Il brusio tipico del termine delle lezioni lascia spazio a un’assenza di rumore che riempie le classi e l’Aula Magna del Liceo Medi, ora immersa in un silenzio insolito, quasi solenne. Proprio in questa quiete, ho avuto il piacere di intervistare Francesco Valle, studente della classe 5^L, per parlare di qualcosa che va oltre i libri di testo: ancora col cerotto sul braccio, segno visibile di un gesto invisibile ma enorme, Francesco racconta la sua prima donazione di sangue.
Sfatiamo subito il mito: fa paura come molti potrebbero pensare?
No, assolutamente. Basta girarsi per evitare di spaventarsi. Secondo me questo è anche uno dei motivi per cui non si va a donare abbastanza… oltre alla mancanza di consapevolezza dell’importanza di questo gesto, del donare il sangue. Anche perché è un’attività che non viene retribuita e che potrebbe risultare poco soddisfacente siccome non si sa a chi va a finire il proprio sangue. Un aspetto vantaggioso è che il proprio sangue viene monitorato ogni tot mesi.
Come descriveresti questa esperienza per te del tutto nuova?
E’ stato molto appagante. Ho sentito subito di aver fatto qualcosa di diverso dalle solite attività di volontariato, che spesso la gente associa alla donazione di vestiti o al fare un salto alla mensa dei poveri. Invece questo è un atto alternativo, a mio avviso impegnativo più in termini fisici che altro. Mi piace molto l’idea di poter salvare la vita a qualcuno.
Come descriveresti il dolore fisico che hai provato? Sempre se possiamo parlare di dolore.
Gli agofobici potrebbero avere qualche problema. Ma per il resto è sopportabile: senti che l’ago entra ma alla fine è la stessa sensazione delle analisi del sangue.
Ti ha ispirato qualcuno?
Allora: ho frequentato le medie a Lugagnano, ma anche alle elementari spesso venivano i donatori dell’Avis a presentarsi. Quando poi mia nonna, un giorno, è venuta a prendermi fuori da scuola, le ho raccontato di cosa ci avevano parlato questi operatori e mi aveva raccontato della donazione che anche mia mamma ha fatto. E così, i miei genitori mi hanno rivelato che il mio gruppo sanguigno è 0 Rh negativo (0-), molto particolare perché può essere donato a tutti ed è tra i più richiesti. Dopo essermi interessato, ho fatto richiesta e un mese dopo il mio diciottesimo compleanno mi hanno fatto compilare un questionario dove mi chiedevano di dichiarare alcune informazioni importanti, ad esempio se avessi avuto rapporti con persone con malattie sessualmente trasmissibili, se avessi abusato di alcol, se assumessi farmaci… insomma, cose così. D’altronde, il sangue di chi dona finisce nel corpo di un altro ed è importante che il donatore se ne prenda cura.
E dopo?
Poi ho dovuto fare alcuni controlli e mi hanno prelevato tre, quattro boccette di sangue per verificare che io potessi donare. Niente di spaventoso, parlo di piccole boccette. Un paio di settimane dopo mi è arrivata la lettera di idoneità. E dopo è iniziata l’odissea…
In che senso?
Per prenotare al centro trasfusionale di Bussolengo non avevo ben capito se chiamare il centro dell’Avis a Verona o la sede stessa di Bussolengo. Alla fine mi è stato detto che avrei dovuto chiamare il posto dove avrei donato. Così, dopo un breve controllo, in cui mi hanno punto il polpastrello dell’indice per prelevare un po’ di sangue, mi hanno fatto attendere per il prelievo vero e proprio.
Come ti è sembrata l’accoglienza?
Suppongo sia relativo. Per quanto riguarda la mia esperienza, hanno cercato di farmi sentire a mio agio sin dall’inizio. Mi domandavano di frequente se stessi bene e mi parlavano per farmi compagnia. Non dimentichiamoci che nel caso ci si sentisse male, ci sono persone pronte a intervenire.
Quanto tempo ha richiesto questo gesto?
Per la donazione in sé ho impiegato intorno ai 30 minuti. In tutto forse si spende un’ora abbondante, tra la compilazione di carte e l’operazione, ma niente di impossibile.
Hai scoperto qualcosa di nuovo?
Sì. Non è vero che non si possa fare colazione prima della donazione. Anzi, è consigliabile avere qualcosa in pancia, soprattutto se si è preda di mancamenti. La colazione che consigliano consiste in un tè non zuccherato o un caffè e dei biscotti secchi oppure fette biscottate.
C’erano tante persone in sala d’attesa con te?
Purtroppo non ho visto molti ragazzi, ma adulti più grandi di me. Persone che quasi sicuramente hanno già donato altre volte. Ad essere sincero non mi aspettavo diversamente.
Qual è secondo te un metodo per incentivare le persone a svolgere questa tipologia di volontariato?
Può sembrare stupido, ma, sempre da piccolo, alle elementari, da parte di altri operatori dell’Avis avevo ricevuto un quaderno della loro associazione, all’interno del quale delle vignette simpatiche raccontavano della donazione di sangue. Penso che, come me allora, i bambini ne possano rimanere affascinati e incominciare a interessarsi. Alle menti più piccole bastano anche i cartoni, come il celebre “Siamo fatti così”, per capire che donare è un’azione buona. Per i nostri coetanei, invece, credo abbiano molta valenza le testimonianze. Non solo negli ambienti scolastici, ma anche nei centri sportivi, agli scout. Posti frequentati dai nostri coetanei e non, insomma.
Senti di poter parlare con piacere di questa tua esperienza agli altri, quindi fare tu stesso divulgazione nel tuo piccolo?
Per come sono fatto io non vorrei più di tanto parlarne, per non apparire vanitoso. Se però qualcuno volesse saperne di più, non esiterei a intervenire e a dire la mia.
Cosa consigli alle ragazze e ai ragazzi della nostra età?
Chiedete. Chiedete sempre: ai vostri nonni, ai vostri parenti, ai vostri amici. Chiunque abbia donato sangue, per ascoltare la loro esperienza. E soprattutto non abbiate paura perché è un gesto breve e sopportabile. E se è per aiutare un’altra vita, non penso servano altri motivi.
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