Noi e gli altri

Ascolta questo articolo

Lo scienziato e linguista americano Steven Pinker ha pubblicato qualche anno fa un libro con il quale sottolineava l’enorme, determinante, peso della “natura umana” ossia del retaggio genetico nella realtà di un individuo, il quale risulterebbe condizionato a priori nonostante ogni nobile sforzo di migliorare questa sua “natura” con l’educazione, l’affetto, la libertà, la cultura, la solidarietà, il progresso sociale.

Contro il libro – racconta il filosofo Claudio Magris ne La Storia non è finita – sono insorti gli scienziati e gli studiosi convinti invece che molto si possa, e quindi si debba, fare per aiutare un individuo a crescere e a vivere liberamente con dignità, senza subire passivamente il proprio DNA.

Questa polemica mi è tornata in mente quando, qualche settimana fa, mi è capitato di assistere ad un accadimento piccolo, ma molto significativo. Trovandomi sull’ingresso di un negozio di Lugagnano ho ceduto il passo ad una giovane mamma che usciva assieme a sua figlia, che non avrà avuto più di undici, dodici anni. La signora era al termine di un ragionamento che con un certo vigore stava illustrando alla figlia, e a me sulla porta del negozio è capitato di udirne la frase finale: “ricorda di stare distante da quella bambina, te l’ho detto mille volte. Il papà ti ha spiegato che i rumeni non sono bella gente da frequentare, non conosciamo i suoi genitori ma basta guardarli”. Alla semplice obiezione della ragazzina – “ma a me è simpatica, è gentile ed è la mia amica” – categorica è stata la risposta della madre: “e che sia l’ultima volta che te lo dico!”. E su queste parole le ho perse, inghiottite dal traffico del centro di Lugagnano.

Non sono purtroppo frasi insolite da sentire, anche nella nostra comunità. Ma devo ammettere che mi hanno colpito particolarmente per un paio di motivi che provo a spiegare. Tralasciamo per una volta il grande tema dell’apertura al “diverso” (diverso da chi?) che dovrebbe sempre contraddistinguere società liberali come le nostre. Ma proviamo a concentrarci sul caso specifico. Una bambina ha un’amica, le vuole bene, ma le viene impedito di vederla perché rumena, e quindi inevitabilmente imputata di rientrare in quell’aberrante stereotipo secondo il quale tutti i rumeni sono a dir poco ladri e prostitute a dir molto stupratori e assassini. Tesi oscenamente risibile applicando la quale, ad esempio, noi italiani non potremmo che essere tutti indistintamente mafiosi.

Ma spingiamo ancora più in là il ragionamento ed ipotizziamo – non è ovviamente il caso ma per amore di discussione ipotizziamolo – che i genitori di quella bambina fossero veramente persone non particolarmente raccomandabili. Anche in questo caso il divieto categorico di avere come amica quella bambina, che pure nostra figlia ci dice essere “simpatica e gentile”, appare sconcertante. Un bambino non può essere amico dei nostri figli, una persona non può essere nostra amica, per il solo motivo che suo padre, o un suo zio, o un suo nonno sono o sono stati persone negative?

Veramente possiamo arrivare a credere – come scrive Pinker – che il DNA o l’ambiente sociale non ci diano scampo alcuno? Che tutti noi siamo determinati al punto da non poter essere altro che quello che è inciso nel nostro codice genetico? E’ vero che questa “natura” è il nostro limite talora glorioso ma più spesso doloroso. “La nostra unità psicofisica – segnata dalle ferite che ci infligge l’esistenza ma certo anche dall’eredità genetica – ci pone sulle spalle ali e pesi che non possiamo toglierci a piacere come uno zaino. Sono i limiti, ora generosi ora soffocanti, della nostra intelligenza, della nostra salute, dei nostri impulsi, delle nostre capacità”, ci ricorda sempre il filosofo Magris.

Ma non può essere tutto qui. E il libero arbitrio, fondamento della nostra religione? E la forza di volontà che ognuno di noi porta dentro? E il valore positivo che la scuola, la società, l’educazione e la famiglia – quando è presente – possono esercitare su ciascuno di noi? E la voglia di riscatto che soprattutto chi è nato in situazioni disagiate o difficili porta dentro? Il nostro compito è quello di insegnare ai nostri figli che ogni persona vale per ciò che è, che ogni persona ha diritto di essere accolta per la sua singolarità, e non in base a dove è nata, a chi sono i suoi genitori o il suo gruppo sociale, al suo colore o alla sua religione.

Il nostro compito è di comprendere, e far comprendere ai nostri figli, che incontrando ed accettando gli altri per ciò che sono e non dividendo il mondo in base a rigidi quanto ridicoli schemi preconcetti cresciamo noi e al contempo facciamo crescere la nostra società. Con la consapevolezza di poter magari far poco nelle grandi direttrici della Storia, ma che quel poco costituisce il sale delle nostre vite. Perché – come scrive sempre Magris – in tanti campi possiamo fare assai poco: lottiamo contro la guerra sapendo che di guerre ce ne saranno sempre; contro le malattie, sapendo che comunque soccomberemo; contro l’ingiustizia, sapendo di non poterla estirpare. Ma non per questo è vano curare un ammalato, impedire stragi, lenire miserie e diseguaglianze.

Rendiamoci quindi capaci di accogliere l’amica di nostra figlia, chiunque sia, non facendo un torto alla nostra umanità ed in nome del comune principio di fratellanza. Che è un valore religioso, e al contempo profondamente laico, sul quale dobbiamo essere ancora in grado di costruire i nostri paesi. Lo dobbiamo a noi, lo dobbiamo ai nostri figli. E lo dobbiamo a quella bambina e a quella famiglia rumena.