Obiettivo cinema: “It”, di Andrés Muschietti. Non (solo) un horror

Trama e Recensione

Durante un piovoso ottobre del 1988, nella cittadina di Derry, nel Maine, un bambino di nome Georgie Denbrough esce di casa a giocare con una barchetta di carta. Spinta dalla corrente dei rivoli ai cigli della strada, la barchetta finisce però in uno scarico fognario.

Affacciatosi alla feritoia, Georgie nota un clown, che si presenta con il nome di Pennywise. Lo scambio di battute fra i due personaggi è breve, ma intrattiene Georgie fino a quando il clown non gli addenta un braccio e lo trascina con sé nelle fogne.

Altri bambini muoiono o scompaiono, e nel giugno dell’anno successivo Bill, che non ha perso le speranze sul ritrovamento di Georgie, insieme ai suoi amici Ben, Richie, Eddie, Beverly, Stan e Mike si trova ad affrontare un’entità maligna antica e sconosciuta.

L’adattamento cinematografico delle opere letterarie di Stephen King da sempre o è stato un successo o un flop. Per portare sul grande schermo la potenza del testo scritto numerosi registi hanno rielaborato (o quasi stravolto) il contenuto, come in Shining di Stanley Kubrick (un capolavoro) o nell’ultimo La Torre nera (assolutamente dimenticabile); altri, invece, sono rimasti fedeli al testo scritto, come per Misery non deve morire e Le ali della libertà, ambedue ottime pellicole, ma anche Cose preziose, horror poco convincente.

La trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di King, It, ha seguito, invece, una strada più sperimentale: prima, nel 1990 è stato una miniserie televisiva, con la regia di Tommy Lee Wallace e con un ottimo Tim Curry nei panni del clown Pennywise; poi, nel 2017 un lungometraggio, con la regia di Andrés Muschietti, regista già conosciuto per aver girato il buon horror La madre.

L’It di Muschietti rivisita il romanzo in modo sostanziale dal punto di vista narrativo, annullando il gioco di flashback e flashforward che King ha più volte attuato nel libro. It (o, meglio, It – Capitolo uno) si concentra sulle vicende del club dei Perdenti in giovane età; è previsto nel 2019 un Capitolo secondo relativo ai Perdenti in età adulta.

Questa scelta di stile narrativo (insieme ad altre di contenuto) può far storcere il naso ai lettori più affezionati, ma non si può non riconoscere il tentativo riuscito ed encomiabile di rivisitazione del romanzo, rendendo il film oggetto di molteplici letture e più vicino alle nuove generazioni.

Impossibile non notare somiglianze con la serie tv Stranger things, non solo per la collocazione temporale e le ambientazioni grottesche, ma anche per i dialoghi scoppiettanti e sfrontati dei protagonisti; per un racconto che è trascinato in particolare dalla simpatia che trasmettono i personaggi e che fa leva sui sentimenti di solidarietà e unione, sul senso di gruppo.

Per tutta la durata della pellicola la narrazione ha un ritmo costante, sicuramente mai lento, ma scandisce con troppa enfasi le sequenze più horror da quelle meno. Ecco, questi passaggi non sono omogenei, si notano, ma sono ben congegnati e talvolta inquietanti.

La buona sceneggiatura ha permesso una costruzione e caratterizzazione dei personaggi efficace e solida (forse un po’ meno per Stan e Mike, lasciati un po’ in disparte): il cast è corale e buca lo schermo; spiccano tra tutti la bravissima Sophia Lillis (Beverly Marsh), dotata di un’intensa capacità comunicativa – ha tutte le carte in regola per una brillante carriera – e Jaeden Lieberher nei panni di Bill Denbrough. Bellissimi, inoltre, tutti i raccordi di sguardi tra i due.

Il Pennywise di Bill Skarsgård convince: l’attore, infatti, nonostante il trucco quasi invasivo, lavora molto sulla mimica facciale, sulla velocità e sul movimento. Complici la colonna sonora e la fotografia la presenza di It/clown è sempre preannunciata nelle sequenze più dark, in netta contrapposizione alla miniserie degli anni ’90, dove il clown di Tim Curry risultava disturbante proprio in virtù della sua collocazione al di fuori del contesto raccontato.

Interessante il ruolo degli adulti di Derry, che appaiono ancor più fastidiosi rispetto al libro. I “grandi” sono caratterizzati per essere nocivi: nel film, ad esempio, vediamo una madre iperprotettiva e ossessiva e un padre violento e morboso.

Il risultato è un film indubbiamente godibile, in grado di lasciare il segno sulla componente emotiva.

It, pertanto, non è solo un film horror. Anzi, si può azzardare che qui il genere horror sia solo un pretesto per raccontare ben altro. Perché il film riesce a trasmettere con la stessa forza del libro tutti quei sentimenti straordinari e contrastanti che nel periodo a cavallo tra la fanciullezza e l’adolescenza sbocciano nei ragazzi. Quelle energie travolgenti che sono l’amore e l’amicizia, armi invincibili contro paure che appaiono più grandi di noi, irrazionali o reali che siano.

La Scheda

“It”, regia di Andrés Muschietti, 2017

La Valutazione

3.5 stelle di 5

Il trailer