Noi, il coraggio ed i valori da ritrovare. Cosa ci ha insegnato la morte di Misturini

Ho saputo di condividere il Comune di residenza con un campione italiano e detentore di record sportivi solo quando i giornali ne hanno comunicato il decesso lo scorso 31 luglio. Un atleta in sedia a rotelle che ha partecipato a competizioni di cui pochi parlano, lo sport paralimpico, ma pur sempre un grande campione. Peccato, sarebbe stato bello averlo saputo prima per potermene vantare, e invece non mi è neppure mai capitato di incrociarlo per le vie di Lugagnano. Poi ho conosciuto Nadia, una sua carissima amica, e abbiamo iniziato a parlare di Renato Misturini davanti a un bicchiere di acqua tonica.

 

Mi chiede cosa so di Renato e io rispondo il poco che ho letto sui giornali, allora lei aggiunge che Renato veniva da una famiglia molto numerosa, otto fratelli. Che oltre al tragico incidente che ha subito a soli 6 anni, investito mentre attraversava la strada appena sceso dal pulmino scolastico, ha dovuto affrontare a 14 anni un triste lutto familiare sempre a causa di un altro terribile incidente stradale. Aveva un rapporto speciale con sua mamma Bruna, ha sempre vissuto con lei e l’ha assistita nella malattia fino alla morte nel dicembre 2010. Poco dopo ha ricevuto la triste notizia del suo male incurabile. Nadia continua a ripetermi che Renato è stato molto fortunato, pieno di vita ed era bellissimo quando sorrideva. Un sorriso intenso, pieno di luce e contagioso. Fortunato? Non capisco… Come può essere fortunato un bambino che ama correre e perde l’uso delle gambe, un ragazzo già in difficoltà che deve affrontare un lutto drammatico, un uomo che accompagna la mamma nella malattia fino alla morte e poi a 49 anni scopre di essere gravemente malato e non c’è cura. Ma cosa aveva da sorridere?

Nadia va avanti con il suo racconto e comincio a capire. Renato dopo l’incidente ha avuto la fortuna di entrare nel mondo dello sport a livello agonistico e questo gli ha permesso di costruirsi una robusta corazza. Lo sport è stato la sua ancora di salvezza, ha sviluppato coraggio e caparbietà ed è stato così in grado di superare ogni ostacolo. Sempre a testa alta, pieno di orgoglio per i suoi successi. Gli è stato possibile girare il mondo, Seul, Atlanta, Barcellona, Atene, Sidney, Berlino, Birmingham, Nuova Zelanda… Ha conosciuto tantissime persone, era circondato da amici e da una solida famiglia. Ha saputo essere indipendente nonostante il suo handicap, non gli piaceva essere aiutato. Affrontava ogni barriera, anche architettonica, con il suo animo forte. Sembrava schivo e diffidente, ma in realtà era solo una forma di difesa. Renato era sempre disponibile, ascoltava e poi con poche parole diceva sempre la cosa giusta e non negava il suo aiuto a nessuno. Era diffidente ma se lo conquistavi sapeva essere un ottimo amico.

Ogni tanto si sbottonava persino in qualche scherzo. Nadia mi racconta che nel 2001 è tornato dai Campionati Europei in Svizzera con una medaglia d’oro e una di bronzo ma a lei aveva detto che la gara era andata male. Mi racconta che quando andava a trovarla suonava il campanello con tale insistenza “per farsi sentire” che quando lo vedeva arrivare staccava la corrente per non disturbare i vicini ma lui ha imparato a restare in attesa finchè la riattaccava e poi di nuovo un forte trillo. Mi dice che Renato amava passeggiare al lago e fare scampagnate in montagna. Che gli piaceva fare giardinaggio, con ottimi risultati tra l’altro, e il suo fiore preferito era il girasole. Che amava ascoltare la musica dai Pink Floyd ai Nomadi e a Madonna. Che prediligeva i polizieschi o i thriller ma il suo film preferito era “Il Gladiatore”, non a caso aggiungerei. Che da buon italiano gli piaceva il mangiare bene, in particolare la pizza, soprattutto se preparata da lei.

Nadia mi racconta che quando ha saputo della sua malattia non si è pianto addosso. E’ andato avanti ancora una volta con dignità fino a quando, da solo, si è recato in ospedale e purtroppo non ne è più uscito. Al suo ultimo respiro era circondato dalla famiglia e da Nadia. Se né è andato sereno e il suo corpo è stato cremato come da suo desiderio, forse voleva finalmente cancellare le sue gambe inferme di cui comunque non si è mai vergognato. Ora Nadia sta realizzando un progetto, raccogliere fondi per i bambini bisognosi di Lugagnano in ricordo di Renato, lui amava i bambini ed era molto affezionato al suo paese. Mi informa con soddisfazione che sono già state raccolte parecchie offerte anche se il progetto è ancora in fase di realizzazione (info: nadia.perina@virgilio.it).

Più Nadia parlava più mi rendevo conto che Renato, oltre ad essere un atleta pluripremiato, era un uomo normale. Un figlio, un fratello, un compagno, un amico. Un uomo che avrebbe potuto dare ancora tanto ma che purtroppo non c’è più. Mi è spiaciuto non sapere di condividere il Comune di residenza con una così bella persona, avremmo potuto essere buoni amici. Sarebbe bastato poco, un minimo di interessamento in più per le persone che mi circondano e per l’ambiente in cui vivo.

Come tanti, forse quasi tutti, siamo sempre di corsa, troppo indaffarati, giriamo per le strade distribuendo cenni di saluto superficiali alle persone di cui spesso non ricordiamo più il nome o dove li abbiamo visti l’ultima volta. Non sappiamo che lavoro fa il nostro vicino di casa, tanto lo intravediamo solo dalla finestra quando apriamo o chiudiamo gli scuri, esagerando lo possiamo incontrare anche nel tunnel quando infiliamo la macchina in garage. Magari è un geniale ricercatore scientifico o un musicista dell’Orchestra Arena di Verona o semplicemente sa fare una deliziosa torta che sarebbe perfetta con un caffè condiviso dopo cena.

Peccato, ci accorgiamo di quello che abbiamo perso sempre quando non possiamo più ritrovarlo.