Noi adulti, che i ragazzi li sentiamo ma non sappiamo più ascoltarli

Lo scrittore statunitense Henry David Thoreau una volta raccontò ad un suo interlocutore che “il complimento più grande che mi è mai stato fatto fu quando uno mi chiese cosa ne pensassi, ed attese la mia risposta”. L’attesa della risposta, la qualità dell’ascolto rappresentano uno dei fattori più importanti in ogni relazione interpersonale, a qualsiasi livello in ogni contesto.

Un concetto, quello dell’ascolto, che è emerso fortissimo nel corso di un laboratorio di giornalismo che ho tenuto, assieme alle insegnanti, con un’agguerrita ed interessante classe dell’Istituto di Istruzione Superiore Sanmicheli a Verona. Commentando alcuni articoli di cronaca per ragionare su cosa significhi scrivere un editoriale, i ragazzi hanno fatto emergere, con tonalità differenti ma uguale profondità, il problema del rapporto con i genitori, con gli educatori, con gli allenatori. Con il mondo degli adulti nel suo complesso, quindi.

“Non ci fidiamo degli adulti”, mi hanno spiegato questi diciassettenni e diciottenni. E perché? Cosa vi hanno fatto di male? “Perché non ci ascoltano. Liquidano i nostri problemi banalizzandoli, semplificando tutto dicendoci che anche loro sono stati giovani, che tanto tutto passa basta aspettare. Mentre magari noi stiamo male dentro”. Il tutto perfettamente riassunto e condensato da una frase tagliente come una lama che una ragazza mi ha puntato addosso, guardandomi ben diritto negli occhi: “Gli adulti ci sentono, ma non ci ascoltano”.

Ecco. Ecco cosa siamo diventati noi adulti, mentre non perdiamo occasione per alzare il ditino indicando con riprovazione i ragazzi, che non sanno impegnarsi, che non hanno carattere, che non hanno idee, che vivono di superficialità. Non ci siamo accorti di aver alzato dei muri.

Non ci siamo accorti di aver perso la capacità di capire che quello che chiedono questi ragazzi è soprattutto di essere ascoltati, ma ascoltati veramente. E non come un rumore di sottofondo che si perde nel marasma delle nostre giornate caotiche. E senza quell’aria di sufficienza di chi sa già come vanno le cose del mondo. Quello che serve invece, come ci insegna Thoreau, è lo spirito ed il comportamento di chi attende una risposta. Di chi è veramente interessato a quella risposta.

Dirlo, come scriverlo, viene molto facile. Trovate la chiave per ascoltare, per creare un dialogo profondo, non lo è invece, per niente. Però provarci è un dovere. Lo dobbiamo a questi ragazzi che, in un presente che sembra aver perso ogni porto di approdo, dietro un’alzata di spalle con la quale fingono che del tuo ascolto di adulto non sanno che farsene, in realtà invece di adulti presenti hanno un disperato bisogno.

E lo dobbiamo anche a noi, per tornare ad essere donne e uomini che sappiano accogliere, capire, aprire porte, indicare strade da percorrere. Questo significa essere genitori, educatori, allenatori. Questo significa essere adulti. Forse ce lo siamo dimenticati.

Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.