Obiettivo cinema: “Il Buco”, di Galder Gaztelu-Urrutia. Un horror distopico per un esperimento sociale

Trama e Recensione

Goreng si sveglia in una stanza dall’aspetto spartano e quasi fatiscente. Di fronte a lui c’è un anziano dallo sguardo sornione e dal sorriso tagliente di nome Trimagasi. I due si trovano nella Fossa, una sorta di prigione verticale in cui in mezzo c’è un buco attraverso cui una volta al giorno scorre una piattaforma imbandita di cibo.

Scorrendo dall’alto al basso, la piattaforma si ferma a ogni piano per pochi minuti al fine di sfamare i compagni di cella con gli avanzi di coloro che stanno ai livelli superiori; la stanza viene riscaldata o raffreddata ineluttabilmente se i prigionieri tentano di accumulare il cibo dopo che la piattaforma è scesa al livello inferiore. Dopo ogni mese i compagni di cella cambiano piano in modo casuale e fortuito, facendo diminuire (o aumentare) le probabilità di sopravvivenza. Per uscire occorrerà salire o scendere? O basterà resistere aggrappandosi alle proprie capacità e istinti di sopravvivenza?

Il regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia esordisce con una chicca del cinema contemporaneo, in grado sia di rientrare efficacemente nei canoni del genere horror (distopico) sia, allo stesso tempo, di aggiungere parecchia sostanza a un tema etico-sociale. Il risultato è una grottesca allegoria di un esperimento sociale.

L’interessantissima colonna sonora, che orchestra suoni, rumori e melodie quasi tribali e dadaiste, la fotografia tersa, la scenografia claustrofobica, cupa e grezza, i primissimi piani e i dettagli più crudi sono gli ingredienti che rendono Il Buco un horror d’impatto e per stomaci forti, avvicinandosi (ma senza esagerare) al genere splatter, rimanendo sempre in un contesto surreale e fantascientifico. La sceneggiatura, inoltre, è un aspetto piuttosto intrigante del film, poiché non solo è in grado di descrivere senza filtri la narrazione, ma anche lascia il giusto (e temporaneo) spazio all’immaginazione dello spettatore sulle brutalità più cruente nei piani più infimi.

Se tutti mangiassero solo quello di cui hanno bisogno, il cibo arriverebbe anche a quelli più in basso.

L’affermazione, pronunciata da una donna con cui Goreng avrà a che fare a un certo punto della narrazione, richiama il concetto di “solidarietà spontanea”, contrapposta all’egoismo più ingordo e avido. Dove l’istinto di sopravvivenza si mischia alle paure più ataviche dell’animo umano non c’è spazio per la ragione o l’altruismo, né per il libero arbitrio o la collaborazione.

In questo racconto l’uomo sembra prigioniero della Fortuna: non si viene posizionati a determinati livelli della torre sociale in base a particolari meriti (o demeriti), il collocamento avviene secondo una rotazione fortuita e cieca. Non si tratta, pertanto, di una critica al capitalismo in senso lato (il capitale si costruisce e modella con le proprie capacità, qui le opulenze scendono dall’alto), ma all’uso e alla considerazione che l’uomo ha nei confronti delle risorse e della ricchezza, alla sua capacità sia di farne tesoro sia di saper guardare oltre i propri bisogni.

Il finale del film (che non sveliamo) è criptico e potenzialmente frutto di molteplici interpretazioni. Al fine di fornirne una chiave di lettura, riportiamo tre dettagli meritevoli di attenzione: il libro che Goreng porta con sé è Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, il cui protagonista è un cavaliere errante che serve la comunità piuttosto che se stesso; il numero totale dei prigionieri nella Fossa (intuibile dal numero dell’ultimo piano) è una chiara allegoria religiosa; la speranza per rompere il sistema è rappresentata dall’innocenza.

Insomma, un film ottimo e interessantissimo, che si contestualizza benissimo tra quelli da vedere in quarantena.

La Scheda

“Il Buco”, regia di Galder Gaztelu-Urrutia, 2020

La Valutazione

4 stelle di 5

Il trailer