Matteo Perin, stilista e artista di Lugagnano… a Los Angeles. Un’incredibile storia che porta fino a John Travolta

Cos’è la normalità per un abitante del nostro Comune? Probabilmente è prendere un caffè e una fetta di millefoglie alla pasticceria in centro paese, magari scherzando con chi ci sta prendendo le ordinazioni. Ed è esattamente quello che ho visto fare a Matteo Perin il pomeriggio che ci siamo incontrati, mentre entravo in quella stessa pasticceria.

Un normale abitante del paese di Lugagnano, che cela dietro la sua riservatezza quella che è la sua straordinaria storia. “Dopo la terza media ho deciso di non continuare a studiare, quindi sono salito su un aereo per andare a Los Angeles. Mi hanno ospitato degli amici dei miei genitori, e nel frattempo ho iniziato a vendere le mie prime creazioni: dipingevo blue jeans. Alcune persone venivano con delle idee ben precise, altri volevano quello che avevano visto da amici, altri ancora mi chiedevano di dare spazio alla mia inventiva”.

Viene da chiedersi come sia possibile esprimere questa vocazione in un mondo fatto di grandi magazzini e vestiti prodotti in serie, per rendere la gente omologata dal punto di vista dell’abbigliamento. Vestirsi alla moda ormai significa vestirsi come il 90% della popolazione, con le stesse t-shirt, le stesse scarpe, lo stesso taglio di pantalone. “L’italiano medio è molto attento al modo di vestire altrui, osserva, commenta a bassa voce, ma non ha mai il coraggio di esprimersi a voce alta, magari chiedendo dove si può trovare un capo simile. In America c’è più curiosità da questo aspetto, perciò, grazie al passaparola, mi sono creato il mio gruppo di clienti e al contempo potevo fare quello che più mi piaceva, ovvero esprimere la mia creatività. È stato quello che poi ho cercato di fare per tutta la mia vita fino ad ora”.

Matteo Perin con Morgan Freeman. Sopra, con John Travolta.

Questo suo obiettivo primo si riflette anche sul suo operato: Matteo non si definisce uno stilista, ma un designer, o ancora meglio, un artista. “Non mi è mai piaciuto fissarmi su un solo ambito. Quando una persona mi chiede cosa faccio, io rispondo che mi occupo di lifestyle”.

Dicendo questo, mi mostra la sua galleria del telefono e il suo profilo Instagram, e orgoglioso mi racconta le sue creazioni. Vedo scarpe di coccodrillo dipinte con il vino per arredare un’enoteca, interni di una barca in tinta con accappatoi e utensili da cucina, gioielli fatti di diamanti. Ognuno ha una storia, nulla è lasciato al caso. “Quando qualcuno esprime interesse per una mia creazione, cerco sempre di calarmi nella parte cercando di conoscere in toto la persona che ho davanti. Solamente a questo dedico del tempo che può essere di un paio di ore, magari in un colloquio, come un paio di giorni, come una volta mi è capitato con una signora con cui ho speso due giorni a Venezia con le nostre famiglie, condividendo diversi momenti. Il mio obiettivo è disegnare qualcosa che rispecchi la personalità e al contempo che valorizzi la fisicità nel modo migliore. Uno stesso vestito infatti può rendere una persona stupenda e migliorarne le curve, può renderla più raggiante farla sentire più bella, e al contrario su un’altra può creare disagio e quindi non renderle giustizia. Sta a me comprendere tutto questo, prevedendo anche ciò che questi individui diventeranno, esteticamente ed interiormente, nel momento in cui sfoggeranno il prodotto finito”.

Il lavoro di Matteo è tutt’ora negli States, dove dirige un’azienda dall’omonimo nome con sede a Los Angeles che lavora prevalentemente con clienti da Cina, Russia, Costa Rica, Emirati Arabi e altri Stati esteri. Nonostante questo, è molto legato alla sua terra natia, motivo per cui tutte le materie prime e le lavorazioni più importanti di cui ha bisogno vengono fatte in Italia. “Ho selezionato degli artigiani italiani che mi forniscono di tutto ciò di cui ho bisogno. Ci tengo molto a supportare l’economia italiana, inoltre la mia origine mi impone di vendere un prodotto interamente italiano, è un valore aggiunto alla mia firma. Per questo do molta importanza anche alla provenienza delle materie prime”.

Un affetto così forte per le proprie provenienze non può che suscitare una domanda in me: esiste qualche possibilità che Matteo torni da noi prima o poi? Magari a Verona? “La verità è che in molti mi hanno fatto la stessa domanda, ed in molti mi hanno proposto di aprire un atelier magari nel centro storico della nostra città. Amo Verona, ed è naturale che questa intenzione sia insita in me. Tuttavia, sento che in generale l’Italia non è ancora compatibile con la mia visione del design e dello sviluppo del prodotto. Mi è capitato di avere clienti veronesi che sono arrivati a me tramite passaparola, ma che erano prevalentemente interessati al prezzo del capo che non alla qualità o più semplicemente all’avere un prodotto unico. Spero in un futuro di riuscire comunque a tornare con più stabilità. In fin dei conti, la mia famiglia è qua: mia moglie mi supporta seguendo ufficio stampa e soprattutto il controllo dei prodotti, e i miei due figli, di sei e sette anni vivono nella nostra realtà paesana e frequentano le scuole di Sona, conducendo la stessa vita che ho condotto io quando avevo la loro età”.

Matteo Perin con Al Pacino.

Quindi al momento i progetti per il futuro sono altri: Matteo sta lavorando ad una linea specifica per arredamenti di case in località marittime oppure case di lago. Inoltre, con un ritorno alle origini, sta ideando una linea di pezzi unici dipinti a mano da lui, esattamente nello stesso modo in cui aveva iniziato. Ora però non ha più quattordici anni, ne ha trentasette, non è più un ragazzo solo su un aereo che lo condurrà alla ricerca del sogno americano, è un uomo che il sogno americano lo ha raggiunto, con una famiglia e degli amici intorno a sé.

C’è infatti un dettaglio però di cui Matteo non parla, forse per la sua riservatezza, o per la paura di essere frainteso: sono le sue conoscenze. Eppure, è un dettaglio che rende la sua storia per noi semplici persone di paese ancora più straordinaria. Insisto un po’ gli chiedo un aneddoto. “Una sera, stanco per il viaggio di rientro a Los Angeles, mi sono accasciato sul divano e stavo per addormentarmi. Mi ha svegliato la suoneria del telefono, era un amico che mi chiedeva se fossi impegnato. Quaranta minuti dopo ci trovammo seduti allo stesso tavolo con Michael Keaton e Tony Montana”.

Chi era il suo amico ve lo svelo io: era John Travolta. “Il rapporto mio e di John è noto in giro perché è lui stesso a parlarne quando gli viene chiesto cosa indossa. Sono stati fatti vari articoli a riguardo proprio per questo motivo. Tuttavia, non è solo una questione di abiti. Conosco bene la sua famiglia, ho realizzato molti lavori per loro, e lui conosce bene la mia”.

Di certo non è qualcosa che per le strade del Comune di Sona sentiamo tutti i giorni, ma Matteo ne parla con insicurezza, come a voler far intendere che non è necessario dargli troppo peso. Non è necessario dare troppo peso al fatto che ha lavorato con altre star di Hollywood, come ad esempio Will Smith e Morgan Freeman, oppure con giocatori dell’NBA.

Effettivamente non è necessario, è un semplice gossip, che attira l’attenzione nelle nostre piccole realtà. Però a lui questo poco importa, preferisce parlare del suo lavoro, e questo traspare nei suoi occhi e nella sicurezza che gli si legge mentre mostra i suoi lavori. Sicurezza che rimane comunque umile, che lo fa apparire come un qualsiasi abitante di Lugagnano, seduto su un tavolino della pasticceria del paese a bere un caffè, a mangiare una fetta di millefoglie e a scherzare con chi gli ha appena preso le ordinazioni.

Veronica Posenato

About Veronica Posenato

Nata nel 1996, risiede a Lugagnano. Diplomata presso il liceo scientifico Messedaglia a Verona nel 2015, si è laureata in infermieristica presso l'Università di Verona nel dicembre 2018. Scrive per il Baco dal 2010, alla ricerca di persone del Comune di cui raccontare le storie, per valorizzare ulteriormente il nostro territorio.

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