Nell’inferno del deserto libico. Il racconto del Reduce Mario Ferrari di Lugagnano

La guerra in Libia, combattuta dalle truppe italo-tedesche contro gli inglesi e che ebbe il suo epilogo con la sconfitta di El Alamein, ha costituito una delle fasi più drammatiche del secondo conflitto mondiale. Come sempre, un conto è leggere le aride cronache sui libri di storia, un conto è sentirle dalla voce – talora incrinata dall’emozione – di chi quelle vicende le visse in prima persona.

 

Per incontrare un reduce di quelle sanguinose battaglie nel deserto non occorre andare molto lontano. Noi un paio di mesi fa siamo andati a trovare Mario Ferrari, classe 1918 (nella foto), nato e sempre vissuto a Lugagnano. Per prima cosa ci aveva mostrato un quaderno dalle pagine ormai ingiallite, datato 1944, che aveva usato durante la prigionia in Gran Bretagna, quando frequentava dei corsi serali per imparare la lingua inglese.

 

Purtroppo Mario Ferrari è deceduto ieri 15 agosto. Riteniamo un giusto modo di ricordarlo quello di riportare qui il suo racconto di quegli anni difficili.

 

Ci racconti un po’ di lei…

La mia famiglia è di Lugagnano, e dal 1923 si stabilì alla Ca’ Tommasi. Mio padre Luigi possedeva un’azienda agricola, ed ebbe nove figli, cinque maschi e quattro femmine. Io ero il più giovane dei ragazzi. Tutti lavoravamo i campi.

 

Quando fu chiamato alle armi?

Nel 1939, quando la guerra non era ancora scoppiata. Fui arruolato nell’8°reggimento dei bersaglieri, divisione Ariete. La mia esperienza di naia fu un susseguirsi di addestramenti, nei luoghi più svariati del Nord Italia. All’inizio avevamo in dotazione le biciclette, munite di supporti per l’appoggio delle armi; poi si passò alle motociclette. Proprio a cavallo delle moto, ricordo due spettacolari sfilate compiute da noi bersaglieri nientemeno che davanti alle massime autorità, come Mussolini, il re Vittorio Emanuele III e il principe Umberto: ciò avvenne ad Albino (Bergamo) e a Ghedi (Brescia). E veniamo alla fatidica dichiarazione di guerra il 10 giugno 1940. …Che avvenne proprio quando ormai ero alla fine del servizio militare; così fui costretto a rimanere in divisa. Il mio reggimento fu subito spedito a Saluzzo, in attesa di un eventuale impiego sul fronte francese. Ciò non avvenne, e fummo per mesi impegnati in Italia in ulteriori addestramenti. A un certo punto, nel marzo 1941, fummo imbarcati a Napoli per raggiungere la Libia.

 

Qual’era la sua mansione di soldato?

A Verona ero stato istruito all’uso dell’alfabeto Morse. Pertanto in Libia fui impiegato come aiutante radiotelegrafista su un camion che, viaggiando a fianco delle prime linee del fronte, comunicava via radio ai nostri comandi i movimenti del nemico. A bordo c’erano con me altri quattro militari. Mi impressionò molto la morte di uno di loro che, nello scendere dall’autocarro, mise il piede su una mina e saltò in aria.

 

Com’era la vita del soldato nel deserto?

Da mangiare ce n’era appena a sufficienza, le solite gallette e scatolette di carne. L’acqua invece talora scarseggiava, anche perché i bidoni venivano spesso perforati dalle pallottole inglesi. Con i tedeschi non c’erano sempre buoni rapporti. Ricordo che una volta conquistammo una postazione inglese piena di viveri: ebbene, i soldati nazisti vollero tenerseli tutti per loro, e niente a noi italiani.

 

Come finì la sua esperienza di combattente in Africa?

Purtroppo fui fatto prigioniero dagli inglesi, assieme a molti altri commilitoni. Fummo così spediti in un campo di concentramento vicino a Suez. Si trattava di un’area circondata da reticolati, e come alloggio avevamo delle tende. Talvolta noi prigionieri venivamo impiegati in lavori come la macinatura della carne o lo scavo di terreni. Il cibo e l’acqua non mancavano, ma siccome la fame era tanta, arrivavamo a barattare le nostre scarpe con gli arabi, in cambio di minestra o pane.

 

Come proseguì la prigionia?

Restammo in Egitto circa un anno e mezzo. Un giorno una nave, che proveniva dall’Australia per portare merci in Gran Bretagna, caricò a bordo noi prigionieri. Dopo un lungo ed estenuante viaggio durato mesi (si preferiva circumnavigare l’Africa piuttosto che solcare l’insicuro Mediterraneo!), approdammo a Liverpool, dove fummo sottoposti a visita medica, e poi internati in un campo di concentramento presso Southempton. In seguito io fui inviato in una fattoria, dove fui trattato bene, con vitto abbondante in cambio del mio lavoro. Mi impressionò la tecnologia dell’agricoltura inglese, già dotata di trattori, trebbiatrici, macchine per la mungitura. Là stavo così bene che avrei voluto rimanere per sempre. Non lo feci per due motivi: il timore che, una volta divenuto cittadino inglese, venissi rispedito al fronte; e le lettere di mia madre, che mi supplicava di ritornare a casa.

 

Quando tornò in Italia? Nel maggio del 1946. Trovai i miei campi in ordine, perché due miei fratelli, considerati ormai anziani per la guerra, erano rimasti a casa a lavorare. Che tristezza, però, il confronto fra la nostra arretrata agricoltura e quella avanzata degli inglesi! Per me cominciarono così gli anni del ritorno alla vita civile.

 

Se la sente di fare un bilancio della sua esperienza di guerra?

Oggi i soldati italiani, chiamati a intervenire nelle varie missioni militari nel mondo, partono come volontari, sono super-equipaggiati, ben nutriti e adeguatamente armati. Noi, invece, partimmo perché costretti ; ad attenderci ci fu un’esperienza di sacrificio, di sofferenza e, per quelli meno fortunati di me, di morte.