Merighi, Ravignani e Maggi. Storia di tre sonesi che nell’Ottocento patrioti lo furono realmente

In queste ultime settimane si sta discutendo molto sui social e sui giornali su chi potrebbe essere il “patriota” legittimato, per questa sua qualifica, ad essere eletto Presidente della Repubblica.

Gli italiani sono tutti “patrioti” o solamente chi crede nella “nazione” quale entità che non gradisce interferenze di strutture federative? E’ forse “patriota” chi è “di destra” o forse no? E’ un argomento assai complesso, ed in parte anche fazioso, del quale peraltro non intendevamo parlare.

Ne scriviamo perché è un buono spunto per parlare di alcuni cittadini sonesi che la qualifica di “patriota” se la sono conquistata senza ombra di dubbio e senza equivoci lessicali.

Vittorio Merighi (Verona, 1817–1891)

Fratello del Merighi che fu sindaco di Sona dal 1907 al 1914, abitante di San Giorgio in Salici, Vittorio Merighi fu poeta e soldato del Risorgimento veronese. Studiava Giurisprudenza presso l’Università di Padova, quando nel 1839 fu arrestato dalla polizia austriaca, preoccupata per i suoi sentimenti patriottici. Dopo due mesi di carcere, fu costretto ad arruolarsi come soldato semplice nelle file dell’esercito austriaco. Inquadrato in un reggimento di fanteria, fu spedito in Boemia.

Tornato a Verona, riprese con ancora maggiore fervore la sua attività patriottica, inscenando clamorosi tumulti antiaustriaci. Questa attività gli costò l’esilio in Svizzera. Tornò solo per prendere parte, come capitano del Reggimento Cacciatori del Sile alla difesa di Venezia nel biennio 1848-1849. Dopo la capitolazione del capoluogo lagunare, Merighi non figurò nel novero di quei patrioti veronesi che ricevettero l’amnistia dall’Austria.

Nel biennio 1859-1860 collaborò con i servizi segreti sabaudi nel temerario tentativo di far cadere la fortezza di Verona nelle mani del Piemonte.

Teodoro Ravignani De’ Piacentini (Verona, 1821–1910)

Portò a termine gli studi liceali al Collegio vescovile di Verona, per trasferirsi quindi a Vienna allo scopo di acquisire i primi rudimenti di cultura giuridica e familiarizzare con il tedesco, la lingua ufficiale dell’Impero. Seguirono lunghi viaggi nelle capitali europee nel corso dei quali ebbe modo di tessere contatti con importanti esponenti del liberalismo.

Ciò non mancò dal mettere in allarme la polizia austriaca, specie in concomitanza con gli avvenimenti del ’48, quando dovette riparare a Parigi, dove visse qualche tempo con Aleardo Aleardi, testimone delle insorgenze del popolo parigino e della caduta della monarchia degli Orleans. Esercitò per più di trent’anni la professione di notaio, abbandonandola nel 1885, per poter seguire più da vicino le vicende del movimento cattolico nella sua città.

Fu consigliere comunale e provinciale di Verona fra il 1881 ed il 1900. Sempre attivo nel campo dell’assistenza assunse cariche nell’Istituto ‘Pericolanti’ di Verona e nelle Conferenze di S. Nicolò e di S. Vincenzo. Fu anche consigliere comunale a Sona dal 1866 al 1905. Del suo impegno sociale e civico lasciò erede il nipote Ugo Guarienti, figlio della figlia Rosa.

Giuseppe Maggi (Verona-Mantova, 1853)

Era fratello di Pietro Maggi, scienziato, poeta e letterato, al quale il Comune di Sona ha recentemente intestato la biblioteca comunale. Medico, partecipò con fervore agli eventi patriottici del 1848 ed è considerato uno dei fondatori e dei finanziatori del Comitato Democratico Veronese (1851-1852), insieme a Carlo Montanari, a Giulio Faccioli e a Domenico Cesconi.

Il Maggi avrebbe dovuto dedicarsi agli aspetti militari di eventuali moti rivoluzionari organizzati dal Comitato, ma le sue precarie condizioni di salute gli impedirono di svolgere concretamente tale funzione. Arrestato nel luglio del 1852, Maggi fu condotto a Mantova dove venne imprigionato nel carcere di San Domenico e processato. Il 19 marzo 1853 un decreto di amnistia concesse la libertà a cinquantasette cospiratori, tra cui anche Giuseppe Maggi, il quale però qualche giorno dopo morì nella sua cella. Già gravemente malato al momento dell’arresto, egli non resse alle orribili condizioni della detenzione, alle torture e agli interrogatori.

Nell’immagine qui sotto, un manifesto trovato nell’archivio del Comune di Sona, che fa capire come agiva il regime poliziesco nel Lombardo Veneto con Radetzky.