Nel silenzio dei campi, l’azzurro segreto della cicoria

“Ci sono sempre fiori per chi vuole vederli.”
Henri Matisse

Con l’arrivo di settembre, le fioriture tardive delle piante selvatiche accompagnano i campi nel passaggio dall’estate alla mezza stagione. Margherite autunnali, convolvoli, fiordalisi, achillea, trifoglio e settembrini, portano nei prati nuovi colori. Anche il tarassaco inizia sporadicamente a rifiorire. Ritenute a oggi poco più che infestanti, le specie spontanee erano un tempo delle risorse preziose. Utilizzate in cucina e impiegate nella preparazione di rimedi, chi viveva a stretto contatto con la terra le raccoglieva con rispetto e profonda gratitudine.

In pianura e sulle colline, tra i fiori selvatici della tarda estate, spiccano le corolle azzurro intenso della cicoria dei campi. Un tempo diffusissima lungo le capezzagne, gli argini del fiume e i bordi delle strade, come nei terreni ghiaiosi e negli appezzamenti aridi, la fioritura settembrina del Cichorium intybus — seppur meno rigogliosa rispetto ai mesi estivi — si distingue con grazia sui toni terrosi e pacati del paesaggio campestre. I fiori della cicoria si aprono al mattino presto e si richiudono verso mezzogiorno, seguendo il sole come altre specie, tra cui la calendula, che il celebre naturalista Linneo aveva incluso nell’Horologium Florae. Verso la fine di settembre, la pianta del radecio selvadego si prepara al riposo invernale. I lunghi steli si spogliano dei fiori azzurri e le foglie ingialliscono, mentre i rizomi (radici simili a quelle dell’iris) accumulano le riserve necessarie alla prossima ripresa vegetativa.

Nelle campagne si diceva che “el radecio el fa bon sangue”. Apprezzata per le proprietà amaricanti fin dall’antichità, “la cicoria, è una pianta che cresce in Europa ed è usata a scopi medicinali… le sue radici sono amare e molto utili per i disturbi dello stomaco e dei reni” (Plinio). Questa caratteristica si esprime nel nome cichorium — dal greco kikhórion — col significato di pianta medicinale dal sapore amarognolo.

Le giovani foglie primaverili si consumavano crude in insalata, mentre le più coriacee, lessate e ripassate in padella (i radeci stracoti), accompagnavano l’immancabile polenta e altri piatti tradizionali. Le raìse amare della cicoria trovavano impiego nelle cure popolari, sotto forma di decotti depurativi e soprattutto come ingrediente essenziale del cafè de radecio.

Le sostanze amare si concentrano maggiormente nei rizomi, quando la cicoria ingiallisce dopo l’ultima fioritura, perciò il momento ideale per la raccolta avveniva in genere in autunno, tra settembre e novembre, prima delle gelate. Una volta rimossi con cura dal terreno, venivano lavati e tagliati a piccoli pezzi, poi essiccati e successivamente tostati utilizzando el fero da cafè sul focolare. La scelta delle radici più grandi e mature — tipiche di fine stagione — permetteva di ottenere una bevanda dal profilo aromatico e dal sapore più intenso, molto simile a quello del caffè. L’infuso di radice tostata di cicoria è attestato dal XVI secolo, ma il suo uso popolare come succedaneo del caffè risale al Novecento, quando il prodotto era difficile da reperire e aveva costi elevati, a causa delle difficoltà economiche dovute ai conflitti bellici.

Per quale motivo, anche nei periodi più difficili della storia, non si rinunciava al piacere di quella tazza fumante? Sinonimo di pausa, accoglienza e convivialità, il rituale del caffè faceva parte delle abitudini quotidiane di ogni classe sociale ed essendo radicato profondamente nel territorio, era un modo per preservare il proprio senso di identità e appartenenza culturale.

La grande diffusione del caffè, si deve al ruolo commerciale di Venezia che — dalla fine del XVII secolo — ne aveva incentivato l’importazione per scopi curativi. La bevanda nera dal sapore esotico, ottenuta dall’infusione dei chicchi tostati e macinati, aveva ben presto conquistato i salotti veneziani. Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l’acquavite, adesso è in voga il caffè”, commentava Carlo Goldoni, mentre il caffè si affermava come simbolo di mondanità nella Venezia del Settecento.

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Col passare del tempo, la nobile usanza dei siori aveva raggiunto tutte le classi sociali, consolidandosi come tradizione anche nelle campagne, dove si offriva sempre una tazza di caffè agli ospiti nelle occasioni speciali, in segno di riguardo.

Nella penombra della stanza di una casa rurale, il profumo del caffè si mescolava al silenzio del primo mattino. Dalla finestra, lo sguardo indugiava sui campi di settembre soffermandosi sui fiori azzurri della cicoria selvatica. Avvolte dalla luce radente della tarda estate, le buone erbe dei campi seguivano il sole dorato, nell’attesa dell’ultimo raccolto.

Nell’immagine, “The Quarry”, di Robert Julian Onderdonk.

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Emanuela Rigo
Le nostre origini ci accompagnano per tutta la vita e io non ho mai dimenticato le mie radici montanare. Sonese di adozione, dopo diverso tempo trascorso in città, colgo ora una nuova dimensione esistenziale attraverso la scoperta delle consuetudini e degli antichi valori di questo territorio. Passeggiare tra le colline moreniche e in aperta campagna, ispira la mia passione per la scrittura e la fotografia trasportandomi in una realtà di profumi, suoni e colori, dove si percepisce lo scorrere naturale del tempo. La mia curiosità innata, unita a un animo sensibile, si esprime nella rubrica del Baco "Il salotto di Madre Natura", un viaggio di attenta ricerca nelle memorie del passato che, dalla primavera del 2022, si lascia guidare dal magico divenire delle stagioni.