavoravo come ragioniere. Ordinato sacerdote il 7 maggio del 2005, fino ad oggi ho svolto il mio ministero sacerdotale per quattro anni nella parrocchia di Zevio, un anno a Bussolengo presso la parrocchia di Santa Maria Maggiore e poi, come Parroco, a Santa Maria di Negrar, con delega alle attività giovanili anche per le parrocchie di Arbizzano, Pedemonte e Castelrotto. E ora, dal 5 ottobre scorso, sono Coparroco qui a Lugagnano con Don Antonio”. Inizia a raccontarsi così don Franco Santini, che incontriamo nella parrocchia di Lugagnano, nel suo studio ancora spoglio ma comunque pieno di ricordi e di immagini delle persone con cui ha vissuto fino ad oggi la sua vita di sacerdote.

Facciamo un passo indietro: e la sua famiglia?“Siamo originari di Isola della Scala anche se quando ho compiuto i sedici anni siamo andati ad abitare a Verona, a Borgo Milano. Mia mamma e mio papà mi hanno seguito a Lugagnano in questo mio nuovo incarico. Ho due sorelle maggiori che vivono a Borgo Roma”.

Da quello che ci racconta spicca subito che la sua è una vocazione che arriva in età adulta. “La mia vocazione è una maturazione che si è evoluta nei tre anni prima di entrare in seminario, dai 22 anni. Una maturazione che ho coltivato dentro me, ho iniziato a farmi alcune domande esistenziali ed a un certo punto ho avvertito forte questa chiamata di un Dio che mi ama e mi vuole come suo Ministro. Una scelta che proprio per come si è manifestata ha sorpreso tanti, anche persone molto vicine a me”. Una scelta fatta con un atteggiamento deciso quindi. “Guardi, non sono certo un tipo di  persona che indugia o tentenna. Mi sono detto: a venticinque anni o si sceglie una strada o se ne sceglie un’altra. E sono entrato deciso in Seminario. Gli educatori non hanno perso tanto tempo nei colloqui con me”, conclude don Franco con una risata.

Veniamo all’oggi. Lei arriva a Lugagnano, una parrocchia sicuramente traboccante di gruppi, di iniziative e di attività: come è stato atterrare in mezzo a noi e trovarsi da subito al centro di tutto questo movimento? “La prima impressione è stata assolutamente positiva. Si tratta di una parrocchia molto, e sottolineo molto, vivace – e nel mentre che da questa risposta veniamo interrotti da un paio di telefonate di collaboratori, con don Franco che ci guarda come a dire “vede che siamo sempre in movimento?” -. Da quando sono arrivato non passa giorno che non senta iniziative nuove da seguire. Personalmente mi piace moltissimo un ambiente così stimolante, un prete diocesano non è un monaco di clausura o un eremita. Un prete diocesano ha scelto di vivere in mezzo alla gente, altrimenti farebbe altro. Quindi da una parte – ci dice allargando le braccia – mi sento come investito da uno tzunami che mi travolge e quindi devo tenere ‘calmi’ tutti coloro che mi vogliono coinvolgere in tante iniziative. Dall’altra parte, mi sento decisamente stimolato da tutte queste novità. E con don Antonio la condivisione di idee e obiettivi è totale, e la condivisione ed il confronto sono continui”.

Nella messa di ingresso a Lugagnano ha spiegato durante l’omelia che lei vede il sacerdote come colui che coordina le attività ma che punta moltissimo sulla responsabilità personale di ciascuno. Ci spiega questo passaggio? “Ricavo questa indicazione dagli insegnamenti della Chiesa e, in modo particolare nei documenti del Concilio Vaticano II e nelle esortazioni per noi preti. Inoltre, questi concetti, mi vengono confermati da anni di attività sul campo. Il sacerdote è colui che costruisce i ponti a livello di relazioni e di organizzazione. Poi mettere ogni singolo mattone di quel ponte spetta a chi opera nell’ambito parrocchiale. Se il prete sta attento, per fare un esempio banale, alla stampa della singola fotocopia prodotta per una certa iniziativa è finita, fa una cosa sola e certamente quella non indispensabile. Altro deve essere il suo compito: io mi rivolgo al contenuto della fotocopia e alla relazione con chi è destinatario di quella fotocopia. Certo che se capita che debba farla la faccio volentieri – ci tiene a chiarire – ma l’azione deve essere su un piano differente. Come mi ha insegnato il mio Parroco dell’Immacolata in Borgo Milano, e ora Vescovo di Verona Zenti, ‘ognuno al proprio posto e al meglio di sé’, che significa che ciascuno deve avere un compito ben definito e io, che sono prete, non vado a svolgere altri ruoli, tranne nel caso che vi sia necessità. Il sacerdote deve essere il pastore delle anime, non deve dimenticare il carisma della sua vocazione”.

Torniamo al suo arrivo a Lugagnano. L’ingresso di un nuovo sacerdote in una comunità può essere complesso, soprattutto quando il predecessore è rimasto per molti anni. In questo senso si è sentito accolto pienamente o sta riscontrando qualche resistenza? “La prima cosa che voglio fare è ringraziare assolutamente il mio predecessore don Roberto Tortella per l’immenso lavoro che ha portato avanti nei suoi anni a Lugagnano. Mi ha lasciato un’eredità enorme e preziosa. Voglio dire – spiega don Franco con un gesto delle mani che sembra comprendere tutta la parrocchia che lo circonda – non è una cosa scontata arrivare in una parrocchia dove, ad esempio, ci sono cinquanta animatori adolescenti! Tanti paesi, anche ben più grandi di Lugagnano, non si avvicinano nemmeno a certe realtà che qui sono consuete. Arrivando alla sua domanda, io sono in quella fase nella quale sto ascoltando molto. E’ ovvio che ho le mie idee e le mie categorie, ma questa per me è la stagione dell’ascolto. L’impatto è stato assolutamente positivo sia per come sono stato accolto sia perché tantissime cose che trovo le condivido appieno. Poi con il tempo inizierò a mettere del mio, sempre nel massimo rispetto di tutto e di tutti”.

Chi la conosce e che abbiamo interpellato in questi giorni la descrive come un sacerdote assolutamente versato proprio per il rapporto con i giovani. La domanda quindi diventa obbligata: come vede il suo rapporto con i nostri adolescenti e preadolescenti? Come intende impostarlo? “La mia linea guida nel rapporto con i ragazzi è San Giovanni Bosco, che insegnava quanto fosse importante l’atteggiamento di ‘amorevolezza’, che oggi potremmo tradurre con ‘mi prendo cura’ o, come diceva anche don Milani, con ‘I care’, m’interesso di te. Al ragazzo prima di tutto devi volere bene. Se gli vuoi bene ti viene facile poi parlargli, far fatica con lui, entrare quindi in relazione vera con lui. Quindi è necessario sicuramente un buon contenuto di catechesi, ma quando il ragazzo avrà la sua inevitabile crisi non si ricorderà dell’incontro ben strutturato: si ricorderà di aver trovato persone che gli volevano bene e che lo accettavano per quello che era. Se invece come sacerdote con questi ragazzi sono stato assente e disinteressato, al fine di tutto non rimarrà nulla. Le faccio un esempio semplice ma decisivo: l’importanza di conoscere i nomi. Se ricorda, quando prima le ho chiesto quali ragazzi della parrocchia collaborano con ‘il Baco’ mi sono segnato i loro nomi. Questo perché sto lavorando per conoscere più nomi in minor tempo possibile: la persona che viene chiamata per nome si sente immediatamente accolta, e di questo ho fatto forte esperienza nelle varie parrocchie dove sono stato. Per questo rompo le scatole a tutti continuando a chiedere ‘come hai detto che ti chiami?’”  conclude sorridendo. 

Azione e spiritualità in parrocchia, un binomio a volte sbilanciato sul primo aspetto. Come si pone di fronte a questa obiezione che talvolta viene contestata a parrocchie attivissime come quella di Lugagnano? “Guardi, qui seguo in pieno gli insegnamenti che mi vengono dal Papa e dalla Chiesa: il prete deve sicuramente occuparsi di tutti gli aspetti materiali e concreti della vita parrocchiale. Ma di fronte ad una persona, ad esempio, che chiede di essere confessata io deve mollare tutto, qualsiasi cosa stia facendo, e devo confessarla. Al centro di tutto va posta sempre la relazione con Gesù Cristo, sempre. Poi vanno trovate le forme e le modalità per parlare nella maniera più efficace con la persona che hai di fronte, ma senza snaturare il messaggio”.

Sappiamo che ha da poco completato il suo percorso universitario e che ha preso la laurea in Scienze e Tecniche della Comunicazione multimediale, ci racconta dell’interessante tesi che ha discusso? “Per la prima laurea che ho preso in Teologia avevo scritto una tesi sul sistema preventivo di don Bosco. Poi in accordo con i miei superiori diocesani, ed anche per rispondere ad un progetto che mi era stato chiesto da TelePace, ho intrapreso questo nuovo percorso universitario che ora è arrivato al termine, con la discussione della tesi che si è tenuta ad inzio di questo mese. Argomento della mia tesi è stato ‘Papa Francesco e la nuova comunicazione della Chiesa. Bergoglio cambia l’interazione tra Chiesa e mass media’. E qui possiamo ritornare a quello che ci siamo detti prima sul rapporto con gli adolescenti: Papa Francesco non cambia una virgola sul magistero della Chiesa, ma modifica molto il modo di comunicare le stesse cose insegnate anche dai suoi predecessori, sapendo arrivare maggiormente alla relazione con tutti. Ecco, questo deve essere lo sforzo che tutti dobbiamo provare a fare, pur essendo consapevoli dei limiti di ciascuno”.

Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.