“Non si può morire se non si vive”. Roberto e Orietta e la testimonianza di una fede colma d’amore a cinque anni dalla scomparsa di Alice

Una tavola imbandita con pane caldo e marmellata, torta di rose e caffellatte. Mi accolgono così Roberto e Orietta Belloni, nella loro casa di Lugagnano che profuma d’amore.

L’amore quello autentico, che parrebbe incarnare un’etimologia meravigliosa: la parola più importante del nostro vocabolario affettivo si potrebbe infatti far derivare dal latino “a-mors”, per suggerire che dove c’è amore la vita non finisce.

Ci siamo dati appuntamento a colazione, in una mattina di primavera: a casa ci sono solo loro due, perché i figli Nicola e Francesca sono altrove, a inseguire i sogni della loro vita. Uno, il secondogenito, è in un college negli Stati Uniti per potenziare l’inglese, l’altra, la terzogenita, studia all’Università di Ferrara.

Alice, la primogenita volata in cielo cinque anni fa, è costantemente dentro di loro, angelo presente nella quotidianità familiare: Orietta immagina che ora lei sia su un’isola gigantesca, in cui tutti coloro che sono morti per la fibrosi cistica possono correre e fare tutto quello che non hanno potuto fare in vita. E immagina che là Alice sia circondata da bambini, perché è proprio dei più piccoli che lei amava prendersi cura.

“Io parlo spesso con Alice, è l’unica che può vedere i suoi fratelli e proteggerli”, dice la mamma, e magari mentre conversiamo di questo lei sta ascoltando anche noi.

L’impressione è quella di una presenza costante che prende forma nell’amore che permane, un amore pieno di fede che riesce a far continuare la vita, nella naturalezza delle sue quotidiane bellezze, anche là dove accade il più innaturale degli eventi: la morte di un figlio.

La famiglia Belloni a Milano, sul tetto del Duomo, nel 2013, Alice respirava già con l’ossigeno. Sopra, 27 maggio 2014, anniversario di matrimonio di Roberto ed Orietta, trascorso in ospedale.

E, in effetti, la domanda che mi martella nel cuore per tutto l’incontro è proprio questa: dove si trova la forza per andare avanti, quando una famiglia è colpita da un dolore così grande? Se questo articolo ha un senso, è perché l’esperienza della famiglia Belloni porta con sé un messaggio fortissimo.

Di vita, di amore, di speranza. La vita di Alice è stata segnata dalla fibrosi cistica. Il 30 luglio del 2014, dopo alcuni mesi trascorsi nel Centro regionale veneto per la fibrosi cistica dell’ospedale di Borgo Trento, aveva ricevuto il trapianto bipolmonare nell’ospedale di Padova, dove poi è morta il successivo 2 ottobre, giorno degli Angeli Custodi.

Nelle parole di Roberto e Orietta torna spesso l’importanza del legame familiare: “Dopo la morte di un figlio”, raccontano, “occorre ricostruirsi come famiglia e, se non si è già costruito qualcosa di forte prima, si corre il rischio di perdersi. Noi non siamo stati più bravi degli altri, ma abbiamo avuto la grazia di avere altri figli oltre ad Alice: la loro presenza e la loro vicinanza sono state un grandissimo aiuto”.

Dopo un’esperienza così dirompente come la morte di un figlio, la disponibilità a farsi aiutare diventa necessaria: Roberto e Orietta spiegano di aver seguito percorsi psicologici e di elaborazione del lutto, che sono serviti a tutta la famiglia.

Ma la straordinarietà di questa storia va oltre il legame familiare: l’esperienza di Alice, della sua malattia e della sua morte, ha toccato l’intera comunità, che si è unita attorno ai Belloni in un abbraccio così forte e duraturo, da riuscire a far sentire il suo calore ancora oggi.

“Nei sessantacinque giorni trascorsi a Padova”, spiegano, “abbiamo avuto la grazia di avere una comunità che ci ha dato una mano in maniera pazzesca, con tanti amici che portavano avanti e indietro i nostri figli, permettendo loro di poter andare a trovare la sorella in ospedale. Si è creato un gruppo di fede, con moltissime persone che hanno pregato tanto. E questo ci ha dato forza, la forza di una fede vissuta in maniera comunitaria da persone consapevoli che Dio non è ‘il mio Dio’, ma è ‘il Dio di tutti’. La fede fa superare l’egoismo”.

La fede è stata per i Belloni una fonte di forza imprescindibile: “Dio individua le persone per caricarle di qualcosa di speciale. Pensi di pregare il Signore per sensibilizzare la sua attenzione sulla persona che ti sta a cuore, ma lui ha in precedenza già deciso chi deve farsi carico di un peso per far pregare di più la comunità, per far ricordare a tutti che c’è una vita più grande e più forte di quella che stanno vivendo, e che la vita che stanno vivendo è possibile viverla più intensamente. In quel periodo la comunità ha pregato perché noi genitori trovassimo la forza e questa esperienza ha aumentato la fede di tutti”.

Nelle parole di Roberto torna spesso il termine “grazia” e la cosa che più mi impressiona è sentire questo padre, che ha perso una figlia, dire una frase come: “Non so cosa di così significativo ho fatto al Padre Eterno per avere così tante grazie”.

Ma chi la fede non ce l’ha, come fa ad andare avanti dopo la morte di un figlio? Penso a chi non è credente, e la domanda mi esce spontanea, irrefrenabile. A rispondermi è Orietta: “Non so come fa chi non ha la fede. Senza fede, si pensa che dopo la morte sia finito tutto. Io ho perso mio papà, ma non ho provato il dolore che ho provato a perdere Alice. E non potrei accettare che dopo la morte tutto finisca. Io avevo paura della morte, adesso non mi fa più paura perché sono convinta che, quando sarà il mio momento, andrò da lei a riabbracciarla. Un genitore che perde un figlio pensa che questo figlio sia andato di là a tenergli il posto”.

Ma la fede non è solo quella nella vita dopo la morte; c’è anche una fede nella vita durante la vita, e questa fede si chiama speranza. È quella che coltivava nel cuore Alice, che ha lasciato a chi l’ha conosciuta un grande insegnamento: bisogna continuare a progettare il proprio futuro, fino alla fine, qualunque sia la propria condizione.

“E comunque non si può morire se non si vive”, conclude Roberto, con una frase che suona come un inno alla vita e un invito a viverla nel modo più intenso e profondo possibile.

Federica Valbusa

About Federica Valbusa

Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura fin da quando era bambina. Ha iniziato a scrivere per Il Baco da Seta nel 2005, all’età di 17 anni. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e la laurea magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal febbraio del 2011 è iscritta all’Ordine dei giornalisti, elenco dei pubblicisti, del Veneto e da qualche anno è collaboratrice del quotidiano L’Arena.

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