Trama e Recensione
“Narrami, o Musa, dell’uomo dal multiforme ingegno, che tanto vagò, dopo aver distrutto la sacra rocca di Troia“. Il poema omerico fa parte dell’immaginario collettivo da millenni. Ma che arrivasse tra le mani di uno dei registi di maggior spessore del XXI secolo era solo questione di tempo: Christopher Nolan racconta da decenni le storie di uomini compressi tra la razionalità e l’emotività, protagonisti combattuti da scelte che attraversano l’etica sociale e la morale individuale. Un filo rosso che unisce la sua filmografia: dalla trilogia del Cavaliere Oscuro a Oppenheimer, da The Prestige a Interstellar.
La rivisitazione nolaniana dell’Odissea di Omero è già entrata nella storia, essendo il primo film in assoluto girato interamente in formato IMAX e in pellicola 70 mm. La combinazione di questi due elementi permette di raggiungere la massima qualità visiva: il formato IMAX è quadrato, non rettangolare, ma la pellicola impiegata è il doppio più larga rispetto alla classica (che misura 35 mm).
Un’impresa letteralmente titanica a livello logistico, dato che le dimensioni, il peso e il rumore dell’attrezzatura hanno comportato un limite alle riprese e alla recitazione (in alcune scene di dialogo, ad esempio, si è dovuto ricorrere a degli specchi affinché gli attori potessero vedersi negli occhi).
Limiti che, tuttavia, si confermano impercettibili: il risultato visivo è eloquente, ma non solo per l’ampiezza delle inquadrature, la profondità dei colori o per la definizione delle immagini, ma anche per la capacità di dare ritmo e solennità alla narrazione, ricorrendo a un montaggio dinamico, mai frenetico.
E ciò è maggiormente rafforzato dalla scelta del regista all’utilizzo minimo degli effetti speciali. Qualche esempio: il green screen (il telo verde su cui in sede di post produzione viene applicato uno sfondo digitale) non è mai stato utilizzato, le riprese sono state effettuate in loco (in particolare presso l’Isola di Favignana e le Isole Eolie), le creature mitologiche (Polifemo e Scilla) sono giganteschi pupazzi meccatronici. Tutti questi elementi, incorniciati da una fotografia tersa e strepitosa, conferiscono una concretezza autentica al film.
E se alla qualità visiva si aggiunge la colonna sonora, l’immersione dello spettatore all’interno della narrazione è totale. Ancestrale, a tratti tribale, la colonna sonora firmata da Ludwig Göransson è una delle più sperimentali della sua carriera: nessuna orchestra, solo gong di bronzo, lire e aulos, strumenti associati storicamente al mondo greco, e voci, che conferiscono respiro emotivo ai momenti più salienti del racconto omerico.
La trasposizione cinematografia, come prevedibile, non è sempre fedele al poema greco. Nolan rivisita alcuni passaggi, in primis le scene nella grotta di Polifemo e presso l’isola dei Lestrigoni, ne enfatizza altri, come i momenti del canto delle sirene e dello sbarco presso l’isola della Maga Circe, una delle sequenze più riuscite e magnetiche di tutta la pellicola.
La rivisitazione più profonda, però, è sulla figura di Ulisse, interpretato da Matt Damon, in grado di bucare lo schermo più nei momenti d’azione piuttosto che nelle scene di complessità emotiva. L’Ulisse nolaniano, infatti, è l’anti-eroe del racconto, colui che si serve dell’ingegno come atto di hybris, che fugge dai sensi di colpa attraverso l’egoismo, benché non dimentichi le proprie origini e i legami affettivi.
Un Ulisse, dunque, più uomo che guerriero machiavellico, che vive il viaggio di ritorno verso Itaca (il nostos) come una sorta di percorso di redenzione, con alti e bassi. Certo, un Ulisse diverso da quello del poema omerico, ma che rappresenta l’archetipo dell’uomo moderno, che si serve dell’ingegno per primeggiare, non perché mosso dalla curiosità.
Grandi nomi per il resto del cast, ma non sempre corale. L’interpretazione che brilla davanti a tutti è quella di Anne Hathaway nei panni di Penelope, in grado di conferire una profondità emotiva in ogni contesto e di incarnare il dolore dell’assenza. A Robert Pattinson il merito di conferire un’arroganza palpabile al suo personaggio, Antinoo; Tom Holland nel ruolo di Telemaco non buca lo schermo; Zendaya (Athena), Charlize Theron (Calypso) e Samantha Morton (Circe), pur con ruoli assolutamente determinanti a livello di trama, risultano poco sfruttate.
L’EDITORIALE DEL BACOL’amore esiste perché qualcuno domanda “Stai bene?”Non è sede di questa recensione trattare le polemiche sul ruolo di Elena di Troia, affidato all’attrice nera Lupita Nyong’o (premio Oscar per 12 anni schiavo): a causa di una presenza esigua e marginale, il suo ruolo è sostanzialmente ininfluente all’interno della narrazione. Viene da pensare, certo, al politicamente corretto a tutti i costi, peccato che nemmeno il resto del cast è conforme all’epoca storica: nessuno dei principali attori è greco o turco, ma britannico e statunitense.
Polemicucce sulle scelte attoriali a parte, le tre ore di film sono un’esperienza monumentale; ogni fotogramma racchiude un significato narrativo ed estetico, ricco di bellezza. Allo spettatore non si chiede altro che sedersi e lasciarsi trasportare. Trovare le differenze rispetto all’opera originale è, alla fine, un esercizio di stile; ma un’esperienza cinematografica di questo spessore è ciò di cui abbiamo bisogno.
La Scheda
“Odissea”, regia di Cristopher Nolan, 2026
La Valutazione
4 stelle di 5
Il trailer
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