Nuove rivelazioni sul delitto Meche

«Mio fratello non voleva più lavorare con il Meche: me lo disse pochi giorni prima del duplice delitto». La sorella di Claudiu Stoleru, Irina, 23 anni, si è seduta sul banco dei testimoni poco prima delle 14 e ha aperto nuovi scenari nel processo per il duplice omicidio di Luigi Meche e Luciana Rambaldo, avvenuto il 23 aprile 2008 nella loro casa in via Tirso a Lugagnano. Ha inquadrato l’origine del rapporto tra il sessantenne e il giovanissimo romeno durante la sua deposizione davanti alla Corte d’assise, presieduta da Dario Bertezzolo, giudice a latere Paola Vacca.

 

«Mio fratello è arrivato a Verona due, tre settimane prima dell’omicidio», ha esordito la romena, «l’avevo chiamato io». Claudiu viveva nel sud Italia anche se la sorella non è stata in grado di specificare dove. «Il lavoro l’ho trovato grazie al mio fidanzato dell’epoca Daniel B.», ha aggiunto. Irina Stoleru ha poi ricordato di aver visto per una volta il Meche nel 2004. «All’epoca il mio ex fidanzato si scambiava sms d’amore con il sessantenne e glieli scrivevo io perchè lui non lo sapeva fare», ha raccontato. Il motivo di questa corrispondenza via telefonino è da ricondurre ad uno strano gioco tra le parti: «Daniel mi disse che lo faceva per prendere in giro il Meche». C’è poi un’altra telefonata significativa nella vicenda del delitto: «Claudiu mi chiamò pochi giorni prima del’aggressione e mi disse che quel giorno Meche l’aveva seguito quando andò in bagno». «A mio fratello veniva da vomitare», ha raccontato. Poi è stato lo stesso Daniel B. a consigliare (ma non si sa bene a chi dei due fratelli) di chiedere altri soldi al Meche per queste prestazioni. «Ma mio fratello insisteva che non voleva più lavorare in quel posto» ha concluso Irina.

 

L’udienza di ieri si è aperta con lo sguardo rivolto alla scorsa udienza (e non alla prima) quando il difensore di Stoleru ha fatto emergere un errore in un verbale dei carabinieri. Tra i reperti, infatti, viene indicato anche l’unghia del Meche. Di quel reperto, però, non c’è traccia, ha spiegato l’avvocato Davide Adami. A tal proposito, è stato sentito il tenente Gianluca D’Aguanno, 42 anni, ex comandante della Sezione investigativa scientifica dei carabinieri di Verona. «E’ stato indicato per errore un frammento che non esiste» ha confermato l’ufficiale. E ha anche spiegato la causa di quell’inesatezza: «Era la trentaseiesima ora di lavoro consecutiva. E stavamo recuperando Stoleru in Sardegna (ma è stato arrestato a Civitavecchia ndr)». Ne è nato un vivace colloquio tra l’avvocato Davide Adami e il giudice Dario Bertezzolo: «Sono due giorni che parliamo di un frammento del professore Tagliaro che non esiste» è sbottato il presidente della corte d’assise, «se ritiene che ci siano irregolarità, lo denunci alla procura della repubblica». Il difensore ha ribadito che voleva far chiarezza su un punto per lui ancora oscuro. A precisa domanda del giudice Paola Vacca, poi il professore Tagliaro ha detto di non aver riscontrato alcuna assenza di frammento d’unghia dalle mani del Meche durante l’autopsia.

 

È toccato poi al consulente della difesa, Domenico De Leo affontare l’altro tema controverso che riguarda le ferite all’addome e al torace, riportate da Stoleru durante l’aggressione di un anno e mezzo fa, e fotografate subito dopo il suo arresto a Civitavecchia. «Si tratta di escoriazioni cutanee a forme di semi luna e trascinamento che rimangono molto regolari. Lesioni di questo tipo sono altamente sospette per unghiatura». Ora, però, il tema del contendere è se quei graffi sono stati causati dal Meche o dalla Rambaldo durante la loro disperata difesa prima di soccombere all’aggressione di Stoleru. E’ chiaro che se li avesse provocati il sessantenne, il quadro dell’omicidio, disegnato fino ad oggi dall’accusa, potrebbe essere rivoluzionato. «C’è un affioramento dal bordo dall’unghia rispetto al polpastrello del Meche e può avere una sua idoneità a ferire», ha detto De Leo. La conclusione del consulente della difesa, su domanda del pm Fabrizio Celenza, non lascia spazio a dubbi: a provocare quelle ferite a Stoleru, «possono essere state tutti e due (Meche o Rambaldo ndr)». Il consulente del pm, Franco Tagliaro, invece, ha ribadito che «dal polpastrello del Meche, le unghie non sporgono». C’è poi un altro elemento significativo per De Leo.

Il consulente ha sottolineato che chi si difende dallo strangolamento non ferisce l’aggressore sull’addome ma alle braccia. In tal modo, si esclude che sia stata la Rambaldo a ferire il romeno. Lo Stoleru ha sempre sostenuto che è stato il Meche a uccidere la moglie e non lui. Il pm Celenza ha ricordato che la donna prima di essere stata uccisa aveva riportato una serie di gravi lesioni alla testa.

 
 L’udienza si è conclusa con la deposizione dei due ufficiali dei Ris, il reparto investigazione scientifiche di Parma.  Il capitano Cristian Marchetti e il tenente Alessandro Coli hanno ripercorso con l’aiuto di foto riflesse su uno schermo, installato in corte d’assise, i rilievi svolti nella casa dei coniugi Meche in alcuni sopralluoghi.