Nel ventre dell’algoritmo: quando la ricerca di ispirazione diventa una posa

Siamo mostruosi con le spalle e la schiena inarcate su pochi centimetri di schermo. Respiriamo i dibattiti, la politica, le lamentele, il gossip e lo chiamiamo “relax dopo una giornata intensa di studio, di lavoro e di socializzazione”, facendo finta di sentirci soli quando siamo circondati da persone e personaggi che ci parlano.

Noi zitti ad ascoltare e poi eseguiamo gli ordini come marionette, dipendenti degli abissi dell’algoritmo, di pensieri che non sono nostri e che pretendiamo di aver fatto nostri con un paio di baggy jeans e la borraccia che ci ricorda che dobbiamo bere per sopravvivere. Cosa significa sopravvivere ormai? Non c’è lettura equilibrata senza ironia, di certo.

La gen Z cerca entrambe. La stabilità non è più un valore. Io stessa fatico a stare ferma. Non è che non voglio star ferma, però i boomer hanno ragione: dobbiamo cambiare opinioni e stili nell’arco dei pochi secondi del commento di uno sconosciuto che ha scritto due righe in più dell’altro; forse ne sa di più di quello che invece di due parole per il post ha scritto tre bestemmie. Non è destabilizzante? Non preoccupante, quanto più destabilizzante, perché è come se volessimo davvero sovvertire dietro tutto ciò che esiste ma che non ci piace più al grido di: “Siamo giovani e il mondo è nostro!”.

Per un po’ ci dimentichiamo che siamo umani, che le ideologie sono umane, sono state frutto di menti giovani che sono maturate come vino servito ai popoli stagionato: affinato, profondo, interessante ma c’è mai qualcuno che col suo palato abbia mai avvertito quel sapore acido che fa pensare alla contaminazione? Eppure la contaminazione di idee è tanto normale quanto lo è il perdere il sonno, talvolta, perché siamo contaminati noi dalla nostra stessa ispirazione.

Appunto, intrappolati in una rete di stimoli che forse non abbiamo cercato sul telefonino alla nostra giovane età ma che sono il riflesso della nostra intelligenza, maturità e stabilità mentale secondo l’algoritmo e probabilmente anche secondo noi che non chiudiamo quasi mai tutte le app social dopo aver detto “questo è l’ultimo contenuto per oggi”.

Nel negare a noi stessi lo stimolo non sappiamo, invece, cosa affermare; quell’equilibrio tanto anelato non esiste; lo si può solo emulare. Chi ha mai creduto a chi ha detto che la felicità esiste concretamente e che alcuni stanno meglio e altri peggio per dei dolori esatti? Parliamo, piuttosto, di quei mostri che sono dentro di noi ma che sono solo delle fragili bestie che aspettano di essere baciate dalla fortuna di trovare le opportunità che meritano. Sperare che la fine degli estremismi cada dal cielo dopo averla manifestata “perché sì, perché me lo merito, perché alla fine non è niente di male; io sono ancora qua…eh già!”; nonostante i presunti danni che mi sta causando l’uso eccessivo di questa tecnologia.

Ci sono lati positivi e negativi per tutto. Continuate a fare quello che stavate facendo ma ricordatevi che non siete quello che pensate ma quello che fate anche quando vi nascondete dietro al telefonino. Se vi nascondete dietro ad un’immagine profilo, ad un commento o ad un video di cui condividete i nuclei tematici ricordate, però, quanto vi potrebbe piacere la stabilità e l’instabilità in una vita vissuta a guardare più spesso dentro la propria, di testa.

Anche nel sonno quando sognate (se solo vi permetteste di dormire un po’ di più quando brillano ancora le stelle e la luna che almeno il sogno dura di più se vi siete rilassati senza onde elettromagnetiche), quando vi parla una persona con cui non condividete niente ma che vi piace.

E provate ad aprire i social quando già vi sentite ispirati da quello che nella vita di tutti i giorni amate e odiate con tutto il cuore.

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Matilde Colombini
"[...] ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l'onorato titolo di filosofo."