Obiettivo Cinema. “Mektoube, my love: canto uno”, di A. Kechiche. Un affresco di spensieratezza

Trama e recensione

“Mektoube, my love: canto uno” è un affresco di gioia, emozioni e impulsi: i bagni al mare, le feste in discoteca, gli amori estivi, gli abbracci, i baci, le grandi compagnie sono solo alcune tra le innumerevoli sfumature che compongono il quadro della spensieratezza, di quel forte richiamo alla libertà che giovani e adolescenti oggi non possono manifestare a causa della crisi del Coronavirus.

Il film racconta le vacanze estive del giovane Amin, che abbandona gli ambienti accademici parigini per tornare nella sua città d’origine sulla costa meridionale francese. Con la spinta della famiglia e insieme agli amici di una vita, ad Amin si aprono settimane di divertimento e relazioni, un periodo in cui le conseguenze delle azioni rimangono sospese e il tempo è dilatato.

La locandina del film

Il regista tunisino Abdellatif Kechiche (La vita di Adele, Venere nera) confeziona un film che, nonostante i suoi 180 minuti, possiede lo stesso numero di scene di un film di durata media. In questa pellicola il regista dilata al massimo il fattore temporale, insiste su primi piani, racconta tantissimo la gestualità e i movimenti dei corpi dei personaggi attraverso una regia sciatta ma vivissima, si sofferma su dialoghi ricchissimi di parole e personalità (anche se piuttosto privi di sostanza).

Questo cinema sembra, pertanto, farsi metafora dell’adolescenza e della giovinezza, età che vivono l’amplificazione del fattore temporale e l’intensità dei singoli istanti.

Eppure, la sensazione è che la storia non decolli mai, non si assiste a una vera e propria svolta sino alla fine del film, in cui i titoli di coda riportano lo spettatore a terra: la capacità di saper creare una sospensione narrativa, mostrare (senza filtri ma con naturalezza) le curve femminili, i continui giochi di sguardi, corpi che si abbracciano, labbra che si incontrano, sorrisi che sprigionano emozioni, bicchieri sempre pieni e la musica come grammatica di un linguaggio del corpo, sono fattori che ghermiscono lo spettatore.

Primo capitolo di un progetto più ampio, Mektoube, my love: canto uno non è un film privo di difetti: i dialoghi in più momenti assumono un tono ridondante, e la sceneggiatura non è dotata di buone fondamenta, dato che, tra le altre cose, viene dedicato poco spessore al protagonista. Particolare attenzione, tuttavia, merita la scena della nascita di due agnellini: poesia e la bellezza genuina della vita.

In concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2017 e al Festival di Cannes nel 2019 (insieme al suo sequel, Intermezzo), visto durante (o dopo) la crisi del Coronavirus, e alla luce di un’estate (quasi) compromessa, Mektoube, my love può rappresentare per tanti spettatori un rifugio perfetto, il pretesto per rivivere quelle estati che furono e gli episodi della propria giovinezza; per altri, soprattutto i più giovani, è un tremendo colpo basso, dato che per molto tempo si è stati privati di quel contatto di corpi che nel film è assai estetizzato.

Una chiosa finale: forse proprio questo colpo basso può spingere il giovane spettatore a una riflessione più profonda, costruita sulla preziosità della crescita personale e relazionale e su quelle prime tappe che scandiscono le fasi salienti della nostra vita e che meritano di essere valorizzate e cristallizzate. A prescindere dal Coronavirus.

La Scheda

Mektoube, my love: canto uno”, regia di Abdellatif Kechiche, 20

La Valutazione

3,5 stelle di 5

Il trailer