Non pecco di atrocità, ma chiedo perdono: Riflessioni di un uomo dopo l’ennesimo caso di femminicidio

Ci sono due motivi principali per cui mi capita di dover necessariamente appuntare i miei pensieri sul momento: o mi sono appena svegliato al mattino reduce da un sogno abbastanza meritevole di una pagina del mio diario personale oppure sono vittima dell’ennesimo fatto di cronaca nera che mi fa sentire come se un’impalcatura mi avesse travolto.

L’11 novembre lessi in varie stories su Instagram della scomparsa di due giovani ragazzi del veneziano che avevano fatto perdere le proprie tracce, non erano raggiungibili via telefono, non si sapeva dove fossero andati. All’inizio non ci feci caso. Pensai a quante volte avessi già letto appelli simili che poi si erano fortunatamente risolti grazie, soprattutto, alla buona volontà delle persone che, letto l’appello ed appena individuato il “fuggiasco”, avevano solertemente avvertito le autorità e la famiglia.

Quando però cominciai a notare che gli appelli di aiuto andavano moltiplicandosi di giorno in giorno fino ad arrivare a coinvolgere anche le stories di quotidiani locali ed autorità regionali quali il presidente Luca Zaia, qualche pensiero in più cominciò a vagare per la mia mente, per poi trasformarsi in assoluto terrore quando la notizia finì sui giornali e telegiornali regionali e nazionali. Soprattutto se per una delle parti chiamate in causa scatta un’indagine per tentato omicidio. E mi vengono ancora i brividi.

Giulia Cecchettin e Filippo Turetta. Entrambi ventiduenni, entrambi studenti di ingegneria biomedica a Padova (lei avrebbe dovuto laurearsi giovedì 16 novembre), entrambi con tutta la vita davanti. I loro rapporti si erano incrinati da tempo, in quanto Filippo si era rivelato essere geloso, possessivo e, in ultimo esame, non voleva lasciarsi alle spalle una storia andata male.

Ed è quando non si riesce a voltare pagina e ricominciare da capo in situazioni simili che bisogna iniziare a preoccuparsi. E Giulia lo sapeva, per questo aveva giustamente preso le distanze da questa persona.  Filippo, infatti, la assillava, la sommergeva di messaggi, la perseguitava e gli amici di Giulia avevano compreso che la situazione fosse tutt’altro che rosea.

Nella disperata necessità di volersi liberare di Filippo, facendogli capire in maniera definitiva che la loro storia era finita e che lui avrebbe dovuto lasciarla vivere in libertà, Giulia accettò di incontrarlo, non contemplando certamente la possibilità che quella sera il suo cuore avrebbe potuto smettere di battere. Secondo le ricostruzioni dei testimoni e delle registrazioni della sorveglianza, i due hanno cominciato a litigare furiosamente, poi Filippo l’ha aggredita a mani nude, accoltellata e l’ha trascinata sanguinante sulla sua Punto nera.

Silenzio. Vuoto. Fine. Non c’è più niente da fare. Mentre noi ci illudevamo che Giulia potesse ritornare sana e salva dalla sua famiglia (che già aveva tragicamente assistito alla perdita della madre di lei), Giulia era già stata uccisa. Filippo ha poi gettato il cadavere della ragazza in un canalone attiguo al lago di Barcis, vicino a Pordenone.

Domenica 19 novembre 2023, i notiziari hanno riportato la notizia che Filippo, non più latitante, è stato arrestato nei pressi di Lipsia in Germania. Mentre leggevo ho pensato: “Bene… Peccato che Giulia sia su un letto dell’obitorio e non tra le braccia del padre e della sorella!”.

Questa vicenda ha riportato alla mia mente (tra le tante, troppe vicende analoghe) quella di Chiara Ugolini. So che la dinamica fu molto differente, ma l’epilogo purtroppo coincide. Personalmente ho percepito questi due delitti come molto vicini a me in quanto accaduti entrambi nella mia regione. Seppur estremamente distanti dalla mia sfera di conoscenze, mi sento come se avessi visto entrambe le ragazze nella mia vita almeno una volta, come se vedessi Giulia regolarmente nei corridoi della mia università e Chiara per le vie di Palazzolo, con il borsone da pallavolo, diretta al palazzetto dello sport che da sabato prossimo porterà il suo nome.

Ecco perché è da una settimana che sto male. Un’altra ragazza è morta perché il genere a cui appartengo – e di cui mi vergogno in questi casi – ha dimostrato nuovamente che all’indecenza non c’è limite.

Mi rivolgo a tutti gli altri uomini, vivi o morti che siano, che si sono sporcati la coscienza con il sangue di una donna: secondo voi “amore” fa rima con “contratto”, “vincolo” o “gabbia”? Fa rima forse con “umiliazione”, “delusione” o “morte”?

Non esistono eventi traumatici, vicissitudini sgradevoli o instabilità mentali che giustifichino anche solo in minima parte simili tragedie. Ora davvero è il momento di urlare BASTA! Ora è il momento che la storia cambi per davvero e non solo a parole, perché la società è stata appestata nei secoli da una mentalità di cui non si può concepire nemmeno la nascita in primo luogo.

In conclusione, mi rivolgo a noi uomini. Voglio sperare che ci siano ancora molti di noi che meritano questo titolo. Sarà così solo se in noi continuerà a fortificarsi la convinzione e la consapevolezza che non siamo come loro. E soprattutto, che non lo saremo mai e poi mai.

Nicola Franchini
Nato nel 2004 e Palazzolese doc, si è diplomato al liceo linguistico Medi di Villafranca nel luglio 2023. Frequenta attualmente il corso di Scienze della Comunicazione all'Università di Verona ed ha iniziato a collaborare con il Baco da Seta nel novembre 2023 come corrispondente per Palazzolo. Cresciuto secondo il culto dell'automobile, negli anni ha collezionato centinaia di modellini e riviste del settore dell'automotive e visto tutti gli episodi del celebre programma britannico "Top Gear". Ascoltatore sin da neonato dell'emittente radiofonica che trasmette "musica di gran classe", nel tempo libero si diletta ad ascoltare (per ore) la musica, suonare (per altrettante ore) la chitarra e nuotare (fin dai tempi dell'asilo).