Nel veronese irrigazione al via con il freno: Sciorne aperta, taglio fino al 20% dall’Adige

La presa di Sciorne a Gaium

L’acqua torna a scorrere nei canali, ma non è il solito inizio. Nel Veronese la stagione irrigua 2026 parte con un gesto antico e insieme pieno di inquietudine: l’apertura della Presa di Sciorne (nella foto sopra), vicino alla Chiusa di Ceraino, quella bocca storica che da più di un secolo prende l’Adige e lo porta nei campi. Solo che quest’anno, mentre i meccanismi si rimettono in moto, il messaggio è netto: l’acqua c’è, ma non basta. E soprattutto va dosata, perché l’equilibrio del fiume – fino alla foce – è più fragile del solito.

A certificare il clima non è una sensazione, ma un quadro istituzionale che si fa via via più cupo. In una comunicazione della Regione Veneto del 17 aprile, basata sulle valutazioni dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici del Distretto delle Alpi Orientali, si parla di severità idrica “bassa”, però dentro quella definizione prudente sta un dettaglio che pesa: una sofferenza diffusa delle falde e un trend negativo esteso. È il tipo di “basso” che non tranquillizza nessuno, perché è un basso che peggiora.

Il punto più delicato riguarda proprio il bacino dell’Adige, da cui dipende l’irrigazione del territorio. L’attivazione delle grandi derivazioni può abbassare le portate del fiume e spostare l’attenzione lontano dai campi, verso un rischio che si gioca a valle: la risalita del cuneo salino. Se l’Adige scende troppo, il mare risale, e non è una metafora: è sale che entra dove dovrebbe esserci acqua dolce. Per evitare quella ferita, è stata introdotta una misura concreta e immediata: una riduzione temporanea fino al 20% delle derivazioni irrigue, con l’obiettivo di garantire una portata minima di 80 metri cubi al secondo. Si parte, insomma, con la mano già sul rubinetto.

Eppure il sistema viene attivato. Il Consorzio di Bonifica Veronese apre la Presa di Sciorne, infrastruttura fondamentale per l’agricoltura scaligera, un’opera che ha la forza delle cose fatte per durare: realizzata tra il 1906 e il 1914 da circa 500 operai, continua a garantire la derivazione dall’Adige fino a una portata massima di 20,5 metri cubi al secondo. Da lì l’acqua entra nel Canale Principale, oltre 25 chilometri di percorso, attraversa 65 Comuni e sostiene quasi 90 mila ettari irrigati. Numeri che non sono solo ingegneria: sono campagne, produzioni, redditi, aziende che senza acqua diventano un’incognita.

Il presidente Alex Vantini la mette sul piano più diretto e territoriale: “Garantire l’acqua ai campi significa sostenere l’economia agricola e tutelare un patrimonio fondamentale del nostro territorio”. Perché il vero tema, quest’anno, non è la macchina organizzativa – che è rodata – bensì la disponibilità della risorsa, sempre più incerta e sempre meno “naturale” come un tempo.

Dati recenti sullo stato dei bacini però non ce ne sono; l’ultimo report ufficiale citato risale al 17 marzo e parlava già di un deficit del 20%. Da allora, tra temperature elevate e condizioni dell’Adige, il quadro si è ulteriormente irrigidito, consegnando al debutto della stagione un senso di insufficienza idrica che non ha bisogno di molte interpretazioni: se si parte già in difesa, significa che l’estate è un’incognita vera.

Il direttore generale Luca Antonini infatti non gira attorno alle premesse: “Le premesse non sono buone. Tutti gli indicatori vanno nella direzione di una possibile difficoltà nel garantire il servizio irriguo in modo regolare. È presto per fare previsioni precise, ma il rischio è concreto”. Dentro quel “presto” c’è tutta la prudenza di chi sa che la stagione si decide spesso in pochi passaggi: una settimana di caldo, un mese senza piogge, una portata che cala più del previsto.

Il presidente del Consorzio di Bonifica Veronese Alex Vantini

Durante la stagione irrigua, fino a settembre, il Consorzio distribuisce circa 300 milioni di metri cubi d’acqua. È la linfa indispensabile per oltre 20 mila aziende agricole: non un lusso, ma la condizione minima perché le produzioni reggano. E però l’irrigazione, in questo racconto, non è solo agricoltura. È anche equilibrio ambientale, perché l’acqua che corre nei canali contribuisce alla ricarica delle falde, oggi sempre più in sofferenza proprio per i cambiamenti climatici e la riduzione delle precipitazioni. Quando l’acqua manca, la crisi non resta confinata tra i filari: scende sotto terra.

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Il sistema irriguo veronese è un mosaico tecnico, articolato su più modalità. C’è l’irrigazione in pressione, che copre quasi 10 mila ettari e viaggia su oltre 1.000 chilometri di condotte. C’è l’irrigazione a scorrimento, 25 mila ettari serviti da circa 2.000 chilometri di rete. E c’è l’irrigazione di soccorso nel sud della provincia, che raggiunge 53 mila ettari attraverso oltre 2.000 chilometri di canali. A tenere in piedi questa macchina ci sono più di sessanta operatori dedicati, oltre alla struttura tecnica e amministrativa: una presenza quotidiana, spesso invisibile, che diventa decisiva quando l’acqua va centellinata.

Vantini allarga lo sguardo e scuote un’idea ormai superata: “Il Veneto è sempre stato considerato una terra ricca d’acqua, ma oggi la realtà è cambiata”. E aggiunge la frase che più di tutte fotografa il cambio di stagione climatica: “La siccità non è più un evento eccezionale ma una condizione strutturale. Serve un cambio di approccio deciso, con interventi concreti e strategie di lungo periodo”. Qui sta il nodo: non si tratta di reggere un’emergenza, ma di adattarsi a una normalità nuova.

In questa direzione si muovono i progetti di riconversione irrigua: il passaggio dallo scorrimento ai sistemi in pressione, con un risparmio idrico che può arrivare fino al 50%. Interventi sostenuti da fondi PNRR e PSRN, oggi descritti come indispensabili non per modernizzare e basta, ma per restare in piedi dentro una disponibilità d’acqua che non dà più garanzie.

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Giulio Braggio
Abita a San Giorgio dalla nascita (14 marzo 1960). Sposato con Paola, è attivo da sempre nel mondo del volontariato. Ha fatto anche un’esperienza politica a livello locale come Consigliere comunale dal 1990 al 1998. Da una decina d’anni lavora nel sindacato Cisl. E’ appassionato di fotografia, informatica, automobilismo e amante dei cani. Collabora con il Baco da Seta dal 2002.