Noi giovani adulti e l’importanza del cambiamento, per sopravvivere nella pandemia

Rullo di tamburi: ecco un nuovo DPCM che limita ulteriormente le nostre libertà sociali. Non intendo entrare in questioni politiche, perché non è il mio campo, e per certi aspetti non è il mio primario interesse.

Quello che a me interessa e che mi ha colpito maggiormente è che, di nuovo, ci sentiamo catapultati in una situazione di disagio sociale che non avremmo più voluto si ripetesse.

Io per prima pensavo che le cose sarebbero andate per il meglio e che piano piano ne saremmo usciti senza fare marcia indietro. Ma siamo qui di nuovo, e ci tocca.

Allo stato attuale la maggior parte delle persone che conosco, che sono per lo più miei coetanei, giovani adulti o tardo-adolescenti, ha poca voglia di uscire. Io per prima. Oppure esce pensando che magari è l’ultima volta che può farlo perché non si sa mai cosa possa accadere. Se fino alla scorsa settimana gli unici momenti di ritrovo potevano consumarsi ad un tavolino insieme a sei persone, ora le prospettive sono di gran lunga meno accattivanti. Dalle 18 in poi, non si può andare da nessuna parte.

Ci riflettevo poco tempo fa: la nostra vita nel giro di nove mesi, è cambiata in modo drastico.

È che ormai ci siamo abituati alle limitazioni, ma forse non ci rendiamo conto dell’impatto profondo sulla nostra salute mentale e relazionale che tutta questa situazione ha generato e che ci trascineremo dietro.  Queste limitazioni vanno contro la nostra profonda natura. Ricordandoci che l’uomo è per definizione, un animale sociale, in questa circostanza vediamo mutilata una parte importante della nostra identità.

In tutta questa situazione di rabbia e di tristezza dobbiamo ricordarci però una cosa: l’importanza del cambiamento. Come diceva Darwin, non sopravvive il più forte, ma colui che si adatta meglio al cambiamento.

La società ci pone davanti ad un salto obbligatorio da compiere: cambiare il nostro modo di vivere la socialità, lo stare insieme, le relazioni. Ripeto, è un salto obbligato, forzato, indotto, perché nessuno di noi lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. Credo che l’unica cosa da fare in questo momento sia provare a mantenere un atteggiamento flessibile, di ricerca di adattamento alternativo, di apertura a queste spiacevoli novità. Io non sono una persona molto positiva, anzi.

Però in questa situazione abbiamo una piccola fortuna dalla nostra parte: esserci già passati. Per quanto spiacevole possa essere, perché di nuovo ci troviamo al punto di partenza, averla già passata deve essere un grande insegnamento per noi. L’aver già fatto una quarantena, l’aver già subito un lockdown, ed esservi in qualche modo sopravvissuti, ci aiuta. Lo so, è difficile da crederci, e ripeto, il mio ragionamento è solo sociale, non politico né economico.

Ma abbiamo maturato delle risorse, delle consapevolezze, da alcuni mesi a questa parte. Queste conquiste personali dovrebbero essere un motore per ognuno di noi. Io ho incredibilmente imparato ad accettare e a gestire la noia, la dilatazione temporale, la solitudine, la paura. Ho capito che mi bastano le cose semplici. Ho capito che a volte c’è solo da accettare, anche se amaramente, certe situazioni.

Dobbiamo cercare di creare un nuovo modo di stare insieme. Magari non abusando di Zoom o di Houseparty come negli scorsi mesi.

Questo DPCM, senza dubbio, ci fa lo sgambetto in discesa. Però abbiamo ancora la possibilità di trovarci a casa, anche se in pochi e mantenendo distanze e attenzioni, e di stare insieme. Non possiamo andare a mangiare una pizza fuori? Ce la faremo portare a casa, con qualche berretta magari! Proviamo, nel nostro piccolo, a far muovere quello che possiamo che si trova intorno a noi. È estremamente avvilente e faticoso per tutti, davvero. Ma cerchiamo di cogliere quel poco di possibile (attenzione, non di “buono”) da questa condizione.

Io mi ritengo una persona fortunata, e non ho nulla da insegnare, non so cosa significhi essere un padre di famiglia e non avere lo stipendio, non so cosa voglia dire avere dei bambini piccoli e non poterli accompagnare a calcio o a basket per l’ennesima volta. Non so cosa voglia dire avere una persona cara, malata, e non poterla vedere. Alzo le mani di fronte a tutto questo, perché non saprei che cosa dire. Ma per tutti quelli che possono provare a coltivare uno sprazzo di normalità, fatelo!

Anche se vi state abbattendo e siete stufi, cercate di cogliere qualcosa di buono in tutto questo, di apprezzare qualche possibilità che ancora abbiamo.

Frequento un corso di teatro, ed è davvero una rottura avere la mascherina per tre ore al chiuso, dovendo muoversi, sudando, e non vedendo le facce altrui. Ma piuttosto che non potervi andare, è una così grande fortuna essere lì e rifare quasi quello che facevo prima. Anche il corso di lingua lo sto facendo online, da casa mia, quando prima andavo a scuola e mi sedevo a un banco.

Sì, siamo tutti d’accordo che non è la stessa cosa, che è una rottura gigantesca. Però in qualche modo lo sto ancora facendo, e sto portando avanti in modo diverso un mio interesse, mantenendo il lavoro di una persona che si è adattata ad insegnare in modo alternativo.

I ragazzi hanno voglia di andare a scuola, di starci anche con le mascherine. Perché è troppo importante poter fare, in qualche modo, piuttosto che non poter fare.

Rendiamoci conto che qualcosina ancora c’è. E che, per quanto non sia la stessa cosa e sia difficile, andremo a mangiarci la pizza il sabato e la domenica a pranzo. Volevamo andare fuori a mangiare? Per chi può, si adatti ai nuovi orari ma continui ad andarci, porti avanti quel poco che può sia per sé stesso che per il lavoro altrui, se ci si vuole aiutare.

Proviamoci almeno, e cerchiamo di attaccarci a quel poco che ancora c’è. Perché è estremamente importante in questo momento esserci vicini.